LIONEL E PATRICIA FANTHORPE.
.
IL MISTERO DEL TESORO DEI TEMPLARI.
.
Parte 1.
.
Titolo originale: Mysteries of Templar Treasure & the Holy Grati.
Traduzione di: Franco Ossola.
2005 Newton Compton Editori, ROMA.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
La storia di Rennes-le-Chteau, che queste pagine esaminano in tutti i suoi aspetti, sembra uscita dalla penna di un eccentrico romanziere: un tesoro nascosto, omicidi irrisolti, poteri sovrannaturali, codici disegnati su pergamene e pietre tombali, arcani simbolismi celati nei dipinti e nelle statue, preti enigmatici arricchitisi in modo misterioso, legami con confraternite dell'occulto e tradizioni segrete. Il mistero del tesoro dei Templari, che vanta la premessa di Tim Wallace-Murphy, uno dei maggiori esperti di esoterismo,  certamente uno dei libri pi importanti tra quelli che oggi si occupano del Graal, del lignaggio di Cristo e dei luoghi legati alle antiche leggende. Con l'eccezione forse di Rosslyn, non esiste sulla terra un luogo altrettanto carico di simboli esoterici e mistero come Rennes-le-Chteau. La sua posizione, il suo aspetto, la sua storia sono argomento di innumerevoli voci, miti e eggende. Il mistero del tesoro dei Templari penetra nella realt che si nasconde dietro le storie associate a questo luogo in romanzi come Il codice da Vinci di Dan Brown o Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.
...
.
...
GLI AUTORI.
.
Lionel e Patricia Fanthorpe da molti anni conducono ricerche e scrivono di argomenti esoterici. Sono membri di un ordine templare contemporaneo. Gestiscono insieme un'agenzia di management Consulting e vivono a Cardiff, nel Galles.
...
.
...
Dedicato a Guy N. Smith, grande scrittore, grande amico e spirito nobile.
...
.
...
Indice.
...
.
...
Introduzione alla nuova edizione di Tim Wallace Murphy.
Prefazione di Stanley Mogford.
Introduzione al mistero.
Rennes-le-Chteau e dintorni.
La storia di Rennes-le-Chteau.
I risvolti teologici e religiosi.
Linee, sepolcri e segni.
Codici, messaggi segreti e crittogrammi.
Maghi, alchimisti e uomini del mistero.
Il collegamento con gli Asburgo.
Preti e prelati.
Il mistero al di l dell'oceano.
Appunti degli studiosi di Rennes-le-Chteau.
Conclusioni.
Appendice A. Cronologia dei fatti salienti relativi a Rennes le-Chteau.
Appendice B. Il racconto delle barche dei morti di Gervaso di Tilbury (1210 ca.).
Appendice C. I Kogi della Colombia.
Appendice D. La tavola di Vigenre.
Appendice E. Il codice di Townsend.
Appendice F. Il collegamento Asimov-Eco.
Appendice G. Sulle tracce dei dipinti.
Appendice H. Il mistero del soffitto della camera da letto di Saunire.
Appendice I. L'enigma dell'insieme di Mandelbrot e il rompicapo del tesseract.
Bibliografia.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
Introduzione alla nuova edizione di Tim Wallace-Murphy.
.
Il mistero dell'abate Brenger Saunire, il parroco spendaccione
del piccolo villaggio di campagna di Rennes-le-Chteau, in questi
ultimi trent'anni si  animato e arricchito di una sua propria storia,
vibrante e ricca di fascino, dove si parla di grandiosi tesori nascosti,
eresie, enigmi fraudolenti, assassinii e di cos tanti sentito dire
che immaginare che tutto possa essere vero  persino esagerato. Tuttavia,
questo sperduto e modesto villaggio del Sud della Francia attira
ogni anno non meno di ventimila visitatori, in arrivo da ogni angolo
del mondo. Moderni pellegrini che giungono al villaggio con
ogni mezzo, a piedi, a cavallo, in auto o in torpedoni stracarichi,
inerpicandosi sull'impervia ed unica strada che dalla vicina Couiza
porta a Rennes-le-Chteau. La stretta e polverosa stradina che dalle
prime case conduce al parcheggio - un ampio spiazzo che da solo
occupa una buona parte dell'intera superficie del villaggio - 
un'immagine che non si dimentica, esempio lampante di quanto piccolo
sia questo paese che, per quanto ubicato in una posizione
straordinaria e di rara bellezza, per questo soltanto non potrebbe attuare il richiamo universale che sta esercitando, qualcosa che va
ben oltre razze, culture o credi religiosi.
Si pu dire che l'esistenza del villaggio di Rennes-le-Chteau  rimasta
del tutto oscura ai lettori di lingua inglese sino al 1972, quando
cio la BBC mand in onda il documentario The Lost Treasure of
Jerusalem, presentato da quel grande narratore che  Henry Lincoln.
Il programma raccontava la storia di Brenger Saunire, un
oscuro prete di campagna, assegnato sul finire del XIX secolo alla
parrocchia di Rennes-le-Chteau, il quale dopo alcune vicende non
del tutto chiare era diventato ricco all'improvviso, senza mai dare
ragione a nessuno di quella sua nuova condizione di benessere.
Nel suo racconto Lincoln ventila ipotesi sconcertanti di tesori ritrovati, intrighi e misteri medievali, accennando ad un 'antica cospirazione eretica che dal tempo di Ges si sarebbe dipanata fino ai nostri giorni. Al primo - visto il successo ottenuto - sono poi seguiti, a distanza di qualche anno fra loro, altri due documentari: The Priest,
th Painter and th Devii del 1974 e The Shadow of th Templare del
1979. L'impatto sul grande pubblico  stato notevole, tuttavia nulla
a confronto della risonanza che ha avuto la pubblicazione del libro
The Holy Blood and th Holy Grail (tradotto in italiano nel 1982
con il titolo Il Santo Graal) a firma dello stesso Lincoln in collaborazione con Michael Baigent e Richard Leigh.
Limitarsi a dire che questo libro ha provocato sconquasso sarebbe
poco, perch pu considerarsi la vera e propria bomba del secolo. A
seconda delle personali convinzioni di ognuno,  stato definito come
un brillante libro giallo, un libro che ha fatto infuriare chiss
quanti ecclesiastici, oppure, pi semplicemente, un libro blasfemo
ed irriverente. In breve in testa alle classifiche dei libri pi venduti, l'opera di Lincoln e compagni  stata tradotta in tutto il mondo. Ed  stato grazie a questo vero e proprio capolavoro che l'interesse per le materie esoteriche ha conosciuto un nuovo, formidabile impulso, solleticando la curiosit quasi morbosa delle grandi masse.
A questa prima opera ne  seguita un 'altra, intitolata The Messianic
Legacy (tradotta in italiano nel 1986 col titolo L'eredit messianica).
Questa accoppiata vincente ha provocato una reazione a catena del
tutto incontrollata. Nel 1988, a pochi anni di distanza, due bibliofili
inglesi gi contavano 473 titoli fra libri, articoli e saggi in qualche
modo derivati o scaturiti dall'acceso dibattito innescato dalle opere
di Lincoln e soci; senza contare le migliaia di pagine disseminate in
Internet: tutte dedicate, in modo diretto o indiretto, al mistero di Rennes-le-Chteau.
Potr sembrare strano, ma ancora oggi la marea di pubblicazioni non accenna a defluire, anzi; ed anch'io ho pensato di aggiungermi alla nutrita lista con un lavoro intitolato Rex Deus: The True Mistery of Rennes-le-Chteau (tradotto in italiano dalla Newton & Compton nel 2001 col titolo Il codice segreto del Graal).
La maggior parte degli scritti redatti a contorno e sulla scia dei libri
di Lincoln, Baigent e Leigh non si sogna neppure di mettere in
dubbio quanto da loro affermato. Come se i tre autori, dopo aver
bacchettato la santa madre Chiesa, accusandola di dogmatismo,
avessero sostituito ai suoi insegnamenti i loro, una sorta di nuova
sapienza, contraddistinta dagli stessi crismi di quella appena scalzata,
vale a dire l'infallibilit al di l di ogni critica. Ed in effetti,
l'ormai celebre Priorato di Sion  accettato dai tanti appassionati
cultori di esoterismo come una realt quanto mai concreta, allo stesso
modo in cui si accetta senza porsi domande l'esistenza dei vigili
del fuoco o degli agenti di polizia.
Inutile sottolineare come molti fra gli autori, come dire, pi
precipitosi nel prendere la palla al balzo, siano approdati
a conclusioni che definire surreali e al limite della realt  un eufemismo. Qualche esempio, tanto per gradire. Un autore sostiene che la tomba di Cristo non disterebbe che pochi chilometri da Rennes-le-Chteau; un altro afferma con foga che la "testa di Cristo" sarebbe conservata
nella misteriosa Cappella di Rosslyn, in Scozia. Alcuni dicono che il
tanto vagheggiato tesoro dei Cavalieri Templari sarebbe da collegarsi
al mistero di Oak Island, nella Nuova Scozia, mentre una pletora
di altri autori ancora hanno dato fondo a tutta la loro fantasiosa
immaginazione nel tracciare mappe, diagrammi, allineamenti pur
di dimostrare le loro, il pi delle volte, strampalate ipotesi. Si pensava che un simile atteggiamento di scatenata euforia non avrebbe, ovviamente, potuto durare a lungo. La cruda e dura realt avrebbe incominciato, infatti, a rialzare la testa, svettando dalle paludose nebbie delle fantasie pi sfrenate e delle speculazioni pi ardite, per imporre il proprio incontrastabile peso con la rivelazione che certi fatti alquanto bizzarri non rispondevano alla verit.
Una teologa cattolica americana, Margaret Starbird, per esempio,
era rimasta cos sconvolta dalle irriverenti affermazioni contenute
nelle opere del trio di dissacranti autori e, soprattutto, dall'eretica
idea che Ges si fosse sposato e avesse dato origine a una dinastia
regale, da essere pronta a tutto pur di dimostrare il contrario. Il libro
che  scaturito dalla sua ricerca - The Lady with th Alabaster
Jar - , in realt, un formidabile riconoscimento alla sua integrit
spirituale e morale, perch, alla fine, lei stessa  la prima ad ammettere, onestamente, non solo di non essere riuscita a confutare l'eresia, ma, anzi, di averla ulteriormente supportata.
Poi sono venute alcune rivelazioni in cui si dava spago ai sospetti
di molti, ossia che quanto affermato da Lincoln e compagni erano
fandonie fantasiose e che i documenti storici da loro presentati - i
cosiddetti dossier segreti - altro non erano che moderne contraffazioni,
falsi creati ad arte da un certo Pierre Plantard e dal suo amico
senza scrupoli, Antoine de Cherisey. Tutto questo era ampiamente
spiegato in un mirabile documentario della BBC, facente parte della
serie Timewatch, intitolato The History of a Mistery.
In aggiunta, qualche tempo dopo, un bibliofilo, ricercatore d'archivio,
Georges Keiss del Centro di Studi e Ricerche Templari di Campagne-sur-Aude, affermava che tutto quanto era raccontato a proposito delle preesistenze templari nella regione di Rennes-le-Chteau erano bufale, perch nulla di quanto riportato nel libro rispondeva a verit. Si trattava sempre di notizie errate. Per esempio, il presunto Gran Maestro dell'Ordine Templare, Bertrand de Blanchefort, secondo i tre autori nativo di Rennes-le-Chteau non era affatto originario di quelle parti, bens della Guy enne, a qualche centinaia di chilometri di distanza. Inoltre, poich non aveva mai posseduto alcuna propriet a Rennes-le-Chteau e dintorni, non avrebbe in alcuno modo potuto donare ai Templari il Castello di Bzu, la cui rinomanza nella zona era diventata vasta solo qualche secolo dopo in quanto sede di una zecca clandestina.
Morale della favola, alle varie storie di tesori nascosti, sacre linee
di sangue, cospirazioni storiche, persecuzioni, eresie catare, genocidi
e torture da Inquisizione, alla vicenda, sempre pi complessa, di
Rennes-le-Chteau si dovevano anche aggiungere falsificazioni,
frottole, fantasie ingiustificate, errori se non, addirittura, montature
appositamente architettate.
Insomma, un intrico notevole. Tuttavia, per quanto singolare possa
sembrare, una volta tirate via tutte le incrostazioni e le sovrastrutture
venutesi a creare nel tempo, occorre riconoscere che molti sono
ancora gli aspetti della questione che si rivelano come misteriosi
quando si voglia indagare a fondo la figura di Brenger Saunire e
gli eventi accaduti a Rennes-le-Chteau e dintorni negli anni compresi
fra il 1886 e il 1917.
Qual era l'autentica fonte, la sorgente da cui era scaturito il tesoro
del misterioso prete? Si trattava di qualche tesoro fatto di antichi
preziosi, monete, gioielli, oro? Oppure si trattava di qualcosa di non
materiale ma di pi sottile, per esempio una conoscenza sconvolgente
che avrebbe messo in ginocchio la Chiesa di Roma o annientato
qualche importante dinastia regale europea? Si trattava, forse, della
scoperta di qualche antico segreto alchemico, la pietra filosofale,
per esempio? Per quale motivo Saunire era stato rimosso dal suo
incarico di parroco a Rennes-le-Chteau? Chi uccise, in circostanze
rimaste sempre oscure, uno dei suoi vecchi compagni di seminario? I
segreti di cui era a conoscenza avrebbero potuto minare sin dalle
fondamenta l'autorit del Vaticano? Qual  la vera interpretazione
da attribuire al singolare simbolismo che compare all'interno della
piccola chiesa che egli stesso, in prima persona, si era preoccupato
di far restaurare, andando incontro ad ingenti spese? Chi erano i misteriosi personaggi in lutto presentatisi il giorno del suo funerale? A
dispetto di una mole impressionante di libri, articoli, saggi, siti web,
dove il lettore pu trovare le ipotesi e le spiegazioni pi incredibili e
diverse, tutti gli interrogativi appena elencati non hanno ancora trovato
a tutt'oggi una risposta, solo illazioni tutte da dimostrare.
Le strade che possono condurre ad una soluzione sono tante, al
punto che ognuno sembra possedere una sua risposta. Coloro che vivono
sul posto, per esempio, convinti come sono che l'enigma consista
in un tesoro nascosto, continuano a seguire questa traccia. Indifferenti
ai moniti delle autorit cittadine che hanno vietato scavi archeologici
e di altro genere non autorizzati, i pi audaci infrangono
la tranquilla quiete del villaggio con rumorose spedizioni che trivellano
la roccia calcarea, lo zoccolo duro che fa da piattaforma e sostegno
al villaggio. Un'altra categoria di ricercatori, invece,preferisce
continuare a dare libri alle stampe, speculando ora con raziocinio,
ora affidandosi all'intuizione, all'astrologia, alle scienze occulte,
insomma a tutto ci che pu essere chiamato in causa, reale o immaginario
che sia. E malgrado ci il mistero si conserva tale. Mi immagino,
sin da ora, la giusta osservazione dei lettori: che senso pu
avere, a questo punto, pubblicare un altro lavoro sull'argomento?
Semplice rispondere: questo libro pu e deve considerarsi unico,
nel pur vastissimo panorama di opere che si occupano di Rennes-le-
Chteau. I due autori, Lionel e Patricia Fanthorpe non tentano di
sponsorizzare alcuna teoria, loro o di altri. Molto correttamente, si
limitano a presentare la situazione, a elencare quei dati e quei fatti
che, in qualche modo, potrebbero condurre alla risoluzione del mistero,
ma ben si guardano dallo sposare un 'ipotesi o dal combattere
a spada tratta per difenderne una in particolare. Baciato dalla rara
qualit di essere un lavoro ironico, umile e divertente, questo libro
focalizza sotto la lente del microscopio di una critica intelligente tutti i fatti relativi alla vicenda di Saunire, arrivando a soppesare i risultati con indipendenza e chiarezza. In questo esame profondo, nulla
di importante viene trascurato o ignorato. Ogni possibile pista investigativa, anche le pi remote, che possa apportare nuova luce
sulla vicenda viene presa in considerazione e condotta fino alle sue
logiche conclusioni. In virt di un'onest intellettuale rara, gli autori
si professano sin da principio devoti cristiani; questo non impedisce
loro di esporre in modo chiaro i tanto discussi eventi del Nuovo
Testamento e la vita di Cristo. Alla resa dei conti, per, sono i primi
a invitare chi legge a scegliere la versione dei fatti che si ritiene la
pi giusta, senza in alcun modo forzare la mano.
L'ubicazione di Rennes-le-Chteau e dintorni viene descritta, direi
pennellata, in modo cos nitido che si intuisce perfettamente scaturire
da una conoscenza diretta dei luoghi, una esplorazione attenta e
approfondita. Nella descrizione dei Fanthorpe la complessa rete di
storia, popoli e cultura che ha vivificato sin dall'antichit la regione
della Linguadoca viene descritta con ricchezza di particolari: dai
Greci, ai Romani, ai Visigoti, per passare ai Merovingi, ai catari, ai
Templari, ai tempi dell'inquisizione e giungere fino ad oggi.
Anche il controverso soggetto degli allineamenti e della geometria
sacra, che secondo alcuni autori contraddistinguerebbe la regione,
viene affrontato con chiara semplicit, prendendo in esame tutte le
varie ipotesi, da quelle di Henry Lincoln e David Wood a tutte le restanti, accettando, sempre con cautela, quanto di buono ora l'una
ora l'altra possono offrire, respingendo in modo netto quelle che, al
contrario, sono frutto di immaginazione troppo spinta e non giustificata
dai fatti.
Anche tutti i documenti in codice e i testi dei celebri dossier segreti
depositati presso la Biblioteca Nazionale di Francia - quegli stessi
documenti che costituiscono il nucleo portante della storia raccontata
da Lincoln - sono radiografati dai Fanthorpe con diligenza e giusto senso critico, tanto da arrivare, seppure ricorrendo al condizionale, a osservazioni del tipo nel caso in cui il Priorato di Sion esistesse davvero.... Ma questo, ancora una volta, non impedisce loro di esplorare fino infondo tutte le possibili conseguenze che l'effettiva
esistenza del Priorato potrebbe determinare, verificando se le
sue origini sono cos antiche (medievali) come sostiene Lincoln oppure
no.
I tentacoli che la misteriosa ricchezza di Saunire sa lanciare, si
spingono molto lontano, non soltanto nel tempo, ma soprattutto nellospazio geografico del nostro pianeta, perch attraversano l'intera
Europa arrivando a toccare, quasi certamente, anche le sponde al di
l dell'oceano. Il racconto dei Fanthopre fluisce limpido e scorrevole
da Rennes-le-Chteau a Parigi, dalla Cappella di Rosslyn presso
Edimburgo, a Shugborough Hall in Inghilterra, per arrivare fino a
Oak Island e al Pozzo del Tesoro di Mahone Bay, nella Nuova Scozia.
La conoscenza che gli autori mostrano nei confronti della tradizione
esoterica europea , a dir poco, eccezionale e questo torna a
tutto vantaggio del lettore che fa la conoscenza, a volte inaspettata,
di personaggi straordinari come sir Francis Bacon (meglio noto in
Italia come Bacone), gli Anson, John Napier, Nicolas Flamel e, ovviamente, di colui che pareva avere il dono dell'ubiquit, il conte di
Saint Germain. In aggiunta a tutte queste informazioni, essi sanno
anche creare uno sfondo storico e culturale d'eccezione in cui i misteri
di Templari, catari, rosacrociani e Trovatori emergono esaminati
con occhio critico e in relazione alla possibile, reale esistenza
del Priorato d Sion.
A questo punto, che cosa potrebbe ancora pretendere di pi uno
studioso appassionato all'intricato mistero di Rennes-le-Chteau?
Ah, s, in tutto questo quadro c' ancora una notzia che torna interessante.
Lionel Fanthorpe  un prete della Chiesa d'Inghilterra e in
questa sua veste ha avuto accesso a conoscenze negate ad altri e ha
potuto, meglio di chiunque altro, approfondire la ricerca su Brenger
Saunire, sulla sua eminenza grigia, l'abate Boudet e sul misterioso
assassinio del parroco che li aveva preceduti, l'abate Glis.
Credo che un 'altra perla  interessante rintracciabile in questa ricerca meticolosa dei Fanthorpe siano i vividi ritratti di alcuni
ricercatori, investigatori e commentatori interessati al mistero che vivono nei pressi dell'affascinante villaggio. Tutti sono considerati con
rispetto e tolleranza, a volte persino con affetto, cosa che, in verit,
attribuisce a queste pagine un tocco di umanit profonda, rendendole,
anche per questo, speciali e diverse.
In definitiva, mi sento di consigliare questo libro per una serie di
motivazioni. Si tratta di un'introduzione, che definirei superba, al
mistero di Rennes-le-Chteau, scritta con mente libera e soprattutto
non condizionata dal voler a tutti costi dimostrare una teoria anzich
un'altra. Un lavoro in cui sia le varie ipotesi che vengono presentate
sia il lettore che ne prende conoscenza sono rispettati nel
giusto modo che ambedue meritano.
Anche se - lo confesso - non mi trovo in sintonia con alcune osservazioni
degli autori, rispetto pienamente il loro coraggio e l'integrit
etica con cui le presentano. Credo che fosse finalmente giunta
l'ora di un po' di chiarezza. Fino a questo momento, il tema del mistero
legato a Rennes-le-Chteau  stato oggetto di un'infinit di
scritti, libri e articoli, che in modo pedissequo non hanno fatto altro
che ripeteremmo alla noia, senza alcun esercizio di critica costruttiva,
le affermazioni e le conclusioni, ritenute inconfutabili, dei primi
scrittori che se ne sono occupati. Si era arrivati, nella coscienza culturale di questo nostro tempo, al punto di respingere il cieco dogmatismo della Chiesa, ma soltanto per sostituirlo con la dittatura assoluta di un revisionismo totale, fondato per sulla fantasia e non sui
fatti. Ebbene, sono convinto che questo libro incoraggi e stimoli il
dibattito, la ricerca personale di ciascuno di noi e esalti la razionalit, come unico mezzo per approdare alla conquista della verit.
E tempo che alcuni boccioli alla fine sboccino e diano i loro splendidi
frutti. Questo  il caso del presente lavoro di Lionel e Patricia
Fanthorpe, il massimo contributo che a tutt'oggi sia mai stato dato a
proposito del mistero di Rennes-le-Chteau. Da ultimo, si tratta di
un libro dannatamente bello e interessante, anche nel caso non ne
condividiate tutte le posizioni. Da parte mia, lo trovo ricco di informazioni, affascinante, piacevole e, sopra ogni cosa, scritto con
grande onest intellettuale.
TIM WALLACE-MURPHY.
 
Prefazione.

Questo libro attirer molti lettori e sono convinto che continuer a
farlo ancora per molti anni, almeno fino a quando il mistero di Rennes-le-Chteau non si sveler una volta per tutte.  un libro che si
meriter, ad uno ad uno, tutti i lettori che riuscir a conquistare, sia
per la straordinaria quantit di notizie che contiene, ma soprattutto
- ci tengo a sottolinearlo - per la trasparente onest e la limpida
chiarezza che stanno alla base della ricerca dei due autori. Shakespeare
mette in bocca al suo Amleto queste parole: Se le circostanze
lo vorranno giunger a scoprire la verit che  nascosta,
quand'anche questa si celasse nel cuore. Parole che potrebbero essere
state il punto di ispirazione degli autori; essi hanno cercato la
verit, puntandola con determinazione e senza alcun tentennamento
o timore.
Ovviamente i lettori pi accaniti di questo lavoro - ma al contempo
anche quelli di cui maggiormente diffidare - saranno tutti quei ricercatori che, nel corso degli anni, sono stati allo stesso modo conquistati
e tormentati dai misteri di questi luoghi e che, tramite i fili
conduttori della vicenda, hanno anch'essi tentato di arrivare, di
spingersi fino al cuore dell'enigma. Ma di questo aspetto i
Fanthorpe hanno preso chiara coscienza e non hanno trascurato
il lavoro di nessuno, prendendo in considerazione, con equilibrio, le osservazioni e le conclusioni di ognuno. Hanno concesso credibilit, l dove hanno ritenuto ce ne fosse; hanno saputo criticare dove ci che si
raccontava non era in alcun modo giustificato dai fatti, ma anche in
questi frangenti hanno saputo muoversi con la giusta dose di delicatezza
e cordialit. Sanno perfettamente - perch lo hanno provato in
presa diretta - quanto certe evidenze, in apparenza clamorose, possano
da un giorno all'altro sgonfiarsi come bolle di sapone, senza
condurre ad alcuna meta. Allo stesso modo,  immaginabile che lo
stuolo di ricercatori ed appassionati assuma questo studio -frutto di
un impegno andato avanti per circa quindici anni - nel giusto modo
e, parimenti, si mostrino generosi e cortesi nei giudizi che intendono
eventualmente esprimere in merito.
La ricerca, in qualunque campo si svolga,  un'operazione impegnativa
e, alla fine, solitaria. Ci sono segreti da appurare o svelare,
reputazioni che si possono creare o perdere, ci sono molti altri che si
muovono nello stesso ambito e che ambiscono ad arrivare per primi
alle conclusioni decisive. Per questo, un ricercatore serio prima di
esporre le sue deduzioni aspetta, attende, tiene la sua fatica solo per
s. Il momento di uscire allo scoperto viene quando decide che  finalmente giunta l'ora di sottoporre la sua fatica agli altri; quando
cio  pronto a ricevere gli strali delle critiche, che possono essere
anche spietate. Intere generazioni di uomini hanno potuto godere
del beneficio delle intuizioni di Lister e Pasteur e chiss quanti
scienziati hanno invidiato il loro genio. Eppure, forse pochi sanno
che prima di vedere riconosciuto ed apprezzato il loro lavoro di ricerca
sono stati disprezzati, contestati e fraintesi a causa di mille
pregiudizi e falsi convincimenti da parte della scienza canonica. La
loro, come sempre,  stata una battaglia solitaria. Perch, infine, il
bravo ricercatore  solo e da solo combatte, se non  accompagnato
da un partner, come dire, intimo, capace di condividere con lui ogni
cosa e di essere un tutt'uno con lui, senza comunque mai smarrire la
determinazione di approdare a conclusioni oneste e corrette.  per
questo che sono ampiamente convinto che saranno tanti gli studiosi
e i ricercatori che leggeranno queste pagine, rispettandole per quello che veramente sono, un contributo pesante ed importante alla
questione in oggetto.
Non c' dubbio che gli amanti di fatti misteriosi siano attratti dalla
storia di Rennes-le-Chteau, ma  altrettanto indubbio che ciascuno
tenda a elaborare una sua propria, personale diagnosi per giungere
ad una sua propria conclusione. Peccato per che il lettore non sia
Hercule Poirot, capace di arrivare ogni volta alla giusta soluzione,
accontentando tutti con una logica, serrata spiegazione dei fatti delittuosi di cui si occupa. Ci sono misteri che continuano a essere tali
e sembrano inaccessibili. Molto tempo fa, nei pressi di Whitechapel,
la Londra vittoriana venne sconvolta da una serie di inspiegabili
mostruosi delitti. Mi riferisco alle vicende passate alla storia come
quelle relative a Jack lo Squartatore, di cui nessuno a tutt'oggi conosce
l'identit. Certo, sono stati fatti alcuni nomi, anche di personaggi
in vista del tempo, ma su tutto ha sempre continuato ad aleggiare
l'incertezza; le sole cose sicure, purtroppo, sono gli efferati
omicidi.
Allo stesso modo, non  detto che anche il mistero di
Rennes-le-Chteau possa essere risolto. Perch la questione 
molto intricata e non concerne solamente l'eventuale presenza di un tesoro nascosto.
Che cosa trov realmente Saunire? Un mistero nel mistero, viene
da dire. Per quale motivo temeva per il proprio futuro, diffidava di
chi lo andava a trovare e si era fatto costruire una porta d'ingresso
d'acciaio? Chi ha assassinato il vecchio parroco di Coustaussa, Antoine
Glis? Che cosa rivel Saunire in punto di morte al suo confessore,
a tal punto sconvolto dalle sue rivelazioni da non sentirsi in
dovere di riconoscergli il pentimento e garantirgli l'assoluzione? E
che pensare ancora oggi dei resti di tre corpi umani rinvenuti nel
1956 nel giardino della canonica di Saunire, persone che erano
state chiaramente uccise? Siamo al cospetto di mere coincidenze?
Certo, le coincidenze hanno le braccia lunghe, ma abbastanza da
riuscire a giustificare un simile concentrato di accadimenti singolari
all'interno di un'area geografica tanto ristretta?
Oppure, piuttosto, non fanno parte, tutte insieme, del grande mistero
che ruota attorno alla figura di Brenger Saunire, arrivato pressoch
intatto fino ai nostri giorni? Sono convinto che gli appassionati
del genere si mostreranno lieti dell'uscita di questo libro, perch,
anche dopo averlo letto, le sue provocazioni continueranno a
frullare nella loro testa, spingendoli a riconsiderare i fatti fino ad
un'ipotesi che sia congrua col modo di sentire di ciascuno.
Uno dei reperti pi eccezionali presenti al British Museum 
senz'altro la celeberrima Stele di Rosetta. Sin dall'antichit erano
note alcune scritture geroglifiche, ma mai nessuno era riuscito a decifrarle,
n tanto meno a leggerle. Quel tipo di scrittura era come un
codice segreto che nessuno al mondo era pi in grado di penetrare.
Ed il loro segreto sarebbe rimasto sepolto nella nebbia del tempo
ancora chiss per quanto, se non fosse stato per un giovane francese,
il quale nel 1799, sul delta del Nilo, nei pressi della localit di
Rosetta, port alla luce una stele di basalto ricoperta di iscrizioni,
fra cui una in una lingua nota e le altre in caratteri geroglifici. Si
racconta che quando il giovane si era reso conto della scoperta era
venuto meno. La lingua conosciuta che compariva sulla stele fu la
chiave per poter scardinare il segreto delle altre, aprendo al mondo
intero la conoscenza della scrittura geroglifica degli antichi Egizi.
Chiunque avesse fatto una scoperta simile non avrebbe di certo potuto,
n voluto, tenerla per s.
Si sa per certo che Tutankhamen fu un faraone secondario, che regn
per soli nove anni e mor attorno al 1352 a.C. Tuttavia, pur nel
gran numero dei faraoni a noi noti, il suo nome  fra quelli pi conosciuti, grazie alla scoperta della sua tomba regale, avvenuta nel
1922 nella Valle dei Re. Affermare che fu il caso a determinare ogni
cosa forse non  corretto. Lord Carnarvon ed il suo compagno di
scavi Howard Carter stavano mandando avanti una campagna che
durava ormai da sedici anni. Indubbiamente, vennero lautamente
premiati perch la tomba del giovane misterioso faraone che essi ebbero
il merito di portare alla luce era intatta e perfetta, completa di
tutti gli arredi sacri che vi erano stati riposti centinaia e centinaia di anni prima, unico sepolcro regale rinvenuto perfettamente integro.
Come avrebbero potuto non condividere una simile, travolgente scoperta
con il mondo intero?
Al contrario, il tesoro scoperto da Saunire - qualunque esso sia -
sembra essere qualcosa di diverso. Indubbiamente, deve aver avuto
un'importanza fondamentale per la sua esistenza. Da povero che
era, all'improvviso, la sua vita aveva preso la piega, del tutto inedita,
di una stravagante ricchezza. Sarebbe stato un uomo veramente
strano, raro, se avesse portato con s nella tomba il segreto di cui
era venuto a conoscenza, senza far sapere ad altri in che cosa consistesse
e a cosa potesse condurre. Perch  tipico della natura umana
condividere, confidarsi con qualcuno. Si racconta che anche
Saunire ebbe questo comportamento e che abbia confessato ogni cosa alla
sua perpetua, Marie Dnarnaud. Ma possiamo essere certi che l'abbia
fatto veramente? Fa sempre parte dell'umana natura condividere
con altri ci che si vorrebbe accadesse. Perch, pur avendone
la possibilit, dopo la morte di Saunire, Marie non rivel mai nulla a
nessuno? Saunire dichiar ogni cosa sul letto di morte, al suo confessore?
Non lo potremo sapere mai.  invece probabile che egli sia
venuto a conoscenza di qualcosa di allarmante, ma di nessun conto
rispetto al presunto mistero di Rennes-le-Chteau, cos come noi oggi
lo intendiamo.  evidente che tutti coloro che si sentono attratti
dall'insolito, dal sovrannaturale, dal mondo della fantascienza e
dell'immaginazione, in ricerche come questa troveranno tanti spunti
di interesse. Uno degli autori, Lionel Fanthorpe,  stato per molti
anni un rinomato autore di fantascienza e fantasy e gli scaffali delle
librerie ancora esibiscono in bella mostra molti dei suoi libri, scaturiti da una immaginazione pi che fervida. Nelle pagine di questo lavoro per, non ha avuto necessit di inventarsi nulla, perch tutto
ci che di stravagante e misterioso si pu immaginare lo troviamo
nella vicenda di Rennes-le-Chteau. Ci che ha dovuto fare, al posto
di inventare,  stato mettere in ordine, catalogare, registrare. Troviamo, cos, descrizioni di triangoli esoterici, pentagoni, riferimenti criptati e segreti custoditi in dipinti allusivi, tombe, persino nello stesso paesaggio. Troviamo riferimenti a strani culti religiosi, eresie, societ segrete e via dicendo. Crittogrammi, codici e cifrari occulti non mancano e Fanthorpe, questa volta, non ha dovuto inventarseli.
Come in un'area geografica cos ristretta possano essersi concentrate,
oltre a quella del tesoro, indipendentemente dalla sua natura,
cos tante storie di misteri, grotte labirintiche, sepolture nascoste e
quant'altro  venuto a crearsi attorno al piccolo villaggio - tutti
enigmi, sia ben chiaro, ancora adesso lontani dall'essere risolti, ammesso che un giorno poi lo siano - sembra un fatto a dir poco eccezionale, a sua volta in grado di proporre nuovi dilemmi irrisolti e
inediti misteri. Chi  appassionato di codici segreti e di crittografia
trover pane per i suoi denti in alcuni importanti capitoli del libro,
anche se alla fine dovr convenire, ancora una volta, su come il mistero
di Rennes-le-Chteau persista, indifferente a ogni sforzo compiuto.
D'altro canto - verrebbe da dire - Rennes-le-Chteau non ha
celato il suo enigma invano.
Anche i cacciatori di tesori - quelli che sono convinti di trovare un
giorno o l'altro un forziere pieno d'oro, sepolto nel punto in cui nasce
l'arcobaleno - troveranno molti stimoli interessanti nella lettura
di questo libro. E non  detto, magari, che davvero qualche bel tesoro
non possa essere scoperto. Si racconta che un giorno Dio chiese a
Salomone, il grande sovrano di Israele, di esprimere ci che pi desiderava possedere. Il re disse la saggezza, la capacit infallibile di
discriminare fra il bene e il male. Narra il mito, che la stessa opportunit venne offerta al re Mida, il quale per scelse malissimo, chiedendo, ed ottenendo, che tutto ci che toccava si tramutasse in oro.
Se un normale piatto in ceramica che si trasformava in oro era cosa
accettabile, non lo poteva certo essere una gustosa pietanza; come
d'altra parte un figlio d'oro non era pi un figlio, ma la sua statua
dorata, priva di vita.
Credo che la maggior parte di noi, mortali e pieni di crucci e sofferenze, davanti ad una simile chance opterebbero, senza neppure
pensarci su troppo a lungo, per l'elisir di lunga vita, la formula di
un processo di arresto della senescenza, per estendere la vita a piacere.
Era forse questo il segreto che costituiva il tesoro di Saunire?
Oppure si trattava della celebre pietra filosofale, di antichissima
memoria, capace di trasformare la vile materia in metallo nobile,
nello specifico in oro? Immagino che tutti siano attratti da una conquista simile e che molti pagherebbero chiss che cosa per poterne
disporre. Era dunque questo il suo tesoro? Oppure, ancora, aveva
forse messo le mani sul Santo Graal, il sacro calice usato da Ges
nell'Ultima Cena in compagnia dei suoi discepoli? Sarebbe stata
una scoperta incomparabile, ma se cos  stato davvero, che cosa ne
fece Saunire? Venne forse in possesso dell'altrettanto celebre Lancia
del Destino, quella sepolta al posto di Cristo nella tomba, quella
con la quale Longino lo aveva colpito al costato, mentre era sulla
croce? Il possesso di una di queste reliquie cristiane avrebbe rinsaldato
la potenza della Chiesa oltre ogni limite. Ma come immaginare
che la Chiesa stessa possa aver comprato  un simile oggetto da un
suo prete? Mi pare improprio.  comunque evidente che reliquie come
queste eccitano l'immaginazione dei ricercatori e tutti ambirebbero
a poter mettere le mani su una di esse.
Anche i prodotti di qualit non sfuggono mai alla dura legge della
critica, ai detrattori. Non c' mai nulla che soddisfi tutti e appieno.
La Chiesa di Roma in questo sembra superare tutti, malgrado i tanti
risultati positivi raggiunti ed il bene fatto e diffuso, grazie alla sua
opera, in ogni angolo del mondo. Certo, alcuni suoi aspetti, alcuni
suoi, come dire, organismi, sono giustamente da criticare, ma non si
deve fare di ogni erba il solito fascio indistinto. Uno dei coautori di
questo libro  un prete d'oggi e l'oggetto principale della sua ricerca
sono la vita, le opere e i misteri di un prete come lui, vissuto nel
secolo precedente. Come a dire che un fratello in Cristo cerca di
comprenderne un altro. Gli autori di queste pagine rivelano sin da
subito la loro incapacit a credere determinati fatti scottanti. Non
saranno mai pronti ad accettare certe illazioni secondo le quali la
morte e la Resurrezione di Cristo farebbero capo ad un inganno;
perch Cristo, sopravvissuto al tormento della croce, sarebbe stato
salvato dai suoi fidi seguaci, sarebbe scappato e quindi, unitosi alla
compagna Maria Maddalena, avrebbe trovato rifugio in luoghi lontani
dalla Palestina. Con questo stesso atteggiamento, ritengo sia
del tutto improbabile immaginare che un prete d'oggi possa pensare
che un collega, vissuto molto tempo prima di lui, scoperto il mistero
da sempre celato della sopravvivenza, della fuga e del matrimonio
di Cristo, lo abbia venduto alla madre Chiesa, sotto la minaccia
di rivelare ogni cosa, diventando in tal modo improvvisamente
ricco. Sono anch'io convinto che il cristianesimo sia fortemente
criticabile, ma non in modo cos smaccatamente lontano dalla verit
e dai fatti accaduti. La religione cristiana fa della Resurrezione di
Cristo il suo punto vitale,  da qui che le proviene forza e potenza:
Cristo mor, venne sepolto e resuscit, vincendo la morte. Sono certo
che sia il prete di questo nostro secolo che il prete di quello scorso
- uno inglese e l'altro francese - non possano mettere in dubbio
anche solo una briciola di questa incontrovertibile verit. La stessa
religione cristiana, nella sua essenza pi intima, dipende da questa
convinzione, in caso contrario ne verrebbe totalmente annichilita.
Fatte tutte queste osservazioni e premesse, alla fine, che cosa rintracci per davvero il nostro misterioso Brenger Saunire? Quasi
certamente un qualche tesoro che lo rese improvvisamente ricco,
molto al di l delle sue pi rosee aspettative e speranze. Chi legger
questo libro e, magari, un giorno si recher sul posto,  chiamato a
farsi una sua idea sulla questione, sul mistero. Perch, dopo tutto,
c' ancora molto da scoprire. Sono convinto si tratti di qualcosa di
ben superiore alla violazione occasionale di una sepoltura, di una
tomba. Di certo, di qualunque cosa si sia trattato, lo rese ricco e la
ricchezza lo fece potente. Ma non mi sembra giusto offrire di
Saunire l'immagine di un uomo che non era benvoluto da nessuno e
che non era in pace con se stesso. Verso la fine della sua vita sembrava
che il mistero che lo aveva coinvolto non lo interessasse pi,
che avesse cessato, una volta per tutte, di investigarlo. Tuttavia, il
mistero non ha mai cessato di affascinare e di chiamare a raccolta
stuoli di ricercatori anche dopo la morte di Saunire (1885-1917),
che oggi riposa, nel piccolo cimitero annesso alla chiesa di Rennes-
le-Chteau, accanto alla tomba della sempre fedele perpetua, Marie
Dnarnaud. Che egli possa trovare nell'eternit quella vera pace e
quel definitivo perdono che, forse, nella sua vita terrena non aveva
ancora raggiunto.
Cardiff, 1991
Stanley Mogford.
 
Introduzione al mistero
Praemonitus praemunitus.

Nella luce del crepuscolo serale, il villaggio di Rennes-le-Chteau
non  nient'altro che una leggera sagoma sulla cima di un colle: il
contorno di un mistero, con la sua torre, la chiesa, un castello in rovina.
Che cosa mai si pu nascondere in questo luogo, quale mistero
difende?
Si arriva all'aeroporto di Tolosa, si imbocca la superstrada, si supera
la citt di Limoux, si prende la strada che si inerpica verso Couiza ed
ecco, l in fondo, stagliarsi Rennes-le-Chteau. Qui la realt ordinaria
di tutti i giorni ha da tempo lasciato spazio al mondo fantastico di
Lewis Carroll. Questo  come i luoghi fantastici che i ragazzi
di Pevensey ebbero la sorte di scoprire rovistando negli armadi del geniale
canonico, loro insegnante. Lo stesso contesto, lo stesso mondo in cui
si viene a trovare George MacDonald, il narratore-protagonista
di Lilith, una volta passato attraverso il magico specchio
dell'antica biblioteca.
Una terra dove, nel tempo, si sono incrociati i destini di potenti
popoli: i Tettosagi, i Celti, i Romani, i Visigoti; dove sette segrete
e ritenute eretiche come quelle di catari, Templari e Trovatori hanno
esplorato gli infiniti labirinti delle grotte calcaree della zona; dove,
infine, Brenger Saunire, il prete, divenne immensamente ricco.
Ed  proprio qui che il mistero nasce, con il parroco Brenger
Saunire. Nato l'11 aprile del 1852, venne nominato parroco di
Rennes-le-Chteau il primo giugno del 1885.
Dopo non molto tempo, incominci
a spendere cifre enormi. Dalle prove oggi a disposizione non
siamo ancora in grado di capire fino in fondo che cosa sia capitato:
se abbia rinvenuto un tesoro nascosto, oppure escogitato qualche originale
metodo per fare quattrini. La sostanza dei fatti attesta della
sua ricchezza. La torre, il giardino, la villa, le statue, le pitture e le
decorazioni con cui Saunire abbell a sue spese la piccola chiesa del
villaggio dedicata a santa Maria Maddalena, dimostrano in modo
inequivocabile il passaggio nelle sue mani di un fiume di denaro
molto consistente, per il periodo in cui egli rimase parroco del paese,
vale a dire trentadue anni, fino al 22 gennaio 1917, data della sua
morte.
Esplorare e ricercare all'interno del grande enigma di Rennes-le-
Chteau  un po' come sbucciare una grande, gigantesca, cipolla,
con la sola differenza che il ricercatore sembra muoversi dall'interno
sempre pi verso l'esterno, passando dagli strati pi stretti a quelli,
via via, pi larghi. Ogni scoperta, infatti, non fa altro che aprire altri
orizzonti, mettere in risalto nuovi problemi dentro i quali affondare
un nuovo ramo di indagine.
Assodato l'indubitabile fatto che Saunire disponeva di molti soldi
da spendere, sorge spontanea la prima domanda: da dove gli arrivavano?
Le possibili spiegazioni sono molte: alcune sono improbabili
e troppo fantasiose, mentre altre sembrano competere ad armi pari
per il ruolo della pi credibile.
Senza voler anticipare il contenuto del capitolo in cui si parla in
modo dettagliato dei manoscritti in codice che si dice Saunire abbia
rintracciato all'interno di una colonna cava a sostegno dell'antico altare
di origine visigota della sua chiesa, una delle risposte pi accreditate
 quella che sostiene egli abbia messo le mani su di un tesoro.
Stando ad una versione dei fatti - plausibile, ma non per questo
esente da critiche - i messaggi in codice lo avrebbero condotto alla
scoperta di un tesoro visigoto composto da pezzi d'oro, d'argento e
gioielli, sepolto accanto al corpo di re Dagoberto II, all'interno di
una cripta segreta sotto la vecchia chiesa del villaggio. Una elaborazione
di questa ipotesi fa risalire il tesoro - o, per lo meno, la maggior
parte di esso - fino a re Salomone, al tesoro di Gerusalemme,
conservato in Terra Santa.
Secondo alcuni storici, il tesoro di Salomone sarebbe stato trasferito
a Roma a seguito della conquista della Palestina da parte del generale
Tito (alcuni pezzi sarebbero rappresentati nelle sculture che
abbelliscono il suo arco di trionfo) e da qui razziato, durante il sacco
di Roma del 410 d.C., dai Visigoti di Alarico. Questa versione supporta
la possibilit che l'odierno, altrimenti insignificante, villaggio
di Rennes-le-Chteau sia stato un tempo un importante centro visigoto,
una citt potente e fortificata.
Stando ad un'altra teoria, Saunire si sarebbe imbattuto in alcune
tombe antiche di nobili personaggi, accompagnati, come era costume
dei tempi, da corredi funerari di grande valore, come gioielli e
monili in oro. Chi sostiene questa ipotesi la sostanzia ricordando le
frequenti, quasi clandestine, passeggiate compiute da Saunire in
tutta l'area circostante il villaggio, da lui giustificate come escursioni
finalizzate alla ricerca di campioni di rocce per la sua collezione
di minerali.
Nella regione esistevano alcune roccheforti catare come
Montsgur, Puivert, Usson, Peyrepertuse, Quribus e
Puilaurens. Si racconta che poco prima che Montsgur -
l'ultimo caposaldo della resistenza
catara - cedesse sotto i colpi dei Crociati nel 1244, notte tempo
un manipolo di catari sarebbe riuscito a involarsi, portandosi dietro
il tesoro della loro fede. Non siamo in grado di definire in che
cosa consistesse questo tesoro, per quanto, se si pu dar credito alle
confessioni strappate sotto tortura agli eretici catari dagli aguzzini
dell'inquisizione, pare si trattasse di pecunam infnitam, in senso
letterale una quantit di denaro senza limiti. Era questo il tesoro
scoperto da Saunire?
Dopo la caduta dei catari, la scena venne conquistata dai Templari:
banchieri finanziatori delle Crociate, enigmatici preti-guerrieri che
hanno condotto inesorabilmente i cacciatori del tesoro nella direzione
di Gerusalemme e del favoloso tesoro del Tempio di Salomone.
Antiche leggende samaritane favoleggiavano dell'esistenza, sin da
tempo immemorabile, di un grande tesoro nascosto sul monte
Gerizim in Terra Santa, luogo dove  dato per certo un
insediamento templare.
I Templari rintracciarono questo tesoro? Una volta conquistato,
lo trasferirono, forse, in un luogo sicuro quale poteva essere, all'epoca,
il Castello di Blanchefort, nelle strette vicinanze di
Rennes-le-Chteau? E, una volta qui, era stato rinvenuto da Saunire?
Una fra le idee pi singolari e strane chiama invece in causa l'opera
di alchimisti (forse non a caso una delle torri ancora in piedi dell'antico
Castello degli Hautpoul a Rennes  detta, per l'appunto,
torre dell'alchimista) e rosacrociani. Sappiamo che la moderna
scienza nucleare  in grado di trasformare un elemento in un altro. Il
processo  per cos costoso e richiede l'impiego di una quantit
cos impressionante di energia che, per il momento, per ottenere l'oro
 ancora pi economico continuare a trivellare le vene aurifere
delle miniere. Tuttavia, che dire se i favoleggiati dieci milioni di
pezzi d'oro rispondessero al vero? Perch escludere che un alchimista
medievale sia riuscito nell'impresa di sintetizzare la pietra filosofale?
E perch, ancora, non immaginare che egli abbia lasciato in
eredit questo suo segreto, poi rintracciato e decifrato proprio da
Saunire?
Si tramanda che alchimisti e rosacrociani fossero custodi e detentori
di almeno due grandi segreti: quello della pietra filosofale - capace
di trasformare anche la materia pi vile in oro - e quello dell'elisir
di lunga vita, capace di garantire longevit e una prolungata giovinezza,
anche se, forse, non in grado di offrire la vita eterna. Se
per consideriamo i numerosi malanni che hanno accompagnato la
sua vita e la morte avvenuta a 65 anni - vale a dire in et relativamente
giovane - non parrebbe essere stato questo il grande segreto
alchemico venuto a conoscenza dell'abate Saunire. Ci malgrado,
esiste un curioso collegamento fra Rennes-le-Chteau ed il segreto
della longevit, un legame rappresentato dall'uomo che indossava la
Maschera di Ferro.
In un altro capitolo viene presentata la strana storia legata a Nicolas
Fouquet, sovraintendente alle finanze della corona francese al tempo
di re Luigi XIV, sul quale gi ora possiamo dare qualche cenno. Sappiamo
per certo che Fouquet e suo fratello pi giovane furono coinvolti
in qualcosa di misterioso che aveva a che fare con il celebre pittore
Poussin e, per il suo tramite, con Rennes-le-Chteau. A seguito
di questo, Fouquet era caduto in disgrazia presso il re e, stando ad alcuni,
sarebbe stato lui lo sconosciuto personaggio condannato a vivere
in prigione portando sempre sul volto una maschera di ferro. La
leggenda racconta che quando l'uomo mor, i pochi testimoni che si
occuparono della sua sepoltura ebbero modo di constatare come,
malgrado i patimenti subiti, il suo volto non presentasse i segni di
vecchiaia e di patimento che ci si sarebbe attesi. Ne nasce un'ipotesi
ardita.
Poussin avrebbe potuto rivelare a Fouquet il segreto dell'elisir di
lunga vita e questi lo avrebbe negato al suo re, Luigi XIV, sempre
speranzoso, comunque, di poterlo conoscere. Potrebbe essere questo
il motivo per cui il re avrebbe continuato a mantenere segregato per
tanti anni il prigioniero mascherato? Da una parte, infatti, Fouquet
ben si rendeva conto che una volta venuto a conoscenza del segreto
il sovrano avrebbe potuto fare di lui quel che desiderava; dall'altra,
il re non osava avanzare alcuna mossa, nella speranza che col trascorrere
del tempo il prezioso prigioniero gli rivelasse il tanto agognato
segreto alchemico. Insomma, un enigma fra i pi classici e affascinanti.
Un altro gruppo di studiosi sostiene che Saunire sarebbe entrato a
far parte della dirigenza pi avanzata di una setta segreta politico-religiosa
nota come Priorato di Sion, dalla quale sarebbe stato lautamente
foraggiato per tenere sotto controllo la regione della Lingua-
doca e di Rennes in particolare.
In merito si parla di un profondo collegamento che unirebbe una
particolarissima, speciale linea di sangue con genealogie locali come
quella dei conti di Razs con la schiatta dei re merovingi, a loro volta
uniti in linea dinastica diretta con la discendenza di Cristo che avrebbe
dato origine a un proprio lignaggio col matrimonio consumato
con Maria Maddalena. Saunire sarebbe venuto a conoscenza di questi
fatti che avrebbe minacciato di diffondere se la Chiesa di Roma
non gli avesse passato congrue ricompense per metterlo a tacere.
Esistono alcuni riferimenti che sembrano collegare Rennes-le-Chteau
all'antico Egitto, millenni prima dell'avvento dell'era cristiana.
In questa ipotesi il molo principale viene svolto da Ermete Trismegisto,
il dio egiziano Thot. La sua leggendaria, impagabile, Tavola Smeraldina
avrebbe trovato la via di Rennes-le-Chteau e qui sarebbe finita
nelle mani di Saunire. Riscontriamo anche un nesso con la dea
Iside, la grande madre di tutte le genealogie divine della mitologia
egiziana, sorella-moglie di Osiride e madre del piccolo Horus, destinato
a crescere per contrastare il terribile dio del male Seth, vendicando
in tal modo la morte del padre Osiride, trionfalmente risorto a
nuova vita. Il tema della madre-dea ricorre sovente nell'intrico dei
riferimenti collegabili a Rennes-le-Chteau.
Uno studioso molto attento di magia - persona con la quale gli autori
hanno affrontato innumerevoli, affascinanti discussioni - si dice
certo che Saunire praticasse un rituale potentissimo, conosciuto come
Invocazione a Venere, grazie al quale riusciva ad avere visioni
precise del futuro. A suo dire, Saunire - coadiuvato in questo dalla
fedele Marie Dnamaud - si sarebbe arricchito vendendo le sue
accurate predizioni a ricchi e aristocratici, dai quali veniva profumatamente
ricompensato per i suoi vaticini. La riuscita di questo incantesimo
particolare sarebbe anche stata favorita dalla presenza di un
pentagono magico naturale insito nella geografia di Rennes e dintorni
e dalla sua corrispondenza terrena con la figura del pentagono
celeste che il pianeta Venere disegna nel cielo ogni otto anni. Si mormora
che il rituale contenesse anche numerosi risvolti di natura sessuale,
visto che Venere-Afrodite era da sempre considerata la dea
dell'amore fisico. In questa ottica, perch escludere che sul letto di
morte Saunire abbia confessato queste pratiche al proprio confessore,
il quale si sarebbe sentito impedito dal concedergli l'assoluzione
dai peccati, esattamente come nella leggenda nordica accade a
Tannhuser?
Altri affermano con convinzione che, in realt, il vero saggio, il vero
protagonista della storia di Rennes-le-Chteau non fu il povero e
modesto Saunire, bens Henri Boudet, il vecchio parroco della vicina
Rennes-les-Bains. Saunire era la voce e il braccio operativo,
Boudet era la mente. Il primo era la sgargiante marionetta che si
muoveva sul palcoscenico i cui fili erano per tirati dal secondo, che
svolgeva il compito del burattinaio che dirige ogni azione del pupazzo
inanimato stando nell'ombra.
Nel 1886 Boudet, illustre accademico, aveva dato alle stampe un libro
per lo meno enigmatico intitolato La Vraie Langue Celtique et le
Cromlech de Rennes-les-Bains, un testo intriso di paronomasia e dai
significati duplici e criptati. Un semplice esempio credo spieghi meglio
di ogni descrizione la tipologia di questa sua opera. Alle pagine
298 e 299 Boudet scrive a proposito della caccia (la chasse)
al cinghiale selvatico (le sanglier) e all'orso (l'ours). Ma l'aggiunta di un
accento circonflesso alla parola francese che significa caccia la trasforma
in sepolcro o reliquario, mentre sanglier pu essere divisa
facilmente in due parole che stanno a significare linea di sangue,
genealogia (sang lier). A proposito dell'orso non solo riporta
al re Art di The Bear of Britain (il celebre libro di Edward
Frankland pubblicato a Londra da MacDonald nel 1944) ma la
parola si rivela
alquanto simile e assonante al vocabolo francese che sta per oro
(l'or). Certo, giochi di parole tipo questo o riferimenti simbolici possono
casualmente scaturire in modo naturale in una mente fervida;
ma quando questo si ripete in continuazione, come avviene lungo le
pagine del libro di Boudet,  evidente che la cosa diventa intrigante e
merita una osservazione pi attenta. Se la chasse sanglier  metafora
per il Santo Graal (il sacro calice o contenitore del sangue che unisce),
allora il riferimento ad Art si fa ancora pi esplicito, vista la
leggenda, a lui legata, della ricerca del Graal da parte dei Cavalieri
della Tavola Rotonda.
Ci sono spunti che mettono in relazione Saunire con gli Asburgo e
con un suo tentativo di avvicinamento ai reali dell'antica dinastia austro-ungarica
per cercare di vendere alcune preziosissime reliquie da
lui ritrovate all'interno di una tomba venuta alla luce a
Rennes-le-Chteau. Sebbene, in effetti, nel 1806 Francesco II
avesse abdicato al
titolo di imperatore del Sacro Romano Impero per evitare in anticipo
che Napoleone glielo sottraesse di forza, gli Asburgo continuavano a
rimanere la casa nobiliare pi legittimamente accreditata a conservare
questo titolo prestigioso.
Va da s che difficilmente un prete avrebbe potuto commerciare reliquie
preziose con il Vaticano, viceversa l'imperatore di diritto del
Sacro Romano Impero avrebbe potuto essere interessato in modo legittimo
all'affare. La cosa suscita l'inquietante interrogativo:
Saunire prov davvero a piazzare reliquie preziose presso
la Casa reale degli Asburgo?
Il suo contatto con i discendenti reali di questo
casato potrebbe avere a che fare in qualche modo col misterioso suicidio
di Rodolfo nel padiglione di caccia di Mayerling nel 1899, oppure
con la successiva fuga e conseguente scomparsa in mare del
giovane arciduca Giovanni Salvatore, che al momento della morte
aveva rinunciato a tutti i titoli nobiliari ed onorifici per assumere
semplicemente il nome di Johann Orth, cognome che significa, guarda
caso, orso?
Dando credito ad un'altra, del tutto contrapposta, teoria, una consistente
quantit dell'oro che compone il grande tesoro sarebbe ancora
oggi celata nelle tante grotte che punteggiano la parte meridionale
della collina su cui si erge Rennes-le-Chteau. A sostegno di questa
possibilit, esiste la leggenda locale che parla di minatori tedeschi
intenti secoli or sono a segrete operazioni nelle grotte, azioni rimaste
del tutto nascoste e sconosciute anche a causa della non conoscenza
della lingua francese della Linguadoca da parte di questi misteriosi
cercatori. Esistono anche rapporti relativi a scheletri rinvenuti, qua e
l, nella zona, che potrebbero essere proprio quelli di questo gruppo
di uomini.
Ecco, tratteggiate in estrema sintesi, alcune delle strade attraverso
le quali il prete Brenger Saunire avrebbe potuto diventare ricco.
Tuttavia, sebbene la questione della sua enorme ricchezza costituisca
il primo assodato fatto rilevante del mistero di Rennes-le-Chteau, la
questione  alquanto pi intricata e complessa, pi profonda e antica,
che non la semplice storiella di un curato di campagna che diventa
improvvisamente ricco per cause sconosciute. In altre parole,  probabile
che la vicenda di Saunire e della sua perpetua Marie non sia
altro che il buco della serratura attraverso il quale poter scorgere
qualcosa di molto pi importante e strano.
Rennes-le-Chteau e l'area che le sta attorno presentano una geografia
intricata, sia a livello geologico che topografico. Molti dei segni
distintivi del paesaggio, infatti, sembrano essere allineati fra loro
in modo non casuale e quanto mai singolare. Se l'abate Boudet era
nel giusto, in effetti le antiche vestigia di dolmen, cromlech e menhir
della zona sono particolarmente intriganti.
A partire dai Celti per arrivare ai catari, dai Templari ai moderni
esploratori di oggi, da secoli molti fra coloro che hanno con attenzione
esplorato, ed esplorano, la zona di Rennes-le-Chteau sono convinti
che la soluzione del mistero si celi proprio fra queste forme
enigmatiche e nell'interpretazione delle linee e degli angoli che le
uniscono.
L'enigma che ruota attorno a Rennes-le-Chteau trova alcuni fra i
suoi risvolti pi interessanti e profondi nella religione e nell'archeologia.
Anche mettendo da parte il provocatorio discorso relativo ai
rapporti fra Ges Cristo e Maria Maddalena (che, lo ricordiamo, altro
non  che una recrudescenza di un attacco alla credibilit del cristianesimo
gi sferrato secoli e secoli or sono contro la Chiesa romana),
i riferimenti a religioni ancora pi antiche come quelle di
Caldei, Ebrei, Egizi e Celti, sono alquanto numerosi.
Di certo, almeno una parte del mistero  racchiusa in codici segreti,
cifrari e crittogrammi fra i pi complessi che fanno capolino in continuazione.
Nei pressi di Axat si trova un sepolcro misterioso, la
tomba in cui nel 1915 venne sepolto il curato Henri Boudet. Sulla lastra
tombale si scorge un messaggio in codice che richiama, in tutto
e per tutto, l'enigmatico modo in cui lo stesso abate aveva redatto il
suo gi citato libro, La Vraie Langue Celtique et le Cromlech de
Rennes-les-Bains. Sempre ad Axat esiste una chiesetta sconsacrata
dove sulla parete che sta sotto le campane si pu scorgere, appena
sopra all'orologio, il curioso disegno di una stella con delle rose.
Sappiamo per certo che la lastra tombale di Marie de Ngre venne
meticolosamente abrasa da Saunire in persona. Per mera coincidenza,
per, la scritta che vi era riportata  lo stesso giunta fino a noi per
merito di un antiquario locale, che dopo averla trascritta l'aveva riportata
integralmente in una sua pubblicazione. Questa iscrizione  il
perfetto anagramma del messaggio in codice tratto dalle presunte antiche
pergamene che si dice Saunire abbia rintracciato all'interno
della colonnina cava in stile visigoto posta a sostegno del vecchio altare della sua chiesa di Rennes. Che significato attribuire agli esseri
simili a tritoni che compaiono sull'antica fontana che sta nella piazza
appena fuori della casa natale di Saunire a Montazels? E ancora:
nel tempo in cui il misterioso abate era in vita, il campanaro della
chiesa - il cui nipote ancor oggi vive nel villaggio - ebbe a rinvenire
una piccola fiala in vetro all'interno di un incavo nascosto nella nicchia di un balaustro ligneo. Dopo averla consegnata a Saunire, il
prete aveva riportato alla luce la Pietra del Cavaliere, oggi esposta
nel museo di Rennes-le-Chteau. Che cosa era scritto nel foglietto di
pergamena nascosto dentro la fiala vitrea? Saunire non solo riusc a
rintracciare delle indicazioni preziose, ma lui stesso ne lasci parecchie, per esempio, nelle statue e nei dipinti che ornano la chiesa del paese e forse anche nella torre, nel giardino, nella Villa Betania che si fece costruire.
Insomma, il mistero di Rennes-le-Chteau  come un polipo gigante
che lancia i suoi tentacoli lontano e un po' ovunque. Non  confinato
a Razs, nel Midi, in Francia, ma si spinge ben oltre. Nel parco
di Shugborough Hall, nello Staffordshire, in Inghilterra, si pu ammirare
un monumento che  la riproduzione fedele, ma speculare,
cio rovesciata, del soggetto del quadro di Nicolas Poussin intitolato
I pastori d'Arcadia. Su questo manufatto artistico del XVIII secolo,
ormai conosciuto come il Monumento ai Pastori, compare una strana
iscrizione:
OUOS-VAV-V
D- M-
Una plausibile interpretazione di questa iscrizione  gi comparsa
nel nostro precedente lavoro dedicato a Rennes-le-Chteau, tuttavia
ce ne occupiamo ancora in modo dettagliato anche in questo libro,
fra qualche capitolo.
La tanto dibattuta idea di Michael Bradley, esposta nel suo libro intitolato
The Holy Grail Across th Atlantic (edito nel 1988 da
Anthony Hawke, Canada), ci porta addirittura a migliaia di chilometri
di distanza, mettendo in relazione il mistero di Rennes-le-Chteau
con un altro grande enigma dei nostri tempi, il Pozzo del Tesoro di
Oak Island, nella Nuova Scozia, soggetto che, guarda caso, abbiamo
trattato ampiamente in una nostra ricerca del 1988. Due, e divergenti
fra loro, sono le teorie a proposito del Pozzo del Tesoro: una sostiene
che esso preserva - o per lo meno preservava - un grandioso tesoro;
l'altra che cela una cripta funebre segreta dove  sepolto un sant'uomo
anticamente capo religioso di un gruppo di rifugiati riparati nel
Nuovo Mondo secoli or sono.
Prendendo in considerazione l'antico Meridiano di Parigi, la sua
proiezione ci porta a visitare alcuni luoghi interessanti fra cui anche
Arques (dove un tempo si trovava una tomba molto simile a quella
che compare nel quadro di Poussin) e Conques (dove  conservato
uno dei reliquari in oro e pietre preziose pi belli che abbiamo mai
visto). Ma seguendo la linea ideale del Meridiano, quella che congiunge
Parigi con Arques, sia spingendosi a sud che a nord le sorprese
non mancano. Insomma, viene spontaneo riconoscere che la collocazione
dell'antico Meridiano di Parigi non deve essere stata casuale,
bens individuata con intenzione.
Il gusto e la passione che l'abate Boudet mostrava nei confronti dei
riferimenti, dei giochi e delle allusioni verbali, etimologiche e fonetiche,
deve mettere in allarme i ricercatori, chiamati a stare attenti alla
possibilit che nelle pieghe del mistero di Rennes-le-Chteau si
possano nascondere chiss quante altre situazioni di questo tipo. Per
esempio, non ci vuole molto per passare dal nome Arcadia, che
compare nel titolo del quadro di Poussin, ad Acadie o Acadia e da
qui agli Acadiani della Nuova Scozia.
In forza del Trattato di Utrecht del 1713 l'antico possedimento
francese di Acadia pass agli Inglesi e nel 1755, quando la guerra oltre
oceano fra le due nazioni raggiunse i toni pi aspri, alcune migliaia
di abitanti di questa regione furono deportati con la forza. Uno
dei gruppi pi consistenti di rifugiati trov asilo a Bayou Teche, in
Louisiana. La loro storia singolare e il loro particolare modo di vivere
 arrivato fino a noi grazie all'interessante serie di libri a firma di
George Washington Cable. La loro mitologia, le leggende e le storie,
ma soprattutto i canti in cajun (una specie di dialetto derivato dall'acadiano) costituiscono una fonte di materiale originale di grande interesse.
Per quanto strano possa sembrare, i tentacoli del mistero di
Rennes-le-Chteau sembrano in qualche modo insinuarsi anche in
questa tradizione e, pi in particolare, nei canti popolari e nella musica di New Orleans. Che cosa nascondono le medievali cantate di trovatori e cantastorie e che cosa hanno da condividere i ventidue versetti della ballata dedicata al re Dagoberto con i canti della tradizione popolare e folcloristica della musica in lingua cajun?
Nel passare dei secoli, Rennes-le-Chteau non ha soltanto stimolato
la vena di scrittori ed artisti, ma ha anche solleticato l'estro di
musicisti. Nella pittura, sin dal 1618, Giovanni Francesco Barbieri
(1591-1666) - meglio conosciuto col soprannome di Guercino, per
via dello sguardo strabico - dipinse una tela che potremmo definire
antesignana di quella di Poussin, un dipinto che anticipava il tema
di Et in Arcadia ego cos fortemente collegato a Rennes-le-Chteau,
in cui, nel cuore di un boschetto, si vedono due giovani uomini (presumibilmente, ma non necessariamente, dei pastori) intenti ad osservare un teschio collocato su di un plinto marmoreo. Dopo il
Guercino sono venuti Poussin e i Teniers (padre e figlio), Delacroix
e il pittore e poeta d'avanguardia Jean Cocteau. Sul fronte letterario
uno dei pi grandi romanzieri del XIX secolo, Victor Hugo, inser
nel suo poema epico La Lgende des Sicles una sezione a dir poco
strabiliante, intitolata La Confiance du Marquis Fabrice. Un capitolo di questa sottosezione del poema si intitola Un seul homme sait
o est cache le trsor, ossia un solo uomo sa dove  nascosto il tesoro
e parte di questo racconto si svolge proprio in luoghi molto vicini
a Rennes-le-Chteau. Davvero strano.  per questo che le opere
di questi scrittori ed artisti devono essere analizzate con grande cura,
alla caccia di qualche nuovo stimolante spunto o riferimento in
esse nascosto.
Oltre alle schiere di celebri artisti e scrittori che si sono occupati di
Rennes-le-Chteau, non dobbiamo dimenticare anche un'altra categoria
di persone che potremmo chiamare uomini del mistero. In un
documento (nei confronti della cui autenticit  eufemistico dire che
sono state mosse molte critiche) compare l'elenco dei presunti Grandi
Maestri del Priorato di Sion, una societ segreta che, stando ad alcuni,
avrebbe controllato, diretto o perlomeno certamente influenzato
l'operato dell'Ordine Templare in relazione anche ad un episodio
accaduto nel 1118 a Gisors legato alla simbolica caduta di un gigantesco,
antico olmo.
Stando a questa lista di nomi - che, ripetiamo, potrebbe essere un
falso - fra i Grandi Maestri del passato del Priorato ci sarebbero stati
Nicolas Flamel, a cui si ascrive la redazione nel 1315 di un testo
alchemico fondamentale; Leonardo da Vinci, Robert Boyle, Isaac
Newton, Victor Hugo e Claude Debussy. La stessa autorit in campo
magico che ci ha rivelato la dedizione dell'abate Saunire al
rito occulto della Invocazione di Venere, riferisce che Barnes
Wallis, l'inventore, sarebbe stato fino alla sua morte
l'ultimo Grande Maestro, carica oggi vacante.
Altri uomini del mistero il cui nome nei secoli  stato sovente associato, in un modo o nell'altro, al mistero di Rennes-le-Chteau sono
Francis Bacon (il quale pare facesse uso di un codice segreto) e il
conte di Saint Germain il quale, come il misterioso personaggio che
si celava sotto la Maschera di Ferro, si favoleggiava avesse avuto accesso ai segreti della longevit.
Ma che dire ancora di tutte le personalit contemporanee coinvolte
nel mistero di Rennes-le-Chteau? Uno storico di demografia ha detto
una volta che sulla Terra oggi vive almeno la met di tutti gli
scienziati mai vissuti nel corso del tempo. Ebbene, sostituendo alla
parola scienziati l'espressione studiosi del mistero di Rennes-le-
Chteau si riesce a rendere una chiara idea di quale sia la portata di
questo straordinario enigma dei nostri giorni.
Tornando indietro al 1975, quando visitammo per la prima volta il
villaggio di Rennes-le-Chteau, ricordo che trovammo un luogo ancora
quieto e tranquillo, rurale. Passammo la notte all'Hotel Villa
Betania, condotto dal nostro amico Henri Buthion. Non esistevano
ancora la libreria, il museo, il negozio di souvenir... vi regnava un'atmosfera
di pace, di serenit, di antico, avvolgente mistero.
Oggi tutto  cambiato. L'assalto di turisti, curiosi e ricercatori  a
dir poco strepitoso. Il nostro amico Buthion sta ancora a
Villa Betania, ma ora  tutto intento a raccontare ai turisti
come decodificare i
misteriosi codici segreti delle pergamene che Saunire disse di aver
trovato all'interno della colonnina cava del vecchio altare della
chiesa. Marcel e Antoine Captier, discendenti diretti, nipoti, del
campanaro della chiesa al tempo di Saunire - quel signore che
aveva rintracciato nell'incavo segreto di un balaustro ligneo la fiala
di vetro contenente una piccola pergamena - hanno il loro bel daffare
a raccontare e spiegare le storie del loro villaggio, grazie alle preziose
conoscenze di prima mano che sono riusciti a mettere insieme
col passare degli anni. Poi c' Celia Brooke, fluente bilinguista, colta
ed entusiasta, instancabile nel raccontare, e con lei c' Claire
Corbu, la figlia di quel Nol Corbu, precedente proprietario di Villa
Betania.
Elizabeth van Buren, discendente diretta dell'ottavo presidente degli
Stati Uniti,  una donna colta, piena di energia, una scrittrice acuta
e sensibile che affronta i problemi di occultismo, esoterismo, materie
arcane e cosmiche in genere con grande capacit e professionalit.
 lei a mandare avanti il Centro Arcadia, ai piedi della collina di
Rennes-le-Chteau, un luogo dove, sotto forma di libri,
opuscoli, nastri e videocassette,  in vendita tutto ci che 
stato scritto, detto e
filmato a proposito del mistero.
All'altro estremo dello spettro della ricerca vi sono poi investigatori
diffidenti, ostinati in un atteggiamento pragmatico e razionale, come
per esempio il giovane studioso inglese Paul Smith che si occupa
del mistero di Rennes-le-Chteau come potrebbe fare l'attore Peter
Falk nei panni del tenente Colombo nella celeberrima serie di film
polizieschi televisivi. Sia noi autori che il nostro editore siamo grati
a Paul per aver concesso di riportare in Appendice le sue considerazioni
in merito.
Arlette Rgne e Pierre Bren hanno preferito concentrare tutti i loro
sforzi nell'esame del testo di Boudet, argomento sul quale nel 1990
abbiamo avuto un intenso scambio di opinioni in un'intervista filmata
con Bren.
Come abbiamo gi ricordato, dopo lo straordinario successo riscosso
dal loro libro di esordio - The Holy Blood and th Holy Grail - il
primo a prospettare una soluzione speculativa sul mistero di Rennes-
le-Chteau, i tre autori, Baigent, Leigh e Lincoln hanno pubblicato
un seguito (The Messianc Legacy). Successivamente, Baigent e
Leigli da soli hanno confezionato The Temple and th Lodge (comparso
in edizione italiana col titolo Il Tempio e la Loggia, Roma, Newton
& Compton, 1998), in cui cercano di ipotizzare il passaggio dei
Templari europei in Scozia, dopo la tragedia della soppressione dell'Ordine.
Teniamo comunque a sottolineare come noi, autori di queste
pagine, pur riconoscendo l'inestimabile e geniale lavoro di ricerca
condotto da questo trio di illustri scrittori, non condividiamo nel
modo pi assoluto quelle conclusioni che riguardano la figura di Ges
Cristo.
Anche Colin Wilson - autorit universalmente riconosciuta come
una delle massime nel campo del mistero e dell'occulto - si  avvicinato
all'enigma di Rennes-le-Chteau e le sue considerazioni sono
tenute in giusto conto in queste nostre pagine.
A Pierre Jamac dobbiamo la pi completa bibliografia sul tema.
Jean Robin ha proposto alcune idee interessanti; mentre altrettanto
meritevole di studio  il notevole lavoro di Stanley James dal titolo
The Treasure Maps ofRennes. La teoria di James si basa fondamentalmente
su una complessa operazione di decodifica che lo ha portato
a identificare quella che ritiene possa essere la vera grotta del tesoro,
appena dopo la Berque Grande, nella vallata del Bzis.
Forse lo studio pi attento, partecipe e autorevole che mai sia stato
scritto sulla figura di Brenger Saunire lo ha consegnato alle stampe
mile Saunire, un parente del misterioso curato. Di immenso valore,
per le testimonianze dirette di prima mano, risulta anche il testo
scritto da Claire Corbu e Antoine Captier, dal titolo L'Heritage de
l'Abb Saunire.
Alla fine, le idee combinate di tutti questi autori e appassionati a
proposito del mistero di Rennes-le-Chteau hanno dato vita a una
sorta di potentissimo, stordente liquore, qualcosa di veramente forte
- che ci piace chiamare l'ipotesi assenzio - nei confronti del quale
il lettore deve sapersi muovere con estrema cautela e con grande circospezione.
Da ultimo, anche noi, autori di queste pagine, abbiamo aggiunto le
nostre considerazioni, le idee maturate e, di conseguenza, proposto
la nostra soluzione.
 
Capitolo 1.
Rennes-le-Chteau e dintorni.

Non est ad astra mollis e terris via.

Non lontano dal passo di Naurouze, che separa la parte orientale dei
Pirenei dal Massiccio Centrale francese, sorge il villaggio di
Rennes-le-Chteau. Nei contrafforti dei Pirenei orientali
crescono rigogliosi
noci mediterranei, grandi querce e querce da sughero. La vegetazione,
arbusti e cespugli, sboccia abbondante e ovunque, diffusa in vastissimi
spazi che rendono tipica e caratteristica questa regione.
Il versante orientale dei Pirenei  tagliato dalle vallate dell'Agly,
del Tech e del Tet, con l'Agly che ha come scolpito la roccia marmorea
del Cretaceo. La vicina regione delle Corbires, con il suo cuore
di roccia paleolitica, sembra sollevarsi come una sorta di appendice,
di retroguardia, di quello che, a breve distanza, si trasforma nel possente
Massiccio Centrale.
Rennes-le-Chteau e dintorni sorgono su strati di roccia calcarea risalenti
al Cretaceo, una regione costellata ovunque di creste spigolose
e taglienti dai singolari profili, da grotte labirintiche, fiumi carsici
e sorgenti. Malgrado la ricca vegetazione che sorge tutta attorno, la
collina sulla quale spicca il villaggio di Rennes-le-Chteau  brulla e
spoglia. Il suo zoccolo calcareo  percorso soltanto da una bassa vegetazione
di arbusti e cespugli, con rari tratti erbosi.
Questa particolare assenza di vegetazione deve aver attirato nella
notte dei tempi l'attenzione dei primitivi abitatori neolitici della zona
(alcune pietre appuntite e altri manufatti sono stati riportati alla
luce da Henri Fatin, proprietario dell'antico Castello di Hautpoul),
ma anche della trib celtica dei Tettosagi (termine che, forse, sta a significare
capaci costruttori, abili artigiani) vissuti probabilmente
nel territorio di Rennes-le-Chteau al tempo in cui ad Atene si imponeva
la grandiosa figura di Pericle. I brulli e spogli versanti che contornano
la vetta della collina di Rennes consentivano a chi l'abitava
di tenere sempre sotto controllo, anche a distanza di qualche chilometro,
ogni accesso: punto di forza di estrema importanza per coloro
che dovevano difendersi da un assalto nemico. Dopo questi primi
abitanti, anche altri popoli, strateghi illustri, come Romani, Visigoti,
Septimani, Merovingi, Carolingi e loro successori, riconobbero
nella postazione di Rennes un sito ottimale, invidiabile dal
punto di vista difensivo.
La citt di Couiza si trova lungo la strada principale Dl18 che collega
Limoux a nord e Quillan a sud, e Rennes-le-Chteau dista non pi
di 5 km dalla stessa Couiza. Montazels - che quasi si aggancia al
versante occidentale di Couiza -  un altro affascinante villaggio sul
cocuzzolo di una collina. Nella versione anglicizzata il nome suona
come Mount Hazel, vale a dire Monte Nocciola e, come si sa,
alcune antiche tradizioni folcloristiche associano la saggezza proprio
a questo frutto.
 in questo paese che l'11 aprile del 1852 nasceva Brenger
Saunire in una piccola e modesta casa di tre piani, con verande e finestre
che si affacciavano sulla curiosa Fontana dei Tritoni. I tritoni
che compaiono nella fontana presentano evidenti reminiscenze di
delfini, anche se la loro testa  alquanto grottesca. Le fronti sono
molto pi ampie e alte di quelle di un qualsiasi mammifero acquatico
o pesce, mentre le file dei denti sono prettamente umane. Tritone,
figlio di Nettuno e Anfitrite, veniva in genere raffigurato come un
essere composito, umano fino alla cintola, con la coda di pesce, dai
fianchi in gi, al posto delle gambe. Fa eccezione la statua del Tritone
conservata nei Musei Vaticani, dove si vede un tritone dal busto
d'uomo sorretto da zampe di cavallo - pertanto pi simile ad un centauro
marino - che, rapita una ninfa, si invola via. La leggenda individua
nelle coste della Libia la dimora di Tritone, dove il semidio viveva
in piena serenit con la sua famiglia in un meraviglioso castello
dorato sottomarino.
Chiss, forse la Fontana dei Tritoni poteva essere un riferimento
importante nel contesto del mistero di Rennes-le-Chteau. Prima di
tutto, Saunire aveva fatto innalzare la Torre Betania rivolta proprio
lungo la traiettoria di osservazione che conduceva alla sua vecchia
casa accanto alla fontana. Noi stessi, quando nel 1990 siamo stati in
visita a Montazels, avendo alle spalle la fontana, ci siamo fatti fotografare,
con sullo sfondo, nitida e chiara, la sagoma della Torre
Betania. In seconda battuta, siamo convinti che il mistero di
Rennes-le-Chteau abbia a che vedere anche col Pozzo del
Tesoro di Oak Island, nella Nuova Scozia, argomento da noi a lungo studiato nel
1988 quando abbiamo avuto anche l'opportunit di una lunga discussione
con Dan Blankenship, un uomo d'affari del posto. Ebbene,
abbiamo scoperto che il Pozzo in quel momento era oggetto delle ricerche
e degli scavi di un'organizzazione chiamata Triton Alliance, a
cui aderiva lo stesso Dan. Infine, ricordiamo una curiosa leggenda
riguardante la nascita di Mrove, alias Merovech, meglio ancora
Meroveo, capostipite della dinastia merovingia. Stando a
questa storia, la madre di Meroveo, moglie del re Clodione dai lunghi capelli,
era stata inseminata due volte prima della nascita del figlio: la prima,
ovviamente, dal marito Clodione, la seconda da un essere misterioso,
una sorta di divinit acquatica met uomo e met pesce, che si
era accoppiato con lei mentre stava nuotando. Si trattava forse di Tritone
(chiunque o qualunque cosa potesse mai egli essere)?
Il viaggiatore che segue il corso del fiume Aude spostandosi da
nord verso sud, costeggiando il versante occidentale di
Rennes-le-Chteau, incontra prima Alet-les-Bains, quindi
Castel Ngre (il Castello
Nero) cui segue un'ampia ansa che vira verso est in direzione
di Lue (nome che significa luce). Una volta a sud di Couiza, questo
itinerario lungo l'Aude porta al villaggio di Campagne, alla citt di
Quillan e a Belvianes. Subito a sud di Belvianes il fiume transita in
mezzo a due siti naturali particolarmente affascinanti e dai nomi
strani: ad ovest c' il Trou du Cur (la Forra o Gola del Prete), mentre
ad est troviamo Les Murailles du Diable (i Muraglioni o Scoscese
del Diavolo). Un Castello Nero vicino alla Luce? La Forra del Prete
dirimpetto alle Scoscese del Diavolo? Probabilmente niente di pi di
originali e romantici nomi, ma, tenuto conto della singolarit dei
luoghi e delle insistenti, strane leggende che circondano da sempre
Rennes-le-Chteau e dintorni, credo che mantenere l'attenzione vigile
sia assolutamente necessario.
 altrettanto interessante seguire il corso di un altro fiume, il Sals,
vale a dire il sale: anche qui il nome  agganciato a singolari coincidenze.
Saunire potrebbe voler dire colui che fa il sale ed il sale,
si sa,  un simbolo religioso di grande valenza. Viene usato come
agente purificatore nel corso degli esorcismi; rappresenta simbolicamente
il potere della virt e della luce; guarisce e purifica, sia letteralmente
che metaforicamente, infonde gusto e sapore sia ai cibi che
non lo hanno che ad un esistenza sciatta; lo stesso Ges disse ai suoi
Apostoli che essi erano il sale della Terra. Il mistero di Rennes-le-
Chteau si collega senza dubbio a Shugborough Hall, nello
Staffordshire, in Inghilterra, la tenuta del ricchissimo
ammiraglio Anson. Nel
parco della grande propriet si trova il Monumento ai Pastori, una
scultura speculare del soggetto del celeberrimo dipinto di Poussin
dal titolo i pastori d'Arcadia. Ebbene, lo Staffordshire  terra di sale.
Qui, in molte localit, sgorgano spontanee sorgenti e acque saline. Il
sale impregna a tal punto questo angolo di Inghilterra che le mandrie
che pascolano in queste terre hanno il mantello ricoperto di depositi
cristallini di sale.
Un piccolo affluente del Sals, il Rialsesse, scorre verso est, passando
molto vicino al sito della tomba di Arques. Questo rio lambisce le
propaggini calcaree del promontorio su cui si trovava la
celebre tomba, sconsideratamente distrutta nel 1988 dal nuovo padrone del terreno.
Il sepolcro era stato eretto nel 1903 da un americano di nome
Lawrence. Sulla lastra tombale era replicata la simbolica frase che
molto ha a che vedere col mistero di Rennes-le-Chteau: Et in Arcadia
Ego, quella stessa che compare sulla tomba dipinta nella tela di
Poussin.
Era costume dei Visigoti del V secolo d.C. - usanza protrattasi forse
ancora per qualche tempo dopo - seppellire i re, con un sontuoso
corredo funebre, in camere sotterranee poste nell'alveo dei fiumi. La
tecnica era ardita e semplice allo stesso tempo: costruita una diga
temporanea, si deviava il corso delle acque per avere il tempo necessario
a scavare nel greto del fiume la camera funebre segreta. Una
volta realizzata la tomba, deposto il re e tutto il suo regale corredo di
monili e gioielli, sigillato il deposito, camuffato il sito, demolito il
temporaneo sbarramento, si lasciavano nuovamente defluire le acque
lungo il loro corso naturale cos da coprire per sempre la tomba.
Nel giro di poche settimane diventava pressoch impossibile riuscire
a scoprire il sito della sepoltura e quand'anche ci fosse risultato
possibile occorreva un forte dispiegamento di energie, uomini e tempo
per deviare nuovamente il corso del fiume e poter avere accesso
alla tomba regale. A meno che, ovviamente, non si potesse disporre
di un passaggio segreto, magari - perch no? - ricavato alla base di
un'altra tomba collocata sulla riva del fiume alla stessa altezza di
quella regale nascosta nel suo greto.
Nel libro Archives du Trsor de Rennes-le-Chteau di Pierre
Jarnac sono riprodotte le fotografie che noi abbiamo scattato nel 1975
alla tomba di Arques e ai due sarcofagi che conteneva. Nella stessa
pagina Jamac annota il ricordo di un certo signor Adams stando al
quale la tomba custodiva - o aveva custodito - anche una grande
ruota di ferro appesa ad una parete, corredata con una lunga catena.
Anche se nella serie delle nostre fotografie questo particolare non
appare, non  detto che non ci fosse: molto semplicemente, avrebbe
potuto trovarsi al di fuori del campo di ripresa della nostra macchina
fotografica.
Dopo essersi disteso per alcuni chilometri a sudest di Sougraine, il
fiume Sals punta verso nordovest in direzione di Rennes-les-Bains.
Prima di attraversare questa cittadina il fiume riceve il contributo del
Blanque. Nei pressi immediati della loro confluenza si trovano tre
localit caratterizzate da nomi molto particolari: il Morto, la Poltrona
del Diavolo e la Roccia Traballante. Oltre alla strada che costeggia
l'ansa del fiume Blanque e subito a sud di questi tre singolari
punti, si trovano i resti di un'antica miniera e poco pi a meridione
di questo sito sorge un altrettanto antico eremo.
Seguendo il corso del Sals attraverso l'abitato di Rennes-les-Bains
tocchiamo la chiesa dove Boudet - figura che in fatto di mistero non
ha nulla da invidiare a quella di Saunire - ricopr l'incarico di curato
negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale,
con l'annesso presbiterio dove con santa pazienza egli redasse il suo
libro criptato e allusivo sulla lingua celtica. Questa cittadina antica
vanta anche le terme - ben note sin dal tempo dei Romani - e, nel
suo insieme, irradia attorno a s quella stessa intrigante atmosfera
che sembra avvolgere da secoli tutta questa zona.
Lasciatosi alle spalle Rennes-les-Bains, il Sals riprende a scorrere
verso nord, andandosi ad infilare fra il Pech Cardou ad ovest e i contrafforti
rocciosi che quasi nascondono e mimetizzano le rovine del
Castello di Blanchefort ad est. Appena sotto quest'ultimo sito si affaccia
la sinistra Roccia Nera, mentre a met del Pech Cardou spicca
la sua controparte: la Roccia Bianca. Ecco, di nuovo, questo singolare
bilanciamento dei contrari, come se in questi luoghi si opponessero
in continuazione due forze cosmiche contrastanti: il bene e il
male, la luce e le tenebre, l'ordine e il caos (concetti, questi, che stavano
al centro delle teorie gnostiche professate dai catari, a lungo
presenti nella Linguadoca); quasi che la perpetuazione di questo infinito
duello di estremi dovesse trovare una continua allusione in ogni
aspetto della natura, nei fiumi, nelle montagne e nei punti salienti di
questa misteriosa regione francese.
Nei pressi del piccolo villaggio di Pachevan, il Sals vira a oriente in
direzione del villaggio collinare di Cassaignes, sede anche in questo
caso di un mistero. Nel cimitero del paese - un insieme un po' caotico
di tombe del XIX e XX secolo che si intrecciano fra loro e di sculture
di una certa rilevanza - si pu osservare una classica croce
visigota, molto rovinata dal tempo, dalla tipica sezione ottagonale.
Qualcuno dice si trovi l da almeno 1500 anni. Noi ci chiediamo: nasconde
forse qualche mistero? Punta o vuole indicarci qualche luogo
misterioso, qualche nascondiglio segreto?
Il villaggio successivo in cui ci imbattiamo  quello, sempre collinare,
di Coustaussa. Qui si trovano le rovine di un antico maniero,
dove ancora si elevano tronconi in pietre massicce simili a delle dita
che puntano verso il cielo, come quelle di chi, morto di sete nel deserto,
abbandona la vita indicando nel cielo, come gesto supremo e finale,
l'impietoso ardere del Sole che lo ha ucciso.  nel cimitero di
Coustaussa che riposa il corpo del prete Antoine Glis, barbaramente
assassinato da mano ignota all'interno del suo presbiterio nel
1893. Solitario e schivo, Glis era solito aprire soltanto alla perpetua,
quando gli portava da mangiare o la biancheria pulita. Ma, evidentemente,
la mattina in cui era stato ucciso aveva abbandonato per
una volta la sua solita riservatezza. Chi era entrato nella sua casa lo
aveva aggredito e brutalmente massacrato colpendolo con i ferri del
caminetto, per poi finirlo con un terribile colpo d'ascia nel momento
in cui il malcapitato curato aveva cercato disperatamente di arrivare
alla finestra che si affacciava sulla strada nella vana speranza di
chiedere aiuto. Ci che aveva reso pi sconcertante e inquietante l'omicidio
era stato anche un altro elemento: l'assassino, dopo tanto
massacro, aveva ancora avuto la calma e la freddezza di spirito di ricomporre
il corpo del prete, come soltanto un altro prete o un convinto
devoto avrebbe potuto fare.
Sul pavimento della stanza in cui si era consumata la tragedia, gli
inquisitori trovarono tre grosse macchie di sangue, ma la totale assenza
di orme o impronte. Al momento, Glis conservava nel presbiterio
una discreta somma di denaro che non era stata toccata. Viceversa,
un cofanetto era stato scardinato e alleggerito del suo contenuto.
Il misterioso assassino aveva probabilmente sottratto dei documenti
preziosi, ma di che cosa si poteva trattare? E, soprattutto, che
cosa li rendeva pi importanti della vita stessa del vecchio curato?
Quale stravagante, psicopatico genere di assassino dopo aver assalito
un povero prete vecchio ed indifeso e dopo averlo letteralmente
massacrato, invece di fuggire all'istante, si ferma ancora un po' per
avere il tempo di ricomporre il cadavere?(1).
Ma a Coustaussa esiste un altro mistero, del quale non saremmo
mai venuti a conoscenza se non fosse stato per la gentile collaborazione
di Henri Fatin, il proprietario del Castello di Hautpoul a Rennes-le-Chteau.
Il signor Fatin oltre a farci visitare in lungo e in largo
la sua nobile ed antica magione, ha anche avuto la pazienza di dedicarci
un po' del suo tempo a raccontare. Fra le tante storie e leggende
di cui abbiamo parlato insieme, Fatin ne ha ricordata una particolare
in cui si tramanda che la dislocazione in pianta delle strade
di Rennes-le-Chteau avrebbe seguito il disegno di una sorta di barca
dei morti con a bordo la gigantesca sagoma di un cavaliere defunto
con tanto di elmo sul capo. Il gigante immaginario mostra la
schiena al nord e la testa a est, in direzione di Gerusalemme, la Citt
Santa. I piedi puntano verso ovest, verso le Isole dei Morti, le Terre
del Crepuscolo, del Sole che muore. Il copricapo, l'elmo, risulterebbe
molto ben delineato; mentre il Castello di Hautpoul si troverebbe
a circa met schiena, grosso modo dove la chiglia dell'ipotetica barca
si innesca nella parte dello scafo che  sommersa. Dopo aver consumato
queste interessanti discussioni con il signor Fatin, abbiamo
casualmente osservato che anche la piantina del villaggio di
Coustaussa sembra riecheggiare la sagoma della testa munita di elmo di
un cavaliere colpito. Forse le planimetrie di questi villaggi sono state
tracciate come un gigantesco memoriale per ricordare le figure di antichi
eroi e signori? Persino le piramidi possono deteriorarsi e lo
stesso, nel corso dei millenni, pu accadere alle grandiose linee scavate
nella roccia, ma strade, percorsi e itinerari restano per sempre,
almeno fino a quando l'uomo continua a percorrerli.
Esiste un'altra eventualit: disegni e strutture grafiche di queste dimensioni
risultano ovviamente molto meglio visibili dall'alto e mano
a mano che la distanza di chi osserva aumenta. Vengono subito
alla mente i vari, giganteschi disegni di animali e cavalli ricavati sui
fianchi gessosi di alcune colline inglesi e le inesplicabili linee di
Nazca che un tempo il ricercatore Erich von Dniken avrebbe riconosciuto
come riferimenti utilizzati da antichi astronauti in visita al
nostro pianeta. In una regione montagnosa e accidentata come quella
in cui sorgono Rennes-le-Chteau e dintorni esistono moltissimi picchi
montani e luoghi sopraelevati da cui la pianta di un intero villaggio
risulta facilmente osservabile.
Poco a nord di Rennes-le-Chteau il Sals si incontra con l'Aude nei
pressi di Couiza. A questo punto entra in gioco il protagonista di
questa storia, il villaggio di Rennes-le-Chteau, con tutti i suoi rapporti
con le zone limitrofe.
In orientamento zero gradi troviamo il Castello Nero. A 7 gradi
Lue, il villaggio della luce; a 39 gradi (significativamente 13 x 3) si
trova Coustaussa, con le rovine del suo misterioso castello e la tomba
di Antoine Glis, il curato del XIX secolo ucciso brutalmente nel
suo presbiterio da ignoti. A 55 gradi c' Cassaignes, nel cui cimitero
 conservata un'antica croce visigota, nota stonata in mezzo a un
gruppo di tombe recenti e moderne. Le rovine del Castello di
Blanchefort sono a 72 gradi, esattamente un quinto di 360, valore di una
circonferenza completa oltre che di uno dei cinque angoli interni di
un pentagono regolare. Stando ad alcuni esperti e studiosi, la coreografia
secondo cui si articola lo scenario del quadro di Poussin intitolato
I Pastori d'Arcadia si baserebbe proprio su una forma pentagonale,
che si estende anche oltre la cornice, con il centro corrispondente
alla testa della giovane pastorella. Altri, invece, si dicono convinti
che il pentagono sia la forma geometrica che caratterizza il paesaggio
e la topografia che circondano Rennes-le-Chteau. Inutile ricordare
al lettore che il pentagono  da sempre un simbolo magico
potentissimo.
A 87 gradi da Rennes-le-Chteau si punta verso le misteriose grotte
della valle del Bzis, in prossimit delle quali le mappe
locali segnalano la presenza del Berco Petito, che Stanley nel
suo Treasure Map
of Rennes-le-Chteau preferisce chiamare Berque Petite. A 105 gradi
si trova Rennes-les-Bains; a 114 il villaggio di Sougraine; a 115 la
Poltrona del Diavolo; a 117 si  in linea con la Roccia Traballante; a
121 col picco detto del Morto e, subito oltre, con la miniera accanto
al fiume Blanque, nel punto in cui scorre parallelo alla strada Dl4,
che congiunge Rennes-les-Bains con Bugarach. A 147 gradi l'osservazione
ci porta a Chteau Templiers, distante solo 2 km a ovest da
Le Bzu.
Volgendoci ora verso sud, a 180 gradi l'osservatore trova le antiche
miniere, mentre esattamente 2 km a sud di Rennes c' la grande Forra.
Il vistoso punto nero che sulle mappe dell'istituto Geografico Nazionale
di Francia indica questo sito ha come legenda Ingresso di
miniera, con scavi sotterranei. La parola aven con cui viene indicata la
Forra  simile al francese avenir, parola che indica qualcosa di futuro,
speranze, attese, aspettative. Una mera coincidenza? Oppure siamo
al cospetto di un'altra di quelle misteriose assonanze linguistiche,
cos brillantemente trattate e discusse nell'enigmatico libro dell'abate
Henri Boudet dal titolo La Vraie Langue Celtique et le Cromlech
de Rennes-les-Bainsl
Puntando a 202 gradi da Rennes-le-Chteau troviamo il villaggio di
Grans, mentre a 205 siamo proprio in direzione di Roc de la Dent -
la Roccia del Dente - posto a circa 4500 m sul livello del mare. A
gradi 220 l'osservazione conduce al villaggio di St. Ferriol; a 255 a
quello di Campagne, tagliato in due dal fiume Aude. A 261 gradi la
nostra linea visuale immaginaria tocca l'antico villaggio di Campagne-les-Bains,
con le sue antichissime, benefiche terme. Espraza si
trova invece a 285 gradi, un centro che sta a met fra il villaggio
esteso e la piccola citt. A 300 gradi esatti troviamo il
paese di Garnaud, mentre il luogo natale di Saunire,
Montazels, sta a 325 gradi.
L'interessante piccolo centro di Couiza - con il suo imponente maniero
- si trova dirimpetto a Montazels dalla parte opposta del fiume,
a 340 gradi dalla vista di Rennes-le-Chteau. Questo  l'ultimo punto
saliente di riferimento che si pu notare compiendo, come abbiamo
fatto in queste righe, il giro completo dell'orizzonte visibile dalla
collina di Rennes-le-Chteau.
Nella chiesa di Couiza  conservata una targa commemorativa dei
locali caduti nel corso della prima guerra mondiale. Tutti gli storici
del luogo attribuiscono la sua realizzazione ad un sacerdote di nome
Duvilla, insegnante presso il grande seminario e ben noto come uomo
di vasta cultura. Nominato curato di Couiza nel 1917, in precedenza
si era occupato della parrocchia di Axat. Secondo lo scrittore
Grard de Sde - che lo afferma in modo categorico - Boudet e
Duvilla si conoscevano bene, tenuto conto che il primo si recava sovente
ad Axat. Non a caso la tomba di Boudet si trova proprio nel cimitero
di Axat e, combinazione, risulta ricca di strane iscrizioni.
Un'altra notizia altrettanto importante - sempre riportata dal de Sde - 
che quando l'arciduca Giovanni di Asburgo si era recato in visita ad
Axat aveva pernottato presso la casa della sorellastra di Boudet.
Ma torniamo alla lapide progettata e disegnata da Duvilla.  costellata
di alcuni sottili riferimenti simbolici che, stando al de
Sde, sono da collegare alla sua appartenenza alla Massoneria
e, pi in particolare,
al Grado Massonico Scozzese: Cavaliere della Croce Rossa,
ovvero Cavaliere della Rosacroce. Sempre de Sde sostiene, con una
certa convinzione, che i restanti simbolismi della lapide vanno riferiti
al Sacro Romano Impero e alla famiglia reale degli Asburgo.
Il mistero di Rennes-le-Chteau sembra complicato quanto un arzigogolato
ricamo: i fili si accavallano e si intrecciano fra loro in una
apparente confusione, legandosi e annodandosi in punti e posizioni
inaspettati. Ma, curiosamente,  anche simile alla tela di un ragno.
Tela di ragno in francese si dice toile d'araigne e se ci buttiamo nella
paronomasia tanto cara a Boudet, da queste parole non sembra
tanto difficile dedurre toiles de Rennes, le stelle di Rennes. Come
se non bastasse, una delle antiche lastre marmoree istoriata in codice
che compare nella storia di Rennes-le-Chteau riporta anche un disegno
che, per quanto abbozzato in modo approssimativo, ricorda da
vicino proprio la tela di un ragno. Le stelle di Rennes, sarebbero, allora,
i suoi gioielli nascosti?
La singolare lapide commemorativa di Couiza sembra mettere insieme
Massoneria, rosacroce e Asburgo, collegando il sapiente
Duvilla con l'altrettanto erudito Boudet e lo strano codice
che compare sulla sua tomba conservata ad Axat.
Ma le curiosit geografiche dei luoghi che circondano
Rennes-le-Chteau vanno ancora oltre.
Per esempio, il nostro villaggio si trova
molto vicino al reticolo di fortificazioni catare della Linguadoca, cos
cariche di inquietanti reminiscenze e di misteriose atmosfere. Troviamo
la citt di Carcassonne, senz'altro la cittadella medievale conservatasi
meglio di qualunque altra al mondo. Proseguendo, incontriamo
il Castello di Foix, con le tre grandi torri che lo rendono scenario
ideale per qualche intrigante racconto gotico. Poi le quattro notevoli
rovine di Lastours, ognuna ubicata sulla vetta di un colle: Cabaret,
Tour Rgine, Fleur Espine e Quertinheux. Ai loro piedi scorrono
i turbolenti torrenti di Orbiel e Grsillon, capaci di scavare nel
tempo delle forre spaventevoli nella loro discesa dal Monte Nero.
Ora compare il villaggio fortificato di Minerve, dove de Monfort nel
1210 ebbe a trucidare 140 catari inermi. Ecco ancora la rocca di
Montsgur che si staglia quasi inarrivabile sul cocuzzolo di un picco
roccioso (il Pog), da dove, stando alla leggenda, notte tempo quattro
arditi catari sarebbero fuggiti prima dell'eccidio della setta portandosi
appresso i tesori della loro fede, per sottrarli alle mani rapaci dei
Crociati inviati dalla Chiesa di Roma (si trattava della
pecuniam infinitam di cui si parla in alcuni processi
dell'inquisizione?). Infine ecco
Usson, dove il tesoro sarebbe stato temporaneamente deposto.
Pi oltre ancora compaiono le estese fortificazioni di Peyrepertuse;
le torri squadrate di Puivert, l'inaccessibile fortezza di Puilaurens, di
cui gi si ha notizia nel X secolo, e quindi ben pi antica (troviamo,
in questo luogo, un possibile collegamento con la famiglia Lawrence,
quella della tomba, ormai scomparsa, che si poteva notare lungo
la strada di Arques: laurens... Lawrence?).
Ecco, infine, Quribus, che si erge solitaria e sola come il gigantesco
dente di un'antica mascella, affacciata sul passo Grau de Maury.
Forse i suoi primi difensori furono i Celti, seguiti dai Visigoti. Qui,
nel 1256, i catari stabilirono uno dei loro primi stanziamenti. Oltre ad
essere una fortificazione possente, Quribus fungeva anche da torre
di segnalazione, in collegamento con la non lontana Peyrepertuse.
Molti sforzi sono stati fatti per studiare a fondo la geometria ritenuta
occulta di Rennes-le-Chteau, tanto che allo scopo  stata attivata
almeno una dozzina di satelliti orbitali. Ne sono state ricavate mappe
e disegni molto dettagliati, materiale cos voluminoso da aver impegnato
il corso di studi geografici dell'universit per tre anni buoni.
Ovviamente, non tutti gli specialisti che hanno affrontato questa ricerca
sono d'accordo nel ritenere significativi i paesaggi rilevati; tuttavia
 sufficiente dare anche soltanto una veloce scorsa a risultati
delle indagini per rendersi conto di quanto potenzialmente si possa
ottenere attraverso questi nuovi sistemi di investigazione.
Tra le tante configurazioni particolari emerse esiste, per esempio,
quella nitida di un pentacolo (stella a cinque punte definita da un
pentagono regolare) che ha i vertici nei siti di Rennes-le-Chteau,
nelle rovine del Castello di Blanchefort, nel grande menhir a sudest
di Rennes-les-Bains ad est della Fonte della Maddalena, nell'antico
castello templare ad est di Le Bzu e a sud di La Piqu, e nelle rovine
che si trovano a nord della stretta d46, la strada che collega
Grans con Le Bzu. Rovine che stanno a sud di Serre de Lauzet.
Un'altra geografia pentacolare alquanto interessante  quella che
trova il punto pi a nord in Le Berger (parola che significa pastore, e
che ci pone in immediato collegamento ideale con la tela di Poussin
gi pi volte citata), e gli altri punti nel Castello di Arques, nella vallata
del Bzis, dove Stanley James avrebbe indicato la presenza di
una grotta gravemente danneggiata, nel picco del Cardou e nell'antico
villaggio di Peyrolles. Il centro di questo pentacolo corrisponde al
punto esatto in cui un tempo sorgeva la misteriosa tomba di Arques -
simile a quella ritratta nella tela di Poussin - fino a quando non  stata
distrutta nel 1988.
Nella geometria sacra di Rennes-le-Chteau non  soltanto il pentacolo
a giocare un ruolo di preminenza troviamo, infatti, anche dei
triangoli e specialmente quelli equilateri sono degni di nota. Un
esempio. Preso come primo punto il sito della Fontana dei Tritoni di
Montazels (quella che sta proprio nella piazza di fronte alla casa natale
dell'abate Saunire), si tracci da qui una linea, il primo lato del
triangolo, per collegarla con il cimitero di Cassaignes, dove da tempo
immemorabile si trova una croce visigota dalla classica forma ottagonale.
Con la seconda linea si uniscano Cassaignes con la grande
Forra a sud di Rennes-le-Chteau e anche sito delle antiche miniere.
Infine, si tracci il terzo lato, quello che, chiudendo il triangolo, unisce
quest'ultimo sito con la Fontana dei Tritoni. Siamo di fronte ad
un triangolo all'ennesima potenza, perch, oltre alla forma perfetta,
racchiude in s anche un triplice significato comprendendo tre triangoli
equilateri uno dentro l'altro, aventi tutti in comune un vertice
nel sito della Fontana dei Tritoni a Montazels. La linea che unisce il
castello di Rennes-le-Chteau con quello di Coustaussa intercetta il
perimetro del triangolo originale, pi grande, a Les Bals, a sudovest,
e a Camp-Grand a nordest. Questa nuova linea d origine al secondo
triangolo equilatero interno al primo e in parte ad esso comune.
Un'altra linea, parallela a quella precedente che unisce i due citati
castelli e passante per Roque Fumade determina il terzo triangolo
equilatero. Crediamo che Roque Fumade sia un sito di gran lunga
pi interessante di quanto si sia creduto fino ad ora.
Se  vero - come alcuni seri ricercatori hanno evidenziato - che
nel corso della storia di Rennes-le-Chteau, nel labirinto di grotte e
gallerie che si dirama nel cuore delle montagne limitrofe, a pi riprese
si sono anche registrati considerevoli periodi di attivit mineraria
estrattiva e di fusione e lavorazione dell'oro ritrovato, era necessario
che il fumo scaturito da questa attivit fuoriuscisse da qualche
parte. Anche le miniere pi vetuste erano munite di sistemi di
ventilazione, assolutamente indispensabili per il ricambio dell'aria
di chi vi lavorava. Alcuni fra questi sistemi erano naturali, crepe
nella roccia o correnti che conducevano l'aria viziata all'esterno; altri,
invece, erano artificiali, vale a dire fessure realizzate appositamente
e ricavate nella viva roccia. E anche plausibile immaginare
che i fumi di queste lavorazioni, a seconda del gioco delle correnti
interne, sfociassero all'esterno in siti molto lontani dal punto in cui
venivano prodotti, da qui l'eventualit che il nome di Roque Fumade
stesse ad indicare esattamente il punto in cui questa feritoia trovava
il suo sfogo.
A Rennes-le-Chteau, altrettanto importante come riferimento topografico
nel paesaggio, oltre alla presenza di geometrie triangolari
e pentagonali, c' anche la questione dello zodiaco. Una delle idee
importanti della filosofia ermetica - che  quella corrente di pensiero
secondo la quale alcuni grandi maestri di saggezza sarebbero i depositari
di conoscenze e segreti sublimi sin dall'antichit - sostiene che
certe profonde conoscenze cosmiche sarebbero celate oltre che nel
simbolismo dell'arte, della musica, della letteratura, anche nel paesaggio
stellare della volta celeste. D'altro canto, chi volesse lasciare
in eredit alle generazioni future la traccia di una sapienza importante
lo dovrebbe fare non tramite mezzi deperibili, ma, per esempio,
lasciando segni nel paesaggio oppure nell'organizzazione di una
citt, nella configurazione di strade e percorsi. Se lo facesse utilizzando
i corpi celesti la garanzia della durata non solo sarebbe assodata,
ma praticamente eterna. Come si sa, ermetisti e alchimisti hanno
da sempre un motto caratteristico, che suona : Come in alto, cos
in basso. Segni geroglifici e sculture scavati nella roccia, per
quanto solida, possono deteriorarsi e scomparire; riferimenti lasciati
nelle costellazioni celesti certamente no. Astronomi e astrologi concordano
nel definire lo zodiaco quella fascia di cielo osservabile lungo
il tragitto del Sole, dove si affacciano la Luna ed i pianeti del nostro
sistema solare. Poich le loro orbite planetarie deviano soltanto
di pochissimo rispetto al piano che condividono nel cielo, chi li osserva
dalla Terra pu facilmente notare come Sole, Luna e pianeti si
muovano in modo coordinato tutti assieme in una striscia di cielo relativamente
ristretta. Una fetta della vasta sfera celeste, nella quale
essi si muovono come le figurine dei santi che ruotano attorno all'orologio
di una chiesa per battere le ore.
Sin dal 3000 a.C. in Mesopotamia le stelle fisse che si potevano
scorgere sullo sfondo della zona dentro la quale si muovevano i pianeti
furono raggruppate in diversi sistemi, distinti, per semplicit,
con nomi di esseri viventi: la capra, il corvo, piuttosto che il serpente.
I Greci chiamavano queste costellazioni che transitavano sullo sfondo
dei corpi planetari zodiakos kyklos, ossia il cerchio degli animali.
Avendo ben presente l'aforisma esoterico di cui sopra, Katherine
Maltwood, la ben nota artista e scrittrice, ha attentamente analizzato
il viaggio di re Art e dei suoi Cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca
del Santo Graal, dalla citt di Camelot (da lei identificata nel
Castello di South Cadbury) all'isola di Avalon. Avvalendosi di carte
geografiche dettagliate e della fotografia aerea, la Maltwood presenta
alcune acute e credibili osservazioni, secondo le quali, predisposta
una mappa stellare nella scala corretta, la sua sovrapposizione con la
piantina di Glastonbury offrirebbe una perfetta assonanza fra le figure
zodiacali celesti e quelle terrestri che si possono scorgere sul territorio.
In cima al cerchio, nei pressi della citt stessa e racchiudendo
il Tor, ci sarebbe l'Acquario, un segno d'aria, secondo l'antica distinzione
dei segni dello zodiaco in terra-aria-fuoco-acqua. Lo zodiaco
di Glastonbury si rivela simile alla fenice, come un simbolo di
rinascita e resurrezione. Il Tor sta al centro della testa dell'uccello,
che  girata per osservare la Chalice Hill, dove presso l'omonima
sorgente le leggende cristiane relative alla storia di
Giuseppe di Arimatea dicevano fosse stato nascosto il Santo
Graal. Fuori dal cerchio,
la Maltwood colloca la figura del Grande Cane, qui messo probabilmente
per fungere da custode a questo vero e proprio Tempio
delle Stelle. Sopra la testa del Grande Cane troviamo Head Drove e
Head Rhyne, terrapieni artificiali realizzati dall'uomo; appena sotto,
in una posizione appropriata, c' Earlake Moor, mentre la coda del
Cane contiene il piccolo villaggio di Wagg. Ma lo zodiaco terrestre
che trova corrispondenza nella volta stellata di Glastonbury non  il
solo esempio di queste particolarissime equivalenze, anche altri siti
ne vantano, per esempio, Kingstone-upon-Thames, Nuthampstead,
Banbury, Wirral, Durham, Edimburgo e Glasgow, tanto per citarne
qualcuno.
Ma torniamo a Rennes-le-Chteau, dove le ricerche di Henri Fatin
sembrano allinearsi e confermare le osservazioni di Elizabeth
van Buren, relative alla presenza di uno zodiaco disegnato sul
territorio
di questa particolare area geografica. Il segno dell'Acquario, per
esempio, troverebbe collocazione nel punto dell'antica croce
visigota del cimitero di Cassaignes; lo Scorpione - in questo caso visto come
un drago - starebbe invece nelle vicinanze di Rennes-le-Chteau
e, in questa chiave di lettura, curiosamente, le fauci spalancate che
sputano fuoco corrisponderebbero al sito di Roque Fumade, la roccia
che fuma. Il villaggio di Rennes-les Bains sarebbe lo specchio
terreno del segno dei Gemelli.
Ora, spostando la nostra attenzione dalla macroscala della topografia
e della geografia del paesaggio dove, come si  visto, incontriamo
grandi triangoli equilateri, pentacoli e figure zodiacali, ad una
decisamente pi ristretta, altrettanto interessante  prendere in esame
la configurazione del Castello di Hautpoul, della chiesa di Santa Maria
Maddalena e tutta l'intensa attivit di costruzione attorno alla
chiesa che ha avuto Saunire come artefice e protagonista.
Il Castello di Hautpoul  antichissimo. Anche se non  archeologicamente
possibile stabilirlo, non  da escludere che sia stato fondato
proprio dai primi abitatori della regione, la trib celtica
dei Tettosagi. Alcuni aspetti della sua architettura rivelano tracce romane -
piuttosto frequenti nella zona di Rennes-les-Bains -, eredit raccolta
dalla cultura dei Visigoti, successivi dominatori della Gallia romana.
Si osservano anche influssi arabi e franchi. Si sa che il castello venne
abitato a pi riprese dalla nobilt di Spagna. Nel tempo, le opere
di demolizione, ricostruzione, ripristino, rinnovamento ed espansione
si sono succedute con grande intensit. Oggi il castello appartiene
a Henri Fatin, il cui padre, il signor Marius, lo ebbe ad acquistare
alla fine della seconda guerra mondiale. Prima di morire, Fatin padre
aveva dedicato molto del suo tempo libero alla interessantissima
ricostruzione della storia del castello, opera che il figlio Henri
ha continuato con lo stesso entusiasmo, ampliandola ulteriormente.
Fra le molte scoperte, i Fatin hanno messo in rilievo la presenza di
alcuni curiosi particolari architettonici e di singolari simbolismi all'interno
di questa loro prestigiosa propriet. Una delle osservazioni
pi interessanti  che le dodici pietre della soglia del castello starebbero
a indicare i dodici apostoli, oppure i dodici segni dello zodiaco
celeste.
Fra gli aspetti del castello che pi ci hanno colpito nella lunga visita
guidata che il signor Fatin ci ha gentilmente concesso sono le segrete
a forma ovoidale, gli antichi soffitti a volta e la sorprendente
somiglianza fra due archi romani e quelli del tutto analoghi che compaiono
nella scena scolpita nella celebre Dalle du Chevalier (Pietra
del Cavaliere) rintracciata a Rennes-le-Chteau. Si tratta di una pietra
databile fra il VI e l'VIII secolo d.C., rintracciata a faccia in gi da
Saunire nel corso delle sue operazioni di scavo all'interno della
chiesa del villaggio. Oggi  uno dei pezzi forti del museo. Fatin ci ha
anche mostrato un bellissimo disegno di una delle tante porte che ornavano
il castello. Ebbene, con nostra sorpresa, ci siamo resi conto
che la loro sagoma era stata appositamente tracciata a ricordare quella
dell'elmo di un cavaliere medievale, in uso fra l'XI e il XII secolo.
Combinando questa curiosa osservazione con le altre teorie proposte
da Fatin relative alla pianta di Rennes-le-Chteau, che vista dall'alto
richiamerebbe l'idea di una barca dei morti sulla quale  adagiato
il corpo di un possente guerriero abbattuto, diventa quanto mai probabile
immaginare come questo castello possa in realt racchiudere
la chiave per risolvere alcuni dei misteri sorti attorno a questo enigmatico
villaggio, anche se non quello della improvvisa, quanto consistente,
ricchezza del parroco Saunire.
Anche i luoghi un tempo propriet di Saunire suscitano un grande
interesse. Per esempio, lo schema secondo cui si articola il piccolo
giardino che si trova dietro alla torre e alle terrazze  inusuale. Dal
punto centrale circolare si irradiano tre triangoli - in pratica tre
puntatori - di cui due completi, finiti. Immaginando di completare
quello non finito e di seguire la direzione verso cui indirizza, ci si ritrova
direttamente nel punto della prima stazione della Via Crucis interna
alla chiesa. Parte delle ipotesi messe a punto da Stanley James
- raccolte nel bel libro The Treasure Maps of Rennes-le-Chteau - si
basa proprio sul fatto che ciascuna stazione altro non sia che la tappa
di un percorso simbolico e metaforico che si deve seguire volendo
venire a capo del mistero di Rennes-le-Chteau.
Il valletto che sorregge il bacile dentro il quale Ponzio Pilato si lava
le mani,  nero. Si tratta di un riferimento occulto per indicare ai ricercatori
che il tesoro aveva a che fare con la tomba di Marie de Ngre?
Forse, ma al tempo in cui Saunire fece installare nella chiesa le
stazioni della Via Crucis aveva gi rimosso le iscrizioni della lastra
tombale di Marie. Un altro aspetto del suo provocatorio senso dell'umorismo?
La figura alla destra di Pilato (che potrebbe rappresentare
un sacerdote ebraico) tiene in mano una moneta o una piccola pepita
d'oro. La mano che la stringe sembra quasi indicare il sito della sua
provenienza. Se, infatti, pi che di una moneta si trattasse di una piccola
pepita, potrebbe essere una di quelle mancanti dal sacchetto bucato
che si nota ai piedi della Collina Fiorita che compare nell'affresco
collocato dietro al confessionale della chiesa? Curiosamente, la
linea ideale del triangolo puntatore, di cui abbiamo appena parlato,
che conduce alla prima stazione, transita anche in questo punto,
accanto al sacchetto bucato che lascia fuoriuscire il suo prezioso
contenuto. Molte altre cose si possono dire e osservare a proposito
delle pitture e delle statue, volute da Saunire nella chiesa di Rennes-le-Chteau,
ma non  questo il momento (se ne parla ampiamente
nel Capitolo 6).
La Torre Magdala, che accoglieva la vasta biblioteca di Saunire, 
presto diventata il simbolo per eccellenza del villaggio, sinonimo del
suo grande mistero.  la torre a comparire sulla copertina o nelle tavole
fuori testo della maggior parte dei libri dedicati a
Rennes-le-Chteau. Anche nelle cartoline ricordo, la Torre
compare come elemento di spicco.
Punta direttamente verso il paese di Montazels e la
strana Fontana dei Tritoni, dominando su tutta la vallata sottostante.
Sembra una rocca inespugnabile, ci malgrado Saunire l'aveva
stranamente corredata con una formidabile porta in acciaio. Anche
chi fosse riuscito ad arrampicarsi sul parapetto non avrebbe potuto in
alcun modo accedere alla grande sala sottostante. Ma anche chi fosse
riuscito a penetrare da l si sarebbe trovato poi sbarrata l'eventuale
via di fuga dalla insuperabile porta.
Crediamo non sia affatto esagerato, n suggerito dal gusto di rendere
le cose pi drammatiche del necessario, affermare che, comunque,
a Rennes-le-Chteau aleggiano misteri pericolosi, forze sinistre che
si agitano e che, come minacciavano Saunire un secolo or sono, altrettanto
paiono fare con il moderno ricercatore. Maurice Guinguand
riferisce di un incidente mortale che colp un notaio del luogo a cui
Saunire si era rivolto per essere aiutato a tradurre dal latino i passi
delle pergamene da lui riportate alla luce e riguardanti le propriet
locali che appartenevano alla famiglia Fleury. Il pover'uomo venne
ucciso con un colpo di pistola da mano ignota. Grard de Sde ricorda
l'altrettanto tragica e misteriosa fine del vecchio prete Antoine
Glis e quelle di Rescanire e di Boudet - ambedue, in tempi diversi,
parroci a Rennes-les-Bains - dopo aver ricevuto la visita di due forestieri.
Senza dimenticare i resti di ben tre corpi di uomini, uccisi
chiss quando, venuti alla luce nel 1956 nel corso di alcuni scavi nel
parco-giardino voluto da Saunire. Insomma, detto questo, crediamo
che, dopo tutto, la porta di acciaio potesse anche essere una precauzione
pi che giustificata.
La grotta cui Saunire dedic grande impegno, portandosi a casa,
con continue e frequenti spedizioni nelle cave, le pietre necessarie
per realizzarla, e il giardino del Calvario si trovano tutti e due all'interno
di un triangolo il cui lato a nord corre parallelo e molto vicino
alla parete esterna meridionale della chiesa.
Quest'ultimo edificio  molto piccolo e antico. L'attuale costruzione
si erge su fondamenta visigote e merovinge ed  molto probabile
che in quello stesso sito anticamente sorgesse un tempio pagano ancor
prima del sopraggiungere dell'era cristiana.
Le stazioni della Via Crucis, gli affreschi, le statue e le vetrate colorate
sono stati voluti da Saunire o, come alcuni autori tendono a
credere, da Boudet, che si serviva del parroco di Rennes-le-Chteau
come braccio operativo.
Ma indipendentemente da chi abbia operato,  indubbio che questa
piccola chiesa racchiude ornamenti davvero singolari. Nei capitoli
che seguono ce ne occuperemo, tuttavia possiamo anticipare che nei
vetri sono raffigurate le seguenti cinque scene: Maddalena in compagnia
di Ges; Maria e Marta di Betania; la resurrezione del loro
fratello Lazzaro; la missione degli apostoli; Ges sulla croce. Le statue
sono nove: san Giuseppe, il falegname; la Vergine Maria;
sant'Antonio da Padova (il martello degli eretici) insegnante di teologia
a Tolosa; sant'Antonio l'Eremita, con la tradizionale campanella
e il porco selvatico che lo accompagna; santa Maria Maddalena
con una croce e con la sua preziosa fiaschetta di nardo odoroso; santa
Germana, la pastorella, dal grembiule pieno di rose; san Rocco,
protettore dalle epidemie; san Giovanni il Battista, nell'atto di battezzare
Ges (operazione che, stranamente, compie versandogli l'acqua
sul capo da una conchiglia argentata e non con l'immersione totale
nel fiume Giordano come era uso fare); ed infine quattro angeli
che tracciano il segno della croce, complesso statuario collocato proprio
al di sopra dell'acquasantiera all'ingresso, sorretta dalla figura
di un mostruoso e repellente demone. Rappresenta il diavolo
Asmodeo, il leggendario guardiano del tesoro di Salomone a Gerusalemme.
Si dice che la mano oggi vuota del demone un tempo stringesse
un forcone.
Ecco, in questo capitolo abbiamo voluto offrire a chi legge una breve
sintesi degli elementi di spicco che costituiscono il mistero di
Rennes-le-Chteau, insistendo soprattutto sulla regione in cui si trova
e sui suoi dintorni: il territorio e i punti chiave, le vicine citt e i
villaggi misteriosi, i fiumi e le montagne, il simbolismo enigmatico
del Castello di Hautpoul e le quanto meno bizzarre opere che decorano
la chiesa di Santa Maria Maddalena. Ci troviamo di fronte ad
un insieme strano almeno quanto lo zodiaco immaginario, ma concreto,
che qualcuno sostiene di poter intravedere nel paesaggio, nell'intreccio
di triangoli e pentacoli magici che collegano luoghi e siti
significativi.
Tuttavia, se gi lo scenario, il contesto geografico, appare singolare,
ebbene, la storia lo  ancora di pi; ma, per poterla presentare nel
migliore dei modi e con cognizione di causa, riteniamo sia importante
incominciare con l'occuparci del villaggio che sta al centro di
questo mistero e della sua avventura nei secoli.
 Note.
1. In merito a queste informazioni siamo debitori nei confronti dell'amico Rousset, decano di
Coustaussa, il quale molto gentilmente non solo ci ha fatto da guida per il paese, ma ci ha mostrato
la tomba di padre Glis. Una cortesia che abbiamo molto apprezzato.


Capitolo 2.
La storia di Rennes-le-Chteau

Nani istoria debet egredi veritatem.
Plinio il Giovane.

Nella fascinosa penombra del Castello di Hautpoul, il signor Henri
Fatin ci ha mostrato, con un certo orgoglio, la non indifferente collezione
di reperti preistorici (punte levigate, raschiatoi ed altri artefatti
in pietra) che lui e suo padre hanno messo insieme in tanti anni di ricerca
e piccoli scavi nei dintorni di Rennes-le-Chteau. Qui, uomini
preistorici vivevano, lottavano, cacciavano, crescevano le loro famiglie,
morivano, molto tempo prima che nascessero le piramidi nella
Valle dei Re. La regione era gi abitata prima ancora che Abramo, il
grande patriarca degli Ebrei, lasciasse Ur dei Caldei. E mentre geniali
architetti e costruttori, artefici di Stonehenge erigevano i loro
giganteschi triliti di pietre nei pressi di Salisbury, nel territorio dove
un tempo sarebbe sorta Rennes-les-Bains, venivano innalzati dolmen,
menhir e grandi cromlech.
Nel novero delle genti che gli archeologi definiscono popoli protostorici
d'Europa, indubbiamente le trib celtiche svolgono un ruolo
importante. Il nome deriva dalla parola greca al plurale Keltoi, in uso
a partire dal VI secolo a.C. per indicare le razze che abitavano le zone
montane dell'Europa e la penisola iberica. I Latini li chiamavano
Celtae. Alcuni ceppi erano detti Galati, nome reso ben noto dal Nuovo
Testamento. A partire dal II secolo a.C. si comincia a parlare di
Galli, da cui il nome Gallia, la futura nazione francese.
Sia i Greci che i Romani guardavano ai Celti con attento rispetto,
per via della loro altezza, la forza fisica sovraumana e il bel colorito,
anche se tutte queste caratteristiche erano proprie pi dei guerrieri
che non dell'intera razza. Cosa, d'altro canto, ben testimoniata dal
ritrovamento di alcuni scheletri, dalle forme e dalle caratteristiche
non uniformi.
Le trib celtiche, in genere, si dividevano in tre grandi classi sociali:
la casta regale, l'aristocrazia che combatteva e i liberi contadini.
La casta dei Druidi - coloro cio che si occupavano di celebrazioni
sacre, magiche e religiose - era composta da elementi della classe
aristocratica dei guerrieri, assurgendo ad una condizione sociale addirittura
superiore a quella dei normali guerrieri.
La pi illustre autorit dei Druidi che la Storia ci ha consegnato  la
figura del filosofo stoico Poseidonio (135-50 a.C.). Era uno studioso
e un insegnante profondo, un uomo ricco di interessi, che viaggi in
Spagna e in Francia. Anche se guardando alla sua storia dei Drudi
viene il giustificato sospetto che abbia proiettato le sue teorie filosofiche
nel loro stile di vita, molti ritengono abbia comunque lasciato
una testimonianza onesta ed obiettiva, cosa che, se vera, spingerebbe
le radici dello gnosticismo indietro fino al pensiero druidico.
Un aspetto, questo, significativo anche riguardo alle sfumature religiose
del mistero di Rennes-le-Chteau, cos come avremo modo di
vedere in un prossimo capitolo. Basti qui osservare che se ci che
Poseidonio racconta rispondesse a verit, i Druidi - il cui nome deriverebbe
dall'antico irlandese che significa coloro che sanno -
sarebbero stati un gruppo di iniziati detentori di una conoscenza
esoterica di natura spirituale - qualcosa che potremmo definire illuminazione
- e dunque le radici dello gnosticismo nella regione
di Rennes-le-Chteau avrebbero preceduto di alcuni secoli il cristianesimo.
Evidenti sono le testimonianze della presenza di popolazioni celtiche
- in particolare i Tettosagi - nell'area di Rennes-le-Chteau sin
dal V o VI secolo a.C., e se vi erano i Celti vi erano ovviamente anche
le loro caste sacerdotali druidiche con tutti i loro insegnamenti.
Poi erano arrivati i Romani e questa particolare zona della Francia
meridionale era entrata a far parte del grande impero. A partire dal
50 a.C., fino a quando la potenza romana non ebbe a sgretolarsi, essere
spedito di stanza nell'avamposto romano di Arles era ancora accettabile,
soprattutto negli anni di agonia dell'impero, quando le alternative
erano i siti di frontiera, come il Vallo di Adriano e la linea
del Reno, ultimi, estremi baluardi in difesa della civilt. Come sappiamo,
la caduta dell'Impero Romano si verific nel 395 d.C. quando
i figli di Teodosio I, Onorio e Arcadio, se lo spartirono dividendolo in Impero d'Occidente e d'Oriente. Arcadio risulta essere un nome
interessante nella decifrazione dei codici segreti di
Rennes-le-Chteau oltre che nel dipinto firmato da Poussin
dedicato ai pastori
d'Arcadia (ma di questo parleremo a suo tempo, nel capitolo dedicato
a codici e crittogrammi).
Il collegamento che unisce il mondo romano con il mistero del tesoro
di Rennes-le-Chteau  la considerazione di quanto i Romani
possono aver raccolto dopo oltre dieci anni di conquiste ed espansioni
e, di conseguenza, quanto di tutto questo in tempi successivi di
dominazione visigota potrebbe aver preso la strada di un ipotetico sito
segreto nel territorio della stessa Rennes.
 probabile che parte del tesoro del celeberrimo Tempio di
Salomone sia stato trafugato nel 591 a.C. e che ci che ancora ne restava sia
stato razziato appena qualche anno dopo, nel 586, dalle armate babilonesi
di Nabucodonosor. Racconti dettagliati della distruzione di
Gerusalemme si trovano in 2 Re 25 e in Geremia 25. Nel 169 a.C.
Antioco Epifane, successore della stirpe seleucide di Alessandro Magno,
non solo prelev gli addobbi dorati delle colonne e sottrasse i
vasi in oro massiccio degli altari, ma si racconta che si sia impossessato
anche di quello che era considerato il tesoro segreto. Il fatto
viene ricordato in I Maccabei 1: 21-23. Nel 70 d.C. era stata la volta
di Tito - all'epoca generale dell'esercito, in seguito imperatore - a
radere al suolo, saccheggiandola brutalmente, la citt di Gerusalemme.
Sul suo arco di trionfo a Roma in alcune sculture compare il bottino
di guerra, fra cui anche la menorah, il grande candelabro ebraico
a sette bracci. Dove era finito tutto questo e, eventualmente, ci che
ancora restava del grande tesoro prelevato dai Romani, quando nel
410 Alarico, il grande capo barbaro dei Visigoti, fece il suo ingresso
nella citt eterna?
Alarico mor poco tempo dopo in quel di Cosenza (allora nota come
Consentia) e venne sepolto secondo la maniera dei Visigoti nel
bel mezzo del greto di un fiume. In questo caso il Basento, che venne
deviato per lasciare a nudo il fondo. Qui, scavata una grande camera
sepolcrale, tumulato il re vestito con la sua armatura, le offerte
votive e il suo tesoro, sigillato il tutto, rinchiusa ermeticamente la sacra
stanza funeraria, si ruppe la diga provvisoria e la impetuosa corrente
d'acqua riprese a scorrere lungo il suo alveo naturale, occultando
per sempre ad occhi indiscreti la tomba segreta. E ci accade ancora
oggi: Alarico, chiuso nella sua regale stanza funebre, giace silente
e indisturbato.
Ad essere sinceri,  inesatto dire che Alarico prese Roma. Falliti
due precedenti tentativi di conquistarla, al terzo vi riusc, ma soltanto
perch il 24 agosto, grazie all'azione di spie e traditori interni alla
citt, gli erano state spalancate le porte. Alarico non fu un grande
condottiero, n raggiunse mai importanti vittorie militari: dal campo
di battaglia usciva il pi delle volte sconfitto che non vincitore. Negli
anni che portarono al fatidico 410 d.C., l'impero Romano era
passato da uno stato confusionario di semianarchia all'altro, in una
continua lotta combattuta su due fronti: quello esterno contro le popolazioni
barbare che premevano ai confini e quello interno, dove
gli stessi barbari legalizzati ne minavano da dentro la potenza. Il pi
fiero rivale di Alarico era Silicone, un vandalo della Pannonia; le legioni
della Gallia stavano agli ordini di un generale franco e lo stesso
imperatore Teodosio I era un ispanico, il cui esercito dipendeva
dalla disponibilit o meno delle legioni di mercenari
visigoti. Insomma, era il momento ideale per l'azione di un
ambizioso avventuriero,
capace di contare su di un esercito fedele e forte, che volesse
impadronirsi senza troppa fatica di qualsiasi tesoro a disposizione.
Per questo  del tutto probabile che il cosiddetto tesoro segreto
abbia lasciato Roma proprio nel 410 d.C., cadendo nelle mani dei
barbari Visigoti.
Quale il collegamento fra civilt visigota e Rennes-le-Chteau? Sono
diverse le possibilit di derivazione etimologica del nome Rennes;
una delle pi probabili  quella che lo riconduce al vocabolo visigoto
che stava ad indicare carri viaggianti. In questa prospettiva,
Louis Fdi ci parla di un vasto insediamento di Visigoti, composto
per l'appunto di carri viaggianti - in tutto e per tutto simile agli antichi
accampamenti degli zingari, quando ancora si muovevano con
questi mezzi di trasporto, o anche alle lunghe carovane dei cowboys
tipiche della conquista delle immense praterie americane del XIX secolo
- circondati da un canale difensivo, probabilmente rinforzato
con una staccionata. Di certo, possiamo immaginare che nel momento
del tramonto dell'impero Romano e all'atto della salita al potere
dei Visigoti, Rennes-le-Chteau dovesse essere un centro di una certa
importanza strategica. Non per nulla si trovava alla confluenza di
due importanti arterie di comunicazione che si incrociavano a
Couiza: la prima che dal Passo del Paradiso conduceva a Narbona, la seconda
che dal Passo di San Luigi portava a Bugarach e, pi oltre, a
Perpignan.
Molti eventi singolari, di natura sia militare che politica, accaddero
nell'arco di tempo corrispondente al crollo dell'impero Romano di
Occidente, fatti i cui effetti si fecero avvertire anche nell'area di
Rennes-le-Chteau.
Sebbene dal 462 al 486 la Gallia si trovasse sotto il comando, pi o
meno ufficiale, di un sedicente e autonomo governatore romano di
nome Siagrio, la prima dinastia franca della regione, quella
dei Merovingi riusc egualmente ad imporsi. Possiamo far risalire la dinastia
dei Merovingi a Clodione il Lungocrinito, re dei Franchi Salii
dal 428 al 448.
Meroveo - il sovrano che diede il nome alla dinastia - era suo figlio
o, meglio, stando alla leggenda in parte figlio suo ed in parte figlio di
un altro misterioso essere. Nella loro quasi spasmodica ansia di dimostrare
la molto discutibile ipotesi relativa a Ges e a Maria Maddalena,
Baigent, Leigh e Lincoln suggeriscono al lettore che le miracolose
circostanze che portarono alla nascita di Meroveo debbono
essere intese in modo allegorico e simbolico come l'unione della
schiatta regale di Clodione e un'altra importante famiglia proveniente
d'oltremare: la discendenza di Ges e Maddalena. D'altra parte, la
derivazione del nome stesso di Meroveo presenta aspetti interessanti.
Mer pu voler dire sia madre che mare, mentre ove presenta
la stessa radice di uovo. Ma non pu sfuggire anche l'assonanza
etimologica con ovis che in latino vuol dire pecora e dunque un
possibile collegamento con il quadro di Poussin intitolato I pastori
d'Arcadia. Ovo, inoltre, ci riporta anche a parole che esprimono un
senso di trionfo, esaltazione o celebrazione di un fasto, con acclamazioni
e grida.
Ma torniamo alla leggenda. Si dice che un giorno mentre la moglie
di Clodione, gi incinta di Meroveo, stava facendo il bagno nelle acque
del mare, era stata avvicinata e concupita da un essere marino,
forse un tritone, che l'aveva posseduta, cos mescolando nel ventre
della donna il suo seme con quello del marito terreno, Clodione.
Sempre stando alla leggenda, questo avrebbe fatto di Meroveo una
persona eccezionale, dotata di poteri sovrannaturali, destinato a diventare
un re-mago, un monarca-stregone. Un'antica fonte latina descrive
la strana creatura dicendo che assomigliava ad un
quinotauro, affermazione che, naturalmente, solleva la questione di che cosa
fosse, in verit, un simile essere. La prima parte del nome, quin, potrebbe
derivare dalla stessa radice della parola cinque, ma la cosa
sembra non aiutare.
Tuttavia, sappiamo che i Pitagorici ne facevano uso con una accezione
diversa, specie nella elaborazione delle loro teorie sui quattro
elementi della creazione terra, aria, fuoco e acqua, ai quali ne aggregavano
un quinto, la cosiddetta quintessenza, pi puro e sottile del
fuoco, qualcosa che tendeva verso l'alto, verso una condizione superiore,
forse la materia di cui sono fatte le stelle celesti. Su questa base,
possiamo ritenere che il nome quinotauro indicasse una creatura
venuta dalle stelle?
Un parallelo affascinante lo troviamo nella leggendaria storia della
regina babilonese Semiramide, vissuta nell'800 a.C. circa. Le fonti
che ce ne parlano sono Diodoro Siculo, Giustino e Ctesia di Cnido,
messi insieme dalla preziosa opera di ricerca dell'archeologo, professor
Lehmann-Haupt di Berlino. Semiramide era la figlia del
dio-pesce, Atargatis. Nutrita dalle colombe, era stata trovata da Simmas,
il pastore reale. Dopo due matrimoni, era salita al potere, realizzando
durante il suo regno durato per circa quarantanni veri e propri miracoli
di opere ingegneristiche, con la costruzione di grandi citt e di
larghe strade che valicavano le montagne.
Una storia analoga  quella che riguarda un'altra creatura misteriosa
della mitologia babilonese: Odakon. Si trattava di una curioso
intreccio fra altre due divinit, Dagon ed Ea. Dagon era immaginato
(ma in modo scorretto) come un dio-pesce, nonostante da
Samuele 5:4 sappiamo che aveva ordinarie sembianze umane. Il vero
dio-pesce era Ea. Lo ritroviamo raffigurato su alcuni sigilli babilonesi:
testa e mani di uomo, resto del corpo da essere acquatico. Su
uno di questi sigilli (oggi conservato al British Museum di Londra)
si pu leggere l'annotazione il dio della pura vita, apprezzamento
che non sembra molto distante da quello che i seguaci di Pitagora
avevano nei confronti del quin, il quinto elemento, pi puro e dinamico
dello stesso fuoco... la materia con cui sono fatte le stelle
del cielo.
Queste speculazioni ardite ci stanno forse, pericolosamente, avvicinando
alle elucubrazioni di fantarcheologia, facendoci approdare
sulle immaginifiche spiagge delle meraviglie spaziali proposte
da von Daniken? Oppure dobbiamo realmente credere che in questo nostro
infinito e straordinario universo - dentro il quale certamente vivono
chiss quante altre creature intelligenti - le leggende di Ea, Semiramide,
Atargatis, Tritone, del Quinotauro e di Meroveo siano memorie
mitiche di reali incontri avvenuti fra l'umanit ed extraterrestri
di natura acquatica?
Meroveo regn dal 448 al 457 e sembra che fosse diventato una
leggenda quando ancora era in vita. Nella grande battaglia di
Mauriac - dove Ezio, ai Campi Catalani, riusc a fermare la devastante
avanzata degli Unni - l'esercito romano ricevette un decisivo aiuto
per la vittoria finale grazie al sopraggiungere di rinforzi federati comandati
da Meroveo. La storia di suo figlio, Childerico I,  stata ricostruita,
come dire, a ritroso, visto che venne messa insieme dal ritrovamento
della sua tomba. Il sito venne riportato alla luce nel
1653 presso la citt belga di Toumai, poco a nord del fiume Schelda.
In merito, nel 1655 Jacques Chifflet pubblicava l'opera Anastasis
Childerici Primi (La resurrezione di Childerico i). Per mera ma significativa
coincidenza - ora che abbiamo appena finito di parlare
dell'analisi etimologica di quinotauro e del concetto della quintessenza
pitagorica - il lettore sappia che colui che ebbe il merito di
scoprire la tomba era uno scalpellino sordomuto che si chiamava
Quinquin!
Il tesoro funebre che Chifflet annota come ritrovato nella tomba era
composto da: una cintura in oro intarsiata, fibule dorate, un bracciale
d'oro, una spilla da ufficiale romano (che inspiegabilmente Chifflet
scambi per un attrezzo da scrittura), una scure, alcuni accessori per
una scramasax (una spada ad un solo taglio) ed un certo numero di
api dorate.
In merito alle api, potrebbero forse in qualche modo collegarsi con
la strana cerimonia consumata a Rennes-le-Chteau il 22 gennaio
1917, giorno della morte del parroco Brenger Saunire, quando
ciascuno dei suoi paesani in lutto, sfilando davanti al suo corpo composto
sul catafalco, aveva strappato un piccolo fiocchetto rosso dalla
coperta entro la quale era avvolto.
Alla fine del VI secolo Gregorio di Tours scrisse a proposito della
battaglia di Orlans combattuta da Childerico, con la sottintesa asserzione
che lui e i suoi Franchi potevano essersi schierati sia con
Egidio che con le forze romane. Un altro importante riferimento al
nome di Childerico si ritrova nella lettera che il vescovo Remigio di
Reims scrisse a Clodoveo I, figlio di Childerico: Un lieto messaggio
che ci ha ora raggiunto dice che siete divenuto amministratore
della Seconda Provincia dei Belgi. Niente di nuovo in questo: non
avete fatto altro che riprendere quello che i vostri antenati gi avevano
fatto.
Verso il dottor Gaston Sirjean siamo debitori per l'attenta e accurata
ricostruzione della genealogia merovingia da considerare, a giusto
titolo, definitiva e oggi depositata presso la Biblioteca di Genealogia
di Parigi (3 Rue Turbigo, 75001), unitamente a molti altri documenti
simili. Stando a Sirjean, Childerico era il padre di
Clodoveo I, a cui
era succeduto il figlio Clotario. Questi visse dal 497 al 561 - un'et
assolutamente venerabile, se solo si considera che, in conseguenza
di un'esistenza trascorsa fra guerre continue, la vita media di un sovrano
del tempo raramente andava oltre i trent'anni - cos da meritarsi
l'appellativo di il Vecchio.
A Clotario i era succeduto il figlio Chilperico I, vissuto dal 523 al
584, prolifico padre di ben undici figli, avuti da tre diverse mogli:
Audevere, Galsonte e Fredegonda, quest'ultima sopravvissuta al marito
e madre del suo successore Clotario II. Questi regn dal 584 al
613 come sovrano di Soissons e dal 613 al 629 come re di Francia,
distinguendosi dal padre per l'appellativo di il Giovane.
La sua seconda moglie, Beretrude, morta nel 620, era la madre del
nuovo successore, Dagoberto I, nato nel 606 e regnante dal 629 fino
al 639, anno della morte. Dagoberto ebbe due figli: il primo
era Clodoveo II noto come il Fannullone, il quale, a dispetto del non simpatico
aggettivo, era collocato nella linea genealogica dei re di Francia;
il secondo era Sigeberto III, proclamato re dell'Austrasia, un vasto
territorio che, grosso modo, si estendeva nelle regioni a nordest
di Parigi. E sono proprio Sigeberto ed i suoi discendenti il ramo merovingio
coinvolto nell'intricato mistero che circonda
Rennes-le-Chteau. Dal momento della sua morte in avanti
(avvenuta nel 656,
come tra l'altro evidenziato anche dalla voce narrante del celebre
film El Cid, che ha Charlton Heston come protagonista) la storia incomincia
a sfociare nella leggenda.
La ricostruzione ufficiale della genealogia merovingia cui
abbiamo appena fatto menzione, sostiene che il figlio di Sigeberto, Dagoberto
II - quello citato nelle pergamene segrete di Rennes-le-Chteau - sarebbe
vissuto dal 652 al 679. Dall'unica moglie, Mectilda, avrebbe
avuto due figlie e un erede maschio, morto addirittura un anno prima
del padre. Ma a questa genealogia ufficialmente riconosciuta, se ne
contrappone un'altra decisamente diversa che compare in un documento
alquanto controverso noto come Dossier segreti depositato a
suo tempo, in circostanze non del tutto chiare, presso la Biblioteca
Nazionale di Parigi.
Il deposito del plico di documenti  stato registrato a nome di Henri
Lobineau, presunto pseudonimo di un certo Leo Schidlof, un austriaco
esperto di miniature, morto nel 1966. Poi si disse che in realt
dietro a Lobineu si nascondeva un eminente aristocratico francese, il
conte Henri de Lenoncourt. Insomma, una certa confusione. Per questo
 possibile che i Dossier segreti siano dei documenti contraffatti,
appositamente depositati presso la Biblioteca Nazionale di Francia
per dare loro l'autorit necessaria per essere creduti veri, ma il cui
solo scopo  quello di sostenere la storia dell'unione di Ges con
Maria Maddalena e la nascita dalla loro discendenza della linea regale
dei sovrani merovingi.
Ma prima di tratteggiare le idee di Lobineau,  forse opportuno
approfondire ancora un poco la vita di Dagoberto II, soprattutto in
quegli avvenimenti che sembrano presentare un risvolto storico accettabile.
Da una parte Lanigan, nella sua Ecclesiastical History (terzo volume,
p. 101), racconta come Dagoberto venne esiliato e condotto in
un monastero in Irlanda. Dall'altra parte Mzeray, nella sua Histoire
de France, pubblicata nel 1685, lamenta la laconicit delle cronache
storiche del VII secolo, asserendo la grave difficolt a ricostruire la
storia sulla base di un materiale tanto scarso. Tuttavia lo
stesso Mzeray conferma che il re Sigeberto III di Austrasia ebbe un solo figlio,
chiamato Dagoberto II, che alla morte del padre contava solamente
due anni. Per questo Grimoaldo, il Maestro o Maggiordomo
di Palazzo, si era immediatamente preoccupato di rendere ufficiale
la voce che prima di morire il re Sigeberto aveva legalmente adottato
suo figlio Childeberto, riconoscendo in lui l'erede al trono. Al fine
di mettere a segno il colpo di mano, Grimoaldo aveva fatto pubblicamente
tonsurare l'erede legittimo Dagoberto da Didone, vescovo
di Poitiers, e lo aveva segretamente esiliato in Irlanda. Secondo
un cronista (Archdall) il piccolo sovrano sarebbe stato rinchiuso nel
monastero di Siane.
Appena sistemata la questione Dagoberto, Grimoaldo si era dato da
fare per installare sul trono in modo definitivo il figlio Childeberto.
Ma i signori di Austrasia si erano ribellati e, fattolo prigioniero, avevano
spedito Grimoaldo al re Clodoveo che non ci aveva pensato su
due volte a giustiziarlo. Per anni l'Austrasia era cos rimasta senza
sovrano, fino a quando Dagoberto II era tornato dall'Irlanda per essere
proclamato re nel 674. Dopo solo quattro anni, nel 678, Dagoberto
moriva.
Nella versione di Lobineau si dice che la moglie di Dagoberto,
Mectilda (che era, in realt, una donna di origine anglosassone e non
una celta come sovente si legge) sarebbe morta dando alla luce la
terza figlia e che - questo a tutto vantaggio dell'ipotesi Ges-Maria
Maddalena-Merovingi - Dagoberto si sarebbe risposato con Giselle,
figlia del conte di Razs.
Da quel che siamo riusciti a raccogliere, possiamo affermare
che non esiste menzione di questo secondo matrimonio in alcuna genealogia
ufficialmente riconosciuta. In definitiva, la storia della seconda
unione di Dagoberto e della nuova linea dinastica che ne sarebbe
scaturita compare solamente all'interno del carteggio di Lobineau
che per molti sarebbe credibile come la confessione sotto tortura di
un povero vecchio che ammette di avere visto una strega volare su
un manico di scopa.
Al ritorno dall'Irlanda, accompagnato e protetto da san Wilfredo,
Dagoberto II si sarebbe rivelato un re energico e vigoroso, al pari dei
suoi pi illustri predecessori: un sovrano come Clodoveo, per intenderci,
che in occasione dell'episodio noto come il vaso di Soissons(1)
avrebbe messo in mostra doti di carattere e coraggio; insomma
tutt'altro che un re fannullone.
La continua tensione e la violenta rivalit esplosa fra le diverse correnti
politiche, religiose e dinastiche avrebbe portato Dagoberto II ad
una morte prematura, avvenuta nel 679. Stando ad una delle tante
leggende, sarebbe stato assassinato mentre riposava all'ombra di un
albero, da uno dei sicari di Pipino, che gli avrebbe trapassato un occhio.
Un'altra versione parla di un'imboscata tesagli nei pressi di
Stenay. A questo merito la misteriosa Dalle du Chevalier potrebbe
dirci qualcosa. Ammettendo per un momento - con il beneficio di
un'ipotesi tutta da verificare e per il mero gusto della speculazione -
che il piccolo Sigeberto, figlio di Dagoberto, non sia morto prima
del padre nel 678, potrebbe forse la scena raffigurata sulla pietra rappresentare
gli ultimi istanti di vita di Dagoberto, morto per guadagnare
tempo e fare s che alcuni suoi fidi potessero mettere in salvo
il piccolo erede e magari anche il tesoro reale di Rennes-le-Chteau?
Non si sarebbe comportato cos un qualsiasi eroe pur di salvare la
propria eredit dinastica?
Ma esiste una motivazione decisamente pi forte che sta alla base
della brusca interruzione della genealogia regale dei Merovingi ed 
l'ambizione, il pragmatismo, l'efficienza degli usurpatori carolingi.
In un tempo in cui i sovrani governavano e comandavano veramente,
gli interessi delle grandi famiglie e gli aspetti politici erano intrecciati
fra loro in modo inestricabile. Si trattava, alla fine, di una questione
di sopravvivenza: chi non fosse riuscito a fare piazza pulita di
ogni possibile e potenziale rivale prima o poi sarebbe caduto, a sua
volta eliminato da chi, pi astuto ed attento, fosse riuscito nell'impresa
tramata a suo danno!
Singolarmente, che si prendano in considerazione i metodi con cui
le grandi organizzazioni mafiose operano per eliminare le cosche rivali
o che, saltando indietro nel tempo, si parli degli intrighi di una
corte regale franca di secoli or sono, si pu star certi che gli elementi
di base continuano ad essere gli stessi. La teoria astratta che sta alla
base del potere  sempre la solita: tutti vogliono averlo e questa
forza tende a crescere o a decrescere in modo esponenziale, perch il
vuoto di potere non  ammesso.
Come sappiamo, i sovrani merovingi erano tenuti in grande rispetto
e riguardo: molti di loro, per esempio - in modo meritato o immeritato
- godevano della reputazione di maghi e taumaturghi. Eppure,
poco a poco, nel loro atteggiamento di governo incominci ad insinuarsi
il desiderio di delegare la gestione delle questioni economiche,
legali e finanziarie a funzionari anziani passati alla Storia come
Maestri o Maggiordomi di Palazzo, grazie alla cui opera il sovrano
era libero di scaricarsi delle incombenze che meno lo interessavano
per dedicare il proprio tempo a ci che pi gli stava a cuore. In tutti i
sistemi di potere piramidale esistono sottoinsiemi cui sono delegate
decisioni che tendono inevitabilmente a trasformarsi in piccoli centri
di potere indipendenti e, se possibile, autonomi, ed  assodato che il
volere supremo di chi  al vertice pu benissimo essere vanificato,
fino all'annullamento, se chi  ai suoi ordini non ha alcuna intenzione
di collaborare. Molto dipende da ci che il capo intende realizzare
e dalle priorit che ha intenzione di imporre. Va da s che se un
sovrano si dedicava solo e soltanto ai piaceri dell'alcova e della caccia,
se passava le sere in festini e crapule e le giornate a svolgere pratiche
taumaturgiche, tutto il resto doveva pur essere svolto da qualcun
altro fidato, al quale delegare, via via, un numero sempre maggiore
di decisioni.
Al tempo dei Merovingi, niente di meglio che la figura di un coscienzioso
ed efficiente Maestro di Palazzo. In breve, la corte si era
trasformata in un mercato di poteri che andavano e venivano. Da
parte loro i Maestri di Palazzo, gestendo sempre di pi le incombenze
spettanti al re, assumevano sempre pi potere. In definitiva, come
vasi comunicanti, pi il sovrano godeva di tempo libero per dedicarsi
alle sue attivit preferite, pi il Maestro di Palazzo, sostituendolo
nelle decisioni, acquisiva potere e l'unico momento di salvaguardia
si riduceva ad essere in qualche modo garantito dai rapporti e dalle
relazioni interpersonali di fiducia che intercorrevano fra i due detentori
del potere. Da parte loro, tutti gli altri membri della corte e, in
specie, gli anziani consiglieri, che ricevevano gli ordini dal Maestro
di Palazzo, poco alla volta, inconsciamente non potevano che identificare
in lui l'autentica fonte del potere e della decisione, spostandola
dalla figura, sempre pi assente, del vero re. Se, in aggiunta, questi
non aveva polso e piuttosto di contrastare o discutere preferiva
immancabilmente demandare la decisione da prendere al parere del
Maestro di Palazzo, la situazione di abdicazione potenziale diventava
ancora pi definita. Il punto critico, in cui l'equilibrio fra le parti
si spezzava, giungeva nel momento in cui l'autorit del Maestro di
Palazzo si faceva cos forte da sovrastare addirittura quella del sovrano,
presto etichettato dal popolo e dalla sua stessa corte con l'appellativo
di re fannullone.
Il passo successivo era ancora pi sinistro: il potere allungava inesorabilmente
i suoi tentacoli e l'ombra che aleggiava dietro al trono
esigeva di farsi concreta per potersene ufficialmente impossessare. A
questo punto il re debole e disinteressato alle cose di governo si trasformava
in un peso, una noia, qualcosa di costoso e superfluo. Nasceva,
di conseguenza, la domanda: chi  il vero re, quello col titolo
e col sangue reale, oppure quello che detiene il potere? Ecco giunto
il momento di un cambio: la dinastia imbelle doveva farsi da parte
per lasciare il posto e il potere a linfa nuova e vigorosa, una nuova
dinastia regale capace di riprendere in mano le redini del comando
per detenerlo. All'epoca, questo ruolo venne svolto dai Carolingi ed
 per questo che immaginare che i Merovingi possano aver avuto ulteriore
continuit dinastica risulta difficile. L'impeto focoso con cui
la dinastia dei Carolingi assunse il potere non avrebbe lasciato alcuno
spazio alle loro modeste pretese.
Mentre i re fannulloni merovingi delegavano il potere nelle mani
dei Maestri di Palazzo, spianando cos la strada per l'avvento della
nuova dinastia regale dominatrice, il sito preistorico di Rennes-le-
Chteau stava subendo importanti cambiamenti.
Cacciati e vinti i Tettosagi, le legioni romane incominciarono a
prendere possesso del territorio, innalzando centri e fortificazioni
sulle cime ben protette delle colline. Ai Romani erano poi succeduti i
Visigoti e, stando alle osservazioni di storici e archeologi, il sito si
sarebbe sviluppato sempre di pi. Le difese e le mura sempre pi
grandi l'avrebbero addirittura portato a rivaleggiare con il grande
centro di Carcassonne.
Poi era stata la volta dei Franchi che avevano vinto i Visigoti. Questi,
sconfitti, si erano ritirati in una regione ristretta conosciuta come
Gotha o Septimania, un'area geografica pressappoco corrispondente
al territorio degli attuali dipartimenti di Aude, Garde, Hrault e Pirenei
orientali. Ma le vicissitudini dei Visigoti non si erano fermate
qui, perch, superate le azzurre acque del mare Mediterraneo e
passata Gibilterra, i Saraceni presero d'assalto il regno di Septimania.
Esistono prove evidenti che in quel momento il sito di
Rennes-le-Chteau, all'epoca noto col nome di Rhedae,
costituisse un importante centro di difesa visigoto.
Tuttavia, la marcia trionfale dei Saraceni ad un tratto dovette fare
i conti con un sovrano carolingio, Carlo Martello, che nel 732 l'arrest
bruscamente nella epica battaglia di Poitiers. All'epoca, CarloMartello (definibile come un Maestro di Palazzo gi proto-carolingio)
operava ancora come rappresentante della dinastia merovingia.
Per riuscire a comprendere il modo in cui i Carolingi soppiantarono
i Merovingi  importante approfondire le radici storiche della nuova,
potente casa reale.
Il re merovingio Clotario II (detto il Giovane, 584-629) contava
fra i suoi assistenti un consigliere di nome Amulfo. Secondo alcuni,
Amulfo aveva origini gallo-romane ed antenati aquilani, ma, pi
probabilmente, doveva essere un franco della trib dei Ripuari. La
moglie, Doda, prima che lui venisse nominato vescovo di Metz nel
1614, e prima di chiudersi, a sua volta, in convento, gli aveva dato
due figli. Dopo qualche tempo, Amulfo, rassegnate le dimissioni dal
vescovato, si era dato all'eremitaggio, per passare alla storia della
Chiesa come sant'Amulfo, la cui festivit cade il 18 di
luglio. Uno dei figli avuti da Doda, Ansegesil, aveva poi
sposato Begga, figlia di
Pipino il Vecchio.
Pipino il Vecchio, quando aveva incominciato a conquistare ed acquisire
latifondi e possedimenti, era anche conosciuto come Pipino
di Landen, che si trova nei pressi di Trier. Il figlio, Grimoaldo fratello di Begga, era quello stesso Grimoaldo che gi abbiamo incontrato,
l'astuto Maestro di Palazzo che aveva tramato per far esiliare in
Irlanda il piccolo Dagoberto II, erede legittimo, per fare spazio sul
trono dell'Austrasia a suo figlio Childeberto. Quando la nobilt e i
signori avevano reagito, erano stati giustiziati non solo Grimoaldo e
suo figlio, ma anche Ansegesil. Begga ed il figlio avuto da Ansegesil
- chiamato Pipino a ricordo del suo illustre nonno - erano riusciti invece
a salvarsi e scappare, per mantenere da quel momento in avanti
per oltre vent'anni un basso profilo.
 questo Pipino - il figlio di Begga e di Ansegesil - che venne detto
di Herstal, a volte Heristal. Dopo aver duramente lavorato per far
riacquisire alla famiglia il peso politico necessario, alla fine Pipino
era riuscito nell'impresa di diventare Maestro di Palazzo del regno
di Austrasia. Rivale temibile e accanito era per lui Ebruin, il Maestro
della Neustria, sconfitto nel 687 nella battaglia di Tertry, nei pressi di
Pronne, e da Pipino sostituito con uomini di fiducia, posti al comando
sia della Neustria sia del regno di Borgogna, l'altra parte in
cui era stato diviso l'impero.
Quando nel 714 Pipino di Herstal era morto, era sorto il problema
della successione. Il suo unico figlio legittimo era gi morto e la
scelta era, gioco forza, limitata a due nipoti e al figlio illegittimo
Carlo, soprannominato Martello.
Il conflitto tra Carlo e Plectrude, la vedova di Pipino, dur dieci anni.
Dopo la vittoria di Poitiers per la strada al trono si era spalancata
d'incanto al valoroso Carlo, che vi si era insediato nel 732 per restarci
fino alla morte, avvenuta nel 741.
Il figlio pi giovane, Pipino il Breve, non esit ad assumere su di
s il titolo di Maestro di Palazzo di tutti e tre i territori in cui era stato
diviso l'impero franco, riuscendo a realizzare l'intenzione che
Grimoaldo aveva fallita al tempo del re Dagoberto II. Deposto il re
merovingio Childerico III, grazie a Pipino, la linea carolingia si insedi,
non pi come controllore, ma come nuova dinastia sul trono di
Francia.
Al figlio di Pipino, Carlo Magno, veniva riconosciuto il titolo di
imperatore di quello che venne battezzato Sacro Romano Impero,
con tanto di benedizione da parte del papa Leone III sul finire dell'anno
800.  evidente che in questo periodo la corte gi importante
della citt di Carcassonne era gestita da uno dei luogotenenti
di Carlo Magno il quale poteva contare su una dipendenza
territoriale quasi
altrettanto importante nel centro di Rhedae.
Una volta assurto a tanta gloria, diventa comprensibile come attorno
alla figura di Carlo Magno e alle origini delle dinastie franche
siano poi nate cos tante leggende. Un racconto particolarmente affascinante
 quello databile all'VIII secolo intitolato Liber Historiae
Francorum.
La leggenda parte da lontano. A seguito della caduta di Troia, alcuni
Troiani sconfitti erano fuggiti dalla citt in fiamme ed avevano
raggiunto la Pannonia, dove era stata fondata la citt di Sicambria.
Da qui, i nuovi venuti avevano aiutato l'allora imperatore Valentiniano
a tenere a freno le orde dei barbari Alani. L'imperatore era rimasto
a tal punto impressionato dal coraggio da loro mostrato sul
campo di battaglia da arrivare ad attribuire a quella gente un nuovo
nome. Decise che da quel momento si sarebbero chiamati Franchi,
che significava uomini fieri. Poi, imprudentemente e senza valutare
a sufficienza il loro spirito bellicoso, aveva pensato bene di sottometterli
alle tasse e ai dazi dell'impero. Quasi superfluo dire che i
messi imperiali inviati sul posto per la riscossione delle tasse erano
stati uccisi.
Il gesto di ribellione aveva indotto i Romani a dichiarare guerra a
quelli che solo poco prima erano stati i loro fidi alleati, il nuovo popolo
dei Franchi. Ben organizzati e strategicamente dislocati lungo
gli avamposti della linea del fiume Reno, riconosciuto in
Faramondo - un presunto discendente del re Priamo di Troia - il loro sovrano,
i Franchi si erano apprestati a reggere l'urto delle legioni romane.
Va da s che questa leggenda sembra avere ben poco a che spartire
col racconto che Virgilio traccia nell'Eneide. Sempre stando al
Liber Historiae Francorum, Faramondo sarebbe stato il padre di
Clodione il Lungocrinito, anche se altre fonti lo indicano come il
mezzo genitore di Meroveo (mezzo soltanto, perch, come gi
abbiamo visto, l'altra met del seme paterno di Meroveo sarebbe
stata immessa nel ventre gi gravido della madre, da una misteriosa
creatura acquatica, forse non terrestre, da alcuni identificata in un
tritone).
Dopo il periodo relativamente tranquillo trascorso sotto la dinastia
dei Carolingi, ecco che la vicenda storica del centro di
Rennes-le-Chteau si trasforma in un magma in continuo
movimento contraddistinto
da un perenne stato di confusione. Secondo alcuni storici,
quando ancora il suo nome era Rhedae, il centro sarebbe stato un
formidabile avamposto fortificato, contenente due centri urbani, generati
al suo interno come gemmazione spontanea. Nell'XI secolo,
Rennes-le-Chteau pass sotto il dominio della Casa di Barcellona;
due secoli dopo era agli ordini dei Trencavels, gi signori di Bziers.
Verso la fine del XII secolo erano sorte alcune incomprensioni con
Alfonso di Barcellona. Questi gi dominava sui vicini centri
di Quribus e Peyrepertuse e desiderava inglobare sotto il suo dominio anche
il territorio di Rhedae. Alcuni storici ritengono che fu proprio in
questo periodo, quando Alfonso prese di mira Rhedae, che and distrutta
la maggior parte delle notevoli opere di fortificazione che un
tempo circondavano il sito.
Come  ben noto, la nascita e l'esplosione del catarismo per tutta la
Linguadoca - Rennes-le-Chteau compresa - nel corso del XII secolo sfoci in una crudele crociata contro i presunti eretici guidati da
Simone di Montfort, valoroso e generoso combattente.
Il terrore conseguente al terribile massacro patito dai catari, port
ad un momento di tranquillit, in cui si registr un nuovo positivo
momento di ricostruzione, anche grazie all'operato dei signori di
Voisin, rimasti a Rennes-le-Chteau fino al XIV secolo.  del tutto
probabile che sia stato proprio in questo lasso di tempo che le due
antiche chiese del villaggio - quella di San Pietro e di Santa Maria
Maddalena - vennero riportate al loro ancor pi vetusto splendore.
A questo punto occorre fare un'osservazione importante. Fra il
1118 e il 1317, l'Ordine dei Cavalieri Templari costituiva una potenza
impressionante. All'acme della sua gloria, l'Ordine possedeva territori,
ricchezze e castelli, contando oltre tutto su di una forza militare
di prim'ordine, al punto da essere in grado di condizionare scelte e
comportamenti dei sovrani europei.
Gli adepti all'Ordine componevano un gruppo affiatato, unito e fieramente
indipendente, sul quale solo il papa aveva autorit. Diciamo
questo, perch un legame vitale e quanto mai intrigante esisteva fra
l'Ordine e Rennes-le-Chteau, dal momento che dal 1156 al 1169 la
carica di Gran Maestro dell'Ordine era toccata a Bertrand de
Blanchefort e tutt'attorno al villaggio esistevano roccheforti e manieri
templari.
Un insieme di concomitanze negative come le ripetute pestilenze e
le scorrerie senza posa di soldati di ventura sbandati portarono poco
a poco alla decadenza dei Voisins. Particolarmente pernicioso a questo
fine si rivel un brigante spagnolo, il temuto conte di
Trastamarre, che terrorizzava i dintorni di Rennes-le-Chteau e al quale dobbiamo
anche la definitiva distruzione della chiesa di San Pietro, di
cui oggi non resta pressoch pi nulla.
Sul finire del XV secolo per la linea dei Voisins ebbe ad incrociarsi
con quella dei nobili di Hautpoul, pronta ad avocare a s l'antico titolo
di signori del posto dei Blanchefort. Ultima rappresentante di
questa schiatta fu Marie de Ngre, la stessa di cui gi si  detto e la
cui lastra tombale, iscritta in codice segreto, era stata oggetto delle
attenzioni devastanti dell'abate Saunire. Stando all'opinione di alcuni
storici credibili, Marie sarebbe stata l'ultima detentrice e custode
di un grande segreto che aveva accompagnato per generazioni la
sua famiglia. Non  da escludere che, sul punto di morte, ne avesse
fatto partecipe il suo confessore, l'abate Antoine Bigou.
Bigou era stato il prete che aveva preceduto Saunire nella parrocchia
di Rennes-le-Chteau, compito a cui aggiungeva anche quello
di cappellano privato della famiglia Hautpoul/Blanchefort. Per
questo  per lo meno logico immaginare che se realmente Marie de
Ngre conservava un grande segreto - per esempio, il luogo in cui
era celato il tesoro di famiglia -, in punto di morte lo avrebbe confessato
al sacerdote che aveva accudito ai suoi bisogni spirituali per
tutta la vita.
Marie mor il 17 gennaio del 1781. La Francia era sconvolta dai
moti della rivoluzione e del cambiamento; gli aristocratici, al pari
del clero, erano quanto mai impopolari. Se colui che si incaric di
fare incidere le parole che si trovavano sulla pietra tombale di Marie
de Ngre era stato Bigou, ebbene  probabile che questa sia stata
l'ultima cosa che fece prima di raccogliere tutte le sue cose e scappare,
in esilio volontario, in Spagna, piuttosto che soccombere sotto
i colpi dei rivoluzionari. Non sono pochi gli esperti del mistero di
Rennes-le-Chteau ad essere convinti che sarebbe stato proprio il
colto Bigou a compilare almeno due delle misteriose pergamene in
codice che Saunire disse di aver rintracciato nella colonnina cava
di origine visigota che sosteneva l'antico altare della chiesa di Santa
Maria Maddalena. Sempre secondo questi ricercatori, lo stesso
Bigou avrebbe prelevato e nascosto in un altro luogo il tesoro della
famiglia Blanchefort rivelatogli da Marie de Ngre - sempre ammesso
che ne esistesse uno -, evitando in tal modo di farlo cadere
nelle mani dei rivoluzionari, ma al contempo facendo in modo che
il parroco che fosse venuto dopo di lui potesse riuscire a riportarlo
alla luce, grazie all'interpretazione di riferimenti a sfondo religioso
proposti sotto forma di codice. Dall'esilio spagnolo Bigou non fece
pi ritorno.
A questo punto, la nostra breve storia di Rennes-le-Chteau ci conduce
alla data del 16 aprile 1852, giorno di nascita di Brenger
Saunire, in quel di Montazels. Nel 1879 venne ordinato prete. Nel 1882
gli venne affidata la custodia delle anime del piccolo borgo di Clat.
Il primo giugno del 1885 monsignor Billard, vescovo di
Carcassonne, lo insedi nella parrocchia di Rennes-le-Chteau. Dal giorno della
sua strepitosa scoperta - di qualunque cosa si sia trattato - fino al
22 gennaio del 1917, anno della sua morte, il misterioso Saunire
spese una cifra a dir poco astronomica, se solo la si riporta agli attuali
valori economici. Quando venne aperto il suo lascito testamentario
nulla risultava di sua propriet. Saunire, infatti, aveva gi da tempo
girato ogni cosa alla sua fedele perpetua, compagna di una vita,
Marie Dnamaud. La donna  vissuta fino al 1953, con la promessa
che prima di andarsene avrebbe certamente rivelato ogni cosa, svelato
il segreto che le era stato trasmesso dal suo parroco. Peccato che a
seguito di un ictus che la paralizz, togliendole completamente la favella
e l'uso delle mani, Marie non mantenne la promessa, portando
nella tomba il suo grande mistero.
 Note.
1. Dopo la brillante vittoria di Soissons, il re Clodoveo aveva ricevuto la visita del vescovo della
citt che lo aveva supplicato di restituire alla sua chiesa un prezioso vaso che i suoi soldati
avevano razziato come bottino di guerra. Con un atteggiamento di vera magnanimit, Clodoveo
aveva dato ordine che la richiesta del vescovo venisse assolta, ma il soldato che aveva prelevato
il vaso, indispettito dall'ordine, lo aveva deliberatamente infranto. Irritato da un simile comportamento,
lo stesso Clodoveo aveva voluto giustiziare di sua mano il presuntuoso soldato disobbediente.


Capitolo 3.
I risvolti teologici e religiosi.

Domino optimo maximo.
Motto dell'Ordine benedettino.

Se, come si  soliti dire, ci vuole un ladro per prendere un ladro, 
logico pensare che per penetrare la mente e il cuore di un prete ce ne
voglia un altro, anche se, come nel mio caso, i due soggetti sono divisi
da 1500 km di distanza e da 100 anni lungo la scala del tempo.
Credo che la prima, importante questione che ci si debba porre 
quella di chiedersi se Saunire si fosse fatto prete seguendo una vocazione
autentica e fino a che punto, dunque, fosse convinto della
sua scelta di vita. Difficile rispondere, anche perch se domandate a
una dozzina di preti che cosa intendano per vocazione vi assicuro
che vi troverete di fronte a dodici risposte diverse. Sono per altrettanto
certo che ciascuno di loro non vi riveler nulla di diverso di ci
che sente nel suo cuore, assicurandovi, alla fine, che non ci sarebbe
stato nient'altro che avrebbe potuto fare ed essere. Questo sia che
parliate con un cappellano militare o di industria o con un prete che
insegna teologia all'universit, che si dedica alla scrittura o  fortemente
impegnato in un ospedale, una casa di cura, una prigione. Un
altro potr svolgere la sua missione nell'esercito oppure fra le forze
di polizia, un altro ancora essere il classico curato della campagna
parigina. Insomma, alla fine, tutti vi diranno, chi in un modo chi in
un altro, che la sola cosa che credono  che Dio li abbia chiamati
perch, in qualche modo, aveva bisogno di loro.
Il problema  che se fra il vostro casuale campionario di preti vi imbattete
anche in un giovane tredicenne, per quanto lo possiate trovare
vestito di tutto punto con la lunga tonaca nera fino ai piedi e il candido
collarino, immancabilmente la sua si riveler una situazione complessa,
poich difficilmente egli riuscir a comprendere chi mai glieloabbia fatto fare di incamminarsi lungo la strada dura ed impervia
del sacerdozio. Era stata questa la condizione di partenza di
Saunire? Non giudicare se non vuoi essere giudicato  uno dei pensieri
di fondo dell'etica cristiana ed in effetti lungi da noi anche soltanto il
pensiero di farlo. Gli unici davvero qualificati in questo sono Dio,
che  quello che chiama, e gli uomini, che sono quelli che rispondono:
interpellare altri  fuori luogo e non certamente onesto. Tuttavia,
anche in considerazione di ci che  scaturito attorno a
Rennes-le-Chteau, dobbiamo lo stesso, con umilt, porci la
fatidica domanda di cui sopra.
Saunire era un sacerdote convinto e sincero inviato per
puro caso nel luogo in cui venne a trovarsi, oppure si trattava di un
vero e proprio cacciatore di tesori, che la dura disciplina del seminario
aveva allenato al solo fine di venire a capo del tesoro di Rennes,
cercando di procurarsi il massimo tornaconto possibile? Indubbiamente,
se questa  la verit - ossia che Saunire sarebbe stato allenato
alla dura vita seminariale e quindi inviato in qualit di parroco a
Rennes-le-Chteau per mettersi sulle tracce di un leggendario tesoro
-  evidente che la fiducia da lui stesso riposta nella sua capacit di
risolvere l'enigma doveva essere per lo meno straordinaria. Si racconta
che quando era bambino, mentre tutti gli altri ragazzi di
Montazels si divertivano nei giochi tipici della loro et, il piccolo Brenger
aveva sempre e soltanto una proposta per ingannare il tempo: coraggio,
andiamo a caccia dell'antico tesoro di Rennes-le-Chteau.
C' un altro aspetto niente affatto trascurabile che probabilmente
dominava la mente di Saunire, vale a dire il concetto dell'antichit
della sua discendenza, l'idea che si era costruito dentro di s, o che
gli avevano fatto credere, a proposito di ci che grazie a questa sua
origine egli sarebbe stato in grado di fare e ottenere. Insomma, il
vecchio paradosso della discordanza fra immaginazione e realt. In
effetti, gli uomini sono soliti credere in relazione a come essi intendono
che siano i fatti, non in relazione a come la realt in effetti si
presenta. Il fulcro della celebre commedia L'ispettore generale consiste
nel fatto che il corrotto ed incompetente funzionario locale viene
creduto e percepito dal giovane protagonista squattrinato come il
vero, temibile ispettore generale che, si mormorava in giro, si sarebbe
presentato in incognito proprio per coglierlo in fallo.
Gli abitanti di Rennes-le-Chteau vedevano in Saunire il loro prete,
il loro protettore spirituale onesto e benevolo. Per quel che siamo
riusciti a ricostruire, non  mai emerso anche soltanto un commento
negativo da parte della gente del paese relativo alla eventualit che
Saunire avesse realmente rintracciato un grande tesoro e lo stesse
spendendo senza renderne conto a nessuno, neppure a loro. Per tutti
gli anni del suo mandato al villaggio, le pecorelle del suo gregge
continuarono a comportarsi da bravi parrocchiani, come d'altra parte
avevano sempre fatto i loro antenati, accettando di buon grado tutte
le migliorie che derivavano dalle misteriose spese del loro parroco
paternalista, ma senza mai discutere a proposito delle sue manchevolezze,
delle sue stravaganze ed eccentricit. Le uniche loro lagnanze
non si sollevavano contro Saunire, bens avevano di solito come
obiettivo il ritorno del potere autocratico della aristocrazia. Non si
ponevano la questione di come Saunire potesse essere venuto in
possesso di tanti soldi n perch li stesse spendendo con prodigalit;
il loro disappunto, quando si manifestava, si concentrava invece sulla
disuguaglianza, su quei meccanismi politici e sociali che permettevano
a pochi di arricchirsi sulle spalle di tanti, condannati a restare
poveri per sempre.
Chi, al contrario, si interessava alla fonte di ricchezza che aveva investito,
quasi miracolosamente, il parroco Saunire era il querulo ed
ossessivo vescovo Paul-Flix Beuvain, insediatosi a Carcassonne nel
1902, in sostituzione del fin troppo tollerante vescovo Billard. Nel
suo sempre teso rapporto con il vescovo, Saunire era solito far proprio
in ogni occasione quel distaccato e indipendente modo di comportarsi
tipico di un signorotto locale, anzich assumere il dovuto atteggiamento
di devozione e sottomissione, tenuto conto che il suo
vescovo era il tramite della voce e del volere di Dio. Sorge, spontanea,
un'altra domanda: Saunire si atteggiava in quel modo, da signorotto
locale, per sfizio, oppure perch sapeva di esserlo veramente?
Gli avevano forse rivelato che nelle sue vene scorreva l'antico e
nobile sangue della progenie merovingia? Si riteneva, in buona fede,
l'erede legittimo dei conti di Razs e, in forza di questo, superiore a
qualsiasi vescovo locale o demagogico politicante repubblicano? 
estremamente importante venire a capo di questo aspetto del carattere
di Saunire, delle sue convinzioni e delle sue attitudini, prima di
occuparci di ci che avrebbe potuto o non potuto fare, sempre avendo
come sfondo il mistero di Rennes-le-Chteau, negli anni da lui
vissuti al villaggio come parroco, fra il 1885 e il 1917.  evidente
che se fosse stato un prete convinto, devoto e spiritualmente orientato
verso l'amore della Chiesa e della fede, qualsiasi idea a proposito
della sua origine non avrebbe scalfito assolutamente il suo modo di
essere. Se, invece, fosse stato un ambizioso soldato di ventura, un
avventuroso cacciatore di tesori il cui ardimento sovrastava il pi
delle volte il suo senso della moralit, ebbene, in questo caso tutto e
il contrario di tutto sarebbe immaginabile. Fatta questa debita premessa,
riteniamo che ora si possano con maggiore obiettivit prendere
in considerazione gli aspetti teologici e religiosi coinvolti nel
mistero di cui ci stiamo occupando. Per quanto possa sembrare strano,
questa nostra semireligiosa ricerca prende le mosse dall'apparente
moto celeste del pianeta Venere, come a dire come in alto cos in
basso.
Nelle vicinanze e nel paesaggio di Rennes-le-Chteau, come gi
abbiamo avuto modo di osservare nelle pagine precedenti, si stagliano
numerosi punti di riferimento sia naturali che artificiali - come,
per esempio, i menhir e le miniere - che danno origine a delle
gigantesche figure geometriche di triangoli equilateri e pentagoni. Nei
tempi antichi, gli astrologi ritenevano che la Terra si trovasse al centro
dell'universo. Dal loro punto di vista ogni altro oggetto celeste
ruotava attorno al nostro pianeta. I pianeti - parola che significa vagabondo
- creavano non pochi problemi di calcolo ai primitivi osservatori
del cielo. Per esempio, non si muovevano secondo grandi
percorsi circolari come le stelle fisse: sembrava che lo facessero secondo
movimenti svariati, regolari e irregolari, e per questo scarsamente
prevedibili. Per gli astrologi antichi che credevano nel geocentrismo,
ciascun pianeta pareva mostrare un incostante moto celeste
rispetto al Sole. Mercurio tracciava nei cieli un triangolo irregolare;
viceversa Venere disegnava un pentagono regolare ogni otto anni.
Per questi studiosi, che erano anche maghi, il simbolismo aveva
un'importanza decisiva e vitale, specie e soprattutto quando dal cielo
poteva discendere fin sulla Terra adagiandosi sul territorio, come
sembrava potesse verificarsi in un posto come Rennes-le-Chteau.
Dal punto di vista scientifico, Venere  il secondo pianeta pi vicino
al Sole. La sua atmosfera densa di nubi riflette la luce solare rendendolo
uno degli oggetti pi brillanti della volta celeste. La sua distanza
media dal Sole  pari a 112 milioni di km, mentre il punto in
cui si avvicina di pi al nostro pianeta vale 41 milioni di km. Il diametro
di Venere  pari a 13.000 km, circa lo 0,826 di quello terrestre.
Venere viene a trovarsi con regolare puntualit in contrasto col Sole:
in questi frangenti compare come un grande disco scuro che si staglia
sulla sua superficie. Questi transiti capitano quattro volte ogni
243 anni, scanditi da lassi di tempo di 8,105 Vi, 8 e 121 Vi anni. Le registrazioni
di questi transiti li segnalano come avvenuti nel 1518,
1526, 1631, 1639, 1761, 1769, 1874 e 1882, 2004; il prossimo  previsto
per il 2012. Anche se non  certamente difficile rintracciare
nella storia dell'umanit eventi importanti corrispondenti a questi
anni,  lo stesso significativo notare che proprio nel 1874 Saunire
entrava in seminario per iniziare il suo quinquennale tirocinio di prete,
mentre nel 1882 si vedeva assegnare la sua prima missione come
parroco del piccolo borgo di Clat. Nato sotto il segno dell'Ariete,
due eventi significativi della vita di Saunire coincidono con due
transiti venusiani.
Parlando della dea Venere, dalla quale il pianeta prese il nome, dobbiamo
affrontare una tradizione che affonda le sue radici nel pi lontano
passato. La sua origine nel mondo italico non  nota, ma  certo
che fosse collegata alla vegetazione e alle erbe. In un frammento
giunto fino a noi di una commedia di Gneo Nevio, che scriveva nel
III secolo a.C., troviamo un riferimento a decotti di erbe sotto la forma
Venerem expertam Volcanum, letteralmente Venere che
sperimenta l'abbraccio di Vulcano (le povere erbe del decotto si saranno
come minimo bruciate!). Gneo Nevio allude anche a Venere con il
suo nome alternativo di Afrodite, la sposa di Efesto o Vulcano che dir
si voglia, il fabbro degli di. Un tempo si credeva che tutti i vulcani
della Terra altro non fossero che le fucine ribollenti in cui il dio era
solito operare. L'immagine di Venere come dea della vegetazione e
dei giardini ci riporta immediatamente a va e alla sua presenza nell'Eden
in compagnia di Adamo, prima della caduta e della cacciata.
Afrodite, la dea della sessualit e della bellezza, era anche la patrona
della fertilit e soprattutto ad Erice veniva onorata come colei che regolava
la crescita delle piante e della vegetazione e arrecava raccolti
copiosi. Concetti, come ben si pu osservare, non lontani da quelli
ancora pi antichi della grande madre Terra, ritenuta generatrice degli
di quanto degli uomini e della Natura. Sin dall'Et della Pietra,
questa divinit proteggeva l'agricoltura e la caccia, al fine della preziosa
raccolta del cibo, ed  indubbio che anche i primi abitatori della
regione di Rennes - vale a dire le genti che hanno lasciato quelle
tracce del loro passaggio che ricercatori locali come Fatin hanno portato
alla luce - la venerassero come una potente dea protettrice.
A seconda dei luoghi e delle nazioni, essa era conosciuta con nomi
diversi: Cibele in Grecia e a Roma a partire dai tempi di Pindaro
(500 a.C.), ma era anche Dindimene, da uno dei luoghi montani, il
Monte Dindymon, legato al suo culto. Il simbolo sacro a lei collegato
era un meteorite, una pietra spaziale, che gli antichi adoratori ritenevano
discesa dal cielo.
Fino al 394 d.C., al tempo dell'imperatore Eugenio, Venere era ancora
ampiamente venerata a Roma. Quale che fosse il nome sotto il
quale questa dea veniva onorata, alcuni attributi le erano distintivi e
propri: i suoi santuari si trovavano sempre sulla sommit di un monte
o nascosti in grotte; Venere era colei che presiedeva alla natura
selvaggia; gli animali con cui pi sovente si accompagnava erano i
leoni; i suoi attendenti i Coricanti, esseri dalla natura selvatica, semi
demoniaci. I sacerdoti che si dedicavano al suo culto - chiamati Galli
- erano degli eunuchi travestiti, che emanavano profumi preziosi e
ostentavano lunghe capigliature. Un collegamento, in questo particolare,
con Clodione, il sovrano merovingio dalla lunga chioma? La
leggenda di Tritone come padre aggiuntivo di Meroveo, vuole forse
nascondere un'impotenza sessuale, l'incapacit di Clodione a procreare,
effeminato sacerdote dedito al culto della dea Cibele? Il misterioso
e sfuggente Clodione era forse un eunuco? Se cos fosse, di
chi era figlio Meroveo?
Ma c' un'altra nota interessante da mettere in risalto parlando della
grande dea, della madre Terra. Si diceva che il tempio a lei
dedicato, che sorgeva sul colle Palatino a Roma, fosse la
simbolica rappresentazione
del suo grembo pi intimo. Non a caso, infatti, era
proprio in questo grembo figurato che il 22 marzo di ogni anno i Romani
portavano in processione il sacro pino, simbolo della fertilit
maschile e della resurrezione del dio Atti. Questa tradizione rende
possibile un'ipotesi interessante. Perch escludere che gli ultimi segreti
devoti al culto della grande madre non sentissero il desiderio in
tempi minacciosi o di guerra di nascondere in qualche grotta segreta
per meglio proteggerlo quello che ancora restava degli immensi tesori
sacri? Questo ragionamento non rende decisamente pi credibile
l'ipotesi proposta da Stanley James che ritiene il tesoro di Rennes-le-Chteau
nascosto in qualche grotta? Che pensare, su questa
falsariga, dell'immagine di Maria Maddalena dentro una grotta che
l'abate Saunire ha voluto nella sua chiesa? Quali misteriosi tesori,
quali segreti potrebbero nascondere le tante grotte che costellano il
villaggio?
Il legame che collega da una parte Cibele, intesa come la madre
Terra, e Venere-Afrodite e dall'altra Iside, la pi potente fra tutte le
divinit femminili egizie,  molto forte. Erodoto aggiunge anche l'eguaglianza
con un'altra dea romana: Demetra. Nella mitologia egizia,
Iside  la figlia di Keb e Nut (la Terra e il Cielo). Onorata ovunque,
il suo culto si espanse molto velocemente anche in Grecia, e
Silla nell'80 a.C. apr a Roma un collegio sacerdotale dedicato a lei,
iniziativa pi volte contrastata e soppressa, ma sempre rinata dalle
sue ceneri. Nei cosiddetti misteri religiosi di Iside si celebrava la
morte del suo sposo Osiride; ma anche il successivo trionfo di Horus,
il figlio nato dalla loro unione, sulle forze del male rappresentate
dal dio Seth, e la conseguente rinascita di Osiride, capace di vincere
la morte. Anche se ufficialmente si dichiarava che in questi rituali
gli adepti andassero semplicemente incontro a riti di purificazione,
correvano voci insistenti che, in realt, quando gli adepti si ritrovavano,
consumassero riti orgiastici sfrenati.
Immagini di Iside che tiene il piccolo Horus attaccato al seno per
nutrirlo erano molto diffuse nel mondo antico e non si pu veramente
fare a meno di accostarle a quelle, di molto successive, in cui la
Vergine Maria stringe a s il neonato Ges allattandolo. Gli oppositori
della Chiesa non si sono mai fatti pregare due volte nel cercare
di sostenere che, a ben guardare, il cristianesimo altro non sarebbe
che una derivazione dei misteri di Iside o di quelli, ad essi intimamente
collegati, diffusisi in Occidente e noti come Misteri Eleusini,
dove il posto di Iside era preso da Demetra. Allo stesso modo, alcuni
affermano che gli accurati racconti evangelici relativi alla Resurrezione
di Ges Cristo non sarebbero storie vere, ma simboliche
rappresentazioni del tema del ciclo della vita che si rinnova, della vita e
della morte, tipiche delle antiche religioni cos intimamente legate
alla natura da immaginare che la resurrezione del dio, coincidente
con il ritorno della primavera, porti con s l'eterno rinnovarsi della
fertilit dei campi e con essi la ricchezza di benefici raccolti. Un argomento
ancor pi potente  l'idea che queste antiche forme di religiosit
pagana fossero come finestre che, seppure opache e poco trasparenti,
lasciavano egualmente intravedere lampi di autentica divinit.
Tuttavia viene da controbattere che se, per loro geniale intuizione,
i pi illuminati e sensibili fra i credenti precristiani ebbero l'intuizione
di intravedere nel simbolo di un dio pagano che risorge accenni
di una verit e di un credo superiore, quando poi l'autentica
Verit ebbe a rivelarsi questa anticipazione non scalf in alcun modo
la potenza del suo messaggio. Sarebbe come dire che lo splendore
incomparabile di un'alba radiosa possa essere sminuito, se non addirittura
negato, per il fatto che qualcuno gi ne aveva intuito e anticipato
il sopraggiungere dai fiochi bagliori che lo preannunciavano nel
cielo.
Inseparabile dal suo aspetto benefico e rigoglioso, specchio di una
natura generosa, l'immagine della Grande Madre  sempre accompagnata
dall'idea dell'attrazione sessuale. Venere-Afrodite suscita
sempre un fascino sessuale irresistibile, tanto che anticamente al suo
servizio erano anche preposte delle prostitute sacre. Come la figura
di Iside, protettiva e materna - specie quando rappresentata in compagnia
del suo figlioletto Horus -, nel tempo  stata inevitabilmente
accompagnata a quella della Vergine Maria, allo stesso modo quella
di Venere-Afrodite  stata accostata a Maria Maddalena la donna
che era una peccatrice. Assai stranamente, in tutte le mitologie e nei
culti pagani antichi nella figura dell'eterno femminino si mescolavano
tre aspetti paradossalmente fra loro contrastanti: quello della donna
madre, generosa e protettiva; quello della vergine pura e incontaminata
e, da ultimo, quello della prostituta, che esercita il suo fascino
sessuale irresistibile.
A questo proposito vale ricordare il grande studioso Baring-Gould
quando ci parla della strana leggenda del Monte di Venere,
l'Horselberg, che si eleva come la singolare pietra di un
sarcofago fra l'Eisenach ed il Gotha. Alta, sul versante
nordovest del monte, si apre la caverna
di Horselloch, nel cui cuore pi profondo rumoreggiano le acque
agitate di un torrente sotterraneo. Antichissime leggende dicono
che questo  il punto di accesso al regno e alla corte di Venere-Afrodite.
Qui, da tempi immemorabili, si racconta che compaiano forme e
figure eteree, leggiadre ed evanescenti, tentatrici: nessuno  mai riuscito
a resistere alla loro lusinga, compreso il mitico eroe Tannhuser.
Resa celebre dall'opera lirica omonima di Wagner e da Laus Veneris
di Swinburne, la leggenda di Tannhuser, cavaliere romantico e
celebre Minnesnger (l'equivalente tedesco del trovatore), racconta
del suo incessante peregrinare nella Turingia, in luoghi vicini all'Horselberg,
fino a che un giorno non si imbatte in una donna bellissima
che riconosce essere niente meno che la dea Venere. Ammaliato
dalle sue lusinghe, l'eroe si lascia blandire e trascorre ben sette
anni fra l'ozio e una lussuriosa sessualit nella grotta di Horselloch,
la corte segreta della grande dea. Alla fine, la sua coscienza ridestata
lo riconduce sulla retta via, lascia la vita peccaminosa al fianco di
Venere e si mette alla ricerca di qualche buon prete che sia disposto a
perdonare il suo peccato e ad assolverlo. Invano, tutti rifiutano di
farlo. In un estremo tentativo, Tannhuser si reca addirittura dal papa;
ma anche questi  inflessibile, anzi il suo commento suona terribile:
Voi avete tante probabilit di potere essere perdonato del male
che avete fatto, quante sono quelle che questo mio bastone rinsecchito
che mi regge possa nuovamente fiorire!. Disperato, il povero
eroe non trova di meglio che ri tuffarsi nelle braccia lussuriose della
dea. Ma, tre giorni dopo, miracolosamente, il pastorale del papa
prende a rifiorire. Stupefatto, il pontefice invia messi per tutto il reame
alla ricerca di Tannhuser, a cui vuole finalmente concedere l'assoluzione.
Quando i messi papali lo rintracciano  troppo tardi: l'eroe
si  dedicato completamente alla dea e la sua anima  perduta per
sempre, fino alla fine dei tempi.
Ancora una volta, anche in questo caso, i segreti e sottili fili del mistero
ci riportano a Rennes-le-Chteau, secondo un singolare intrigo:
al pari di Tannhuser, anche al parroco Saunire non venne concessa
l'assoluzione sul letto di morte. Stando ad alcune leggende non del
tutto affidabili relative al personaggio di Giuseppe di Arimatea, dopo
la Resurrezione di Cristo, egli avrebbe raggiunto il sito di
Rennes-le-Chteau come missionario, accompagnato da Maria
Maddalena. Decisamente pi credibile, sebbene del tutto
differente, pare, al contrario,
la saga di Glastonbury che lo riguarda. Qui troviamo un collegamento
molto intrigante con la storia di Tannhuser nel singolare particolare
della verga che fiorisce. Questa volta chi la stringe  proprio
Giuseppe, un uomo che, prima della conversione, in Israele godeva
di notevole prestigio e autorit, per dirla con altre parole, un uomo
ricco e potente. Nella tradizione dell'eroe germanico, come abbiamo
visto, il bastone che ributta gemme  quello del papa, anch'egli una
figura di grande autorit, nei tempi medievali il capo assoluto e supremo
della Chiesa e di tutte le sue ricchezze.
Anche la trib celtica dei Tettosagi, anticamente stanziata nella regione
di Rennes-le-Chteau, si inserisce nella tradizione religiosa
del culto della grande dea madre. Frank Delaney, il noto studioso
della civilt celtica, riferisce questa notizia nel suo solito brillante
modo di esprimersi: ...eroi e sovrani ben conoscevano e onoravano
la dea Terra, la Madre Terra, dalla quale tutti derivavano ed alla quale
erano destinati a ritornare... le cime dei picchi montani erano la
rappresentazione fisica del petto generoso della grande dea madre(1).
Oltre alla tradizione dei tre aspetti tipici, fra loro contrastanti e paradossali,
legati alla figura della dea madre di cui gi abbiamo discusso,
l'area di Rennes-le-Chteau  stata anche investita nel corso
dei secoli da un'altra tradizione altrettanto forte: quella dello gnosticismo
e dell'ermetismo. Gli aspetti pi importanti di queste due correnti
di pensiero sono in primo luogo il dualismo - l'idea che le forze
del mondo si dividano in due grandi categorie: la luce e le tenebre,
l'ordine e il caos, in perenne contrasto fra loro - e l'esistenza di
una forza, segreta e misteriosa, alla quale sono in grado di attingere
solamente gli iniziati, i quali, a loro volta hanno ereditato questa preziosa
capacit da chi prima di loro ne aveva gi conquistata la chiave
d'accesso, a pochi riservata. Fra lo spirito e la materia non pu esserci
conciliazione n compatibilit; tuttavia sulla Terra essi convivono
in una miscellanea impropria, come l'olio nell'acqua, e ogni loro
sforzo  rivolto alla possibilit di distaccarsi l'uno dall'altra. Come
la luce tende ad essere intrappolata nelle tenebre, cos lo spirito lo 
nella materia. Il credo di gnostici ed ermetisti consisteva nel cercare
con ogni energia di giungere a questo riconoscimento, ad approdare
al segreto di questa conoscenza: solo allora si conquistava la vera libert,
la gioia duratura e la vita che non finisce mai, quella eterna.
La corrente di pensiero gnostica ed ermetica prevalente a Rennes-
le-Chteau risultava fortemente influenzata dagli insegnamenti di
Mani, o Manes, vissuto fra il 216 ed il 276 a.C. La sua dottrina -
passata alla storia col nome di manicheismo - faceva proprio il dualismo
di Zoroastro (vale a dire la convinzione che Dio e il Diavolo
siano due entit o energie eguali e contrapposte in perenne frizione)
e concetti escatologici, quella parte della teologia che si occupa della
salvezza dell'umanit grazie al compito di redenzione svolto da Cristo
col suo sacrificio fra gli uomini. Secondo Mani, l'anima umana
origina dal regno della luce ed  perennemente tesa nello sforzo di
cercare di sfuggire alle costrizioni impostele dal corpo fisico, che,
nella concezione manichea, fa parte del regno delle tenebre.
Per i filosofi e i teologi greco-romani l'assimilazione del cristianesimo
risultava ostica. In questa prospettiva, lo gnosticismo si poneva
in qualche modo come il tentativo di unire le concezioni classiche
del pensiero greco-romano a quello che era considerato il nuovo
verbo proveniente dalla Galilea. Un altro modo di intendere lo gnosticismo
 quello di una miscellanea di concetti teologici e filosofici,
un atteggiamento che, essendo gi condiviso sia dalla religiosit pagana
che dal cristianesimo, in parte li conciliava fra loro. Il principio
fondamentale del pensiero gnostico assegna allo spirito una valenza
positiva, buona e alla materia una negativa, cattiva. Solo all'adepto
che, applicandosi, riesce ad acquisire il vero segreto ossia l'autentica
conoscenza spirituale (dal greco gnosis) potr riuscire l'impresa di
evadere dalla prigione del corpo.
Un'altra osservazione che non va trascurata consiste nel fatto che
gnosticismo e manicheismo si influenzavano l'un l'altro reciprocamente
e che soprattutto il pensiero manicheo ebbe a esercitare un
forte influsso sul pensiero cristiano dei primi secoli. Il manicheismo,
fino a quando non venne schiacciato dalle persecuzioni, si diffuse
ampiamente in Europa e in Asia, spingendosi fino in Cina. Alcune
diramazioni, come per esempio i Pauliciani - in un certo senso un
gruppo manicheo-cristiano, anche se contrario alla parola di Mani -,
riuscirono lo stesso a sopravvivere nell'Asia Minore, in Bulgaria e in
Armenia. Attivi pubblicamente fino almeno al XII secolo, scomparvero
letteralmente fino al XVIII secolo, per fare nuovamente capolino
in forma ufficiale nel 1828, quando una comunit dell'Armenia sovietica
si ripresent al mondo diffondendo il verbo di un misterioso
libro sapienziale intitolato La chiave della Verit.
Le poche informazioni di cui disponiamo a proposito dei Pauliciani
le dobbiamo al Chronicon del monaco Georgios e all'opera del
IX secolo Historia Manicheorum, uno dei tanti saggi eruditi attribuiti a
Fozio, il brillante patriarca di Costantinopoli, vissuto fra l'820 e
l'891. Da quel che veniamo a sapere, sembra che i Pauliciani riconoscessero
come loro fondatore e padre spirituale Paolo di Samosata,
patriarca di Antiochia dal 260 al 272, il quale predicava (al pari dei
cosiddetti Adozionisti e degli Ebioniti) che Ges fosse diventato Figlio
di Dio solo in virt di una divina adozione, non essendolo per
natura - come sostenuto nei Vangeli e in quello di Giovanni in particolare
- in unione col Padre sin dall'inizio dei tempi. La dottrina eretica
di queste scuole di pensiero era compatibile con quella gnostica,
in quanto se la figura di Ges da divina quale era veniva declassata
ad umana e da qui risollevata a quella divina per grazia e volere di
Dio, significava che, una volta condivisa la conoscenza spirituale
che Cristo era riuscito a conquistare, qualunque altro uomo avrebbe
potuto diventare il soggetto di questa straordinaria trasformazione,
dalla condizione umana a quella divina.
Altri assiomi della dottrina pauliciana negavano l'esistenza della
Vergine Maria intesa come donna concreta, fatta di carne umana e
sangue, intendendo la sua figura soltanto come un simbolo, utilizzato
proficuamente dalla Chiesa per nutrire e proteggere il verbo di
Dio o come raffigurazione emblematica della Gerusalemme celeste,
il regno misterioso e spirituale del Cristo. Anche l'eucarestia era vista
dai Pauliciani come mera allegoria. Invece di venerare la croce,
la disprezzavano e ogni volta che potevano la distruggevano, particolare,
questo, alquanto interessante se riferito a ci che si diceva
venisse parimenti fatto dai catari e dai Cavalieri Templari. Inoltre
non riconoscevano il ruolo di Pietro come roccia simbolica, sulla
quale Cristo avrebbe fondato la sua Chiesa e ritenevano che anche le
regole monacali altro non fossero che invenzioni del demonio. Malgrado
tutto questo, i Pauliciani si erano sempre mossi con una certa
prudenza - fatto che, di certo, contribu a non farli estinguere del tutto
in secoli in cui anche eresie ben meno gravi erano state spazzate
via dalla furia inquisitiva di santa madre Chiesa - riuscendo in apparenza
a mostrarsi ligi alle regole della Chiesa dominante, nella convinzione
che Cristo avrebbe loro perdonato questa pi che giustificata
cautela.
Quando nell'872 i Greci scacciarono i Pauliciani sospingendoli nella
penisola balcanica, essi entrarono in contatto con un'altra corrente
di pensiero che ebbe a influenzarli non poco, la setta dei Bogomil
(nome che significa amato da Dio) e, proprio sotto questa etichetta,
presero a diffondersi in Bosnia e Serbia. Sebbene in parte riviste,
queste idee approdarono anche in Italia e nella regione di Rennes-le-
Chteau. Qui, dal sincretismo fra Pauliciani e Bogomil nacque la
setta dei catari, noti anche come Albigesi, dal centro di Albi.
Nel 1167 essi erano diventati cos numerosi e influenti che il vescovo
bulgaro Nicetas (a volte detto anche Nikita) arriv addirittura a
convocare un concilio di vescovi e preti catari a St. Flix de
Caranan, nei pressi di Tolosa. In altre parole, avevano finito di essere solo una setta di eretici: da quel momento in avanti si ponevano come
un'autorit eminente, in chiaro contrasto con la Chiesa romana.
Ma in che cosa credevano questi catari del XII secolo?
Nell'insieme, la loro era una fede che aveva molti punti in comune
con il credo di Manichei, Pauliciani e Bogomil: gli elementi fondamentali
erano i princpi gnostici ed ermetici. Il Dio dei catari non era
il Dio onnipotente dell'Islam, degli Ebrei e dei cristiani. Per un cataro,
l'universo fisico - ed ogni cosa in esso ricompresa, fra cui anche
il corpo umano - era una manifestazione del diavolo. Si trattava di
una creatura demoniaca, ma dal momento che Satana non possedeva
il potere di creare, per poter animare le sagome vuote dei corpi umani
da lui ideate aveva avuto bisogno della collaborazione e dell'aiuto di
Dio. Dunque - sempre secondo i catari - la vita dell'uomo era sbocciata
perch voluta da Dio stesso che aveva infuso un'essenza divina,
o anima, nelle mute e inerti forme di terra che il diavolo aveva predisposto
in origine. La tradizione parlava dunque di un colpo di mano
di Satana che, costretti gli angeli a scendere sulla Terra, li aveva privati
dell'essenza spirituale per trasmetterla all'essere umano.
Stando al preciso e puntiglioso studio condotto dal dottor Arthur
Guirdham nell'opera The Cathars and th Reincarnation(2), i catari
erano convinti assertori della reincarnazione. Anche se il numero iniziale
delle anime angeliche costrette da Satana nella notte dei tempi
a incarnarsi nei corpi degli uomini fosse comunque limitato, esso sarebbe
egualmente sufficiente alla bisogna, in un continuo processo
di rinnovate reincarnazioni succedutosi nel corso dei secoli.
Un altro aspetto del credo dei catari consisteva nel ritenere che il
buon Dio avesse inviato il suo secondogenito sulla Terra, sotto forma
di protezione o immagine divina, al fine di riscattare le anime degli
angeli, imprigionate sin dalla notte dei tempi nel corpo degli uomini.
Satana stesso, anche se ora fiero oppositore di Dio, era il suo
primogenito. Secondo questo pensiero, Ges non era un essere fisico
e, come tale, non aveva potuto n nascere, n soffrire sulla croce e
n, tanto meno, risorgere. Per questo la croce non poteva essere riconosciuta
come un simbolo di fede, ma la sua natura era esattamente
contraria a quella da tutti creduta, ossia apparteneva al diavolo. Anche
le sante reliquie erano neglette e respinte, per via della loro fisicit.
Per i catari coloro che si inchinavano davanti ad un frammento
di stoffa, un osso o una ciocca di capelli appartenuti a qualche santo
compivano un atto sacrilego perch veneravano un aspetto della materia
e la materia era opera di Satana. Sesso e vita famigliare erano
egualmente disprezzati in quanto espressione massima del mondo
materiale; anche procreare era un'azione da evitare, perch non faceva
altro che condannare altre anime alla reincarnazione nella materia.
Grande peccato era uccidere un uomo, ma in genere ogni forma
di vita. Non si nutrivano di cibi di origine animale ed estendevano
questo veto anche al latte e alle uova.
Non mentivano n spergiuravano con false promesse, n condividevano
il principio della propriet privata. Tuttavia, neppure questo
considerevole e rigido decalogo di comportamento e di vita era sufficiente
ad assicurare la salvezza dell'anima. Per riuscire a salvarsi si
doveva vivere con assoluta pienezza il credo della chiesa catara che
era governata da ministri religiosi.
L'escatologia catara - vale a dire le credenze relative alla fine dei
tempi - era piuttosto folcloristica; ma un punto in particolare mostrava
una pi che evidente contraddizione. La maggior parte degli adepti
riteneva che il processo di reincarnazione si sarebbe alla fine arrestato
nel momento in cui l'anima - fatta eccezione, ovviamente, per
quelle create da Satana, che non avrebbero mai avuto modo di redimersi
- si fosse congiunta nella beatitudine di Dio. Allora, il mondo
fisico si sarebbe dissolto e distrutto in un olocausto di fuoco ed acqua,
dove il fuoco avrebbe asciugato tutta l'acqua e questa spento
tutto il fuoco.
Una volta che questa tragedia conclusiva fosse terminata, con la distruzione
di ogni frammento di materia creata, le anime dei catari
avrebbero finalmente potuto godere del giusto riposo e della felicit
eterna nel grembo del buon Dio. Il grande equivoco era quello legato
alle anime dannate, quelle create da Satana, per le quali non esisteva
spiraglio di salvezza. Ma - ed ecco il rebus - suona strano come ci
potesse in qualche modo accadere, nel momento in cui nella dottrina
catara non era riconosciuta a Satana la capacit creativa.
Il punto centrale della ritualistica religiosa dei catari era il cosiddetto
consolamentum. Si pensava che nel corso della sua celebrazione
l'adepto atraverso l'imposizione delle mani del ministro ricevesse
lo Spirito Santo. I sacerdoti erano conosciuti col nome di perfecti e,
di norma, operavano in coppia mista. L'uomo era il socius, la donna
era la socia. Muovendosi nel territorio non sempre sicuro
della Linguadoca, queste coppie di ministri religiosi condividevano pericoli e
azzardi della loro predicazione. A livello popolare, i perfecti erano
detti bonshommes (i pii), particolare che ben rivela quanto fossero
considerati dalla gente comune che aiutavano continuamente.
Gli adepti ordinari erano i credentes, non obbligati all'osservanza
di tutte le rigide regole di comportamento, imposte invece ai
perfecti. Ogni provincia catara era amministrata da un vescovo e da due assistenti.
I due collaboratori erano noti come il filius major e il filius
minor. Quando un vescovo in carica sentiva di non essere pi in grado
di gestire con profitto il suo compito, nominava il filius major come
suo legittimo erede spirituale, mentre il filius minor gli subentrava
nel posto vacante, diventando filius major. Alla comunit dei credenti
spettava quindi il compito di individuare ed eleggere un nuovo
filius minor.
Anche se a livello individuale i catari non possedevano nulla, il
gruppo dei perfecti custodiva invece una ricchezza niente affatto trascurabile,
di cui gran parte era destinata all'assistenza dei poveri e
dei diseredati. Una parte veniva utilizzata per sostenere le loro istituzioni
di carit, ospedali ante litteram, seminari e monasteri; un'altra
- cos si mormorava - era custodita in luoghi segreti o depositata in
roccaforti e manieri inespugnabili. Furono proprio queste dicerie relative
a grandi tesori occultati a mettere nei guai la corte indipendente
di Razs e gli insediamenti catari che ospitava nel suo territorio!
Nel 1244 la rocca di Montsgur, ultimo baluardo della resistenza catara,
cadde sotto i colpi di una terribile crociata e 200 adepti vennero
bruciati vivi come eretici. Esistono per testimonianze in cui si precisa
che, in tanta strage, quattro coraggiosi, discendendo arditamente
dal castello, erano riusciti lo stesso a fuggire portandosi dietro il segreto
del misterioso tesoro della setta. Si trattava, come molti credono,
di un tesoro spirituale, come per esempio una conoscenza segreta,
oppure di un libro come il gi citato La chiave della Verit, che
sappiamo essere stato utilizzato ancora almeno fino al 1842 dalla comunit
dei Pauliciani? A questo proposito, il riferimento pi intrigante
 quel pecuniam infinitam, ad indicare una ricchezza sterminata,
citata sotto tortura da alcuni catari processati dal tribunale ecclesiastico.
Quale grandioso segreto, dunque, custodivano i catari
che avrebbe consentito a chi l'avesse posseduto di disporre di una
ricchezza pressoch senza limiti?
Ma l'atmosfera intrisa di forti influssi religiosi che permeava la regione
di Rennes-le-Chteau non cess certamente di aleggiare con il
crudele annichilimento dei catari. Anche se vengono soprattutto ricordati
per le loro imprese militaresche e per il loro coraggio in battaglia,
non dobbiamo infatti dimenticare che i Cavalieri Templari
erano nati soprattutto come ordine religioso, anche se non sono pochi
i sospetti che fanno del loro modo di intendere la religione cristiana
una questione piuttosto particolare. Fondato nel 1119 per essere
poi annientato dalla furia della Chiesa e del re di Francia a partire
dalla fatidica data del primo novembre 1308, quello dei Templari era
sorto come Ordine evangelico e di redenzione. Fra i molti compiti, si
erano dati anche quello di recuperare cavalieri spiritualmente perduti
o scomunicati e riportarli sulla retta via della cristianit,
riabilitandoli con l'assoluzione delle loro colpe per farne quindi nuovi adepti
all'Ordine.
Le controversie in merito al fatto che i Templari, dietro la facciata
ufficiale, seguissero in effetti una regola segreta ed iniziatica, sono
tantissime. D'altro canto, viaggiare e passare da un'avventura all'altra
e venire a contatto con altre culture e civilt, conoscenze e filosofie,
era certamente pi pericoloso che non starsene tranquilli in
meditazione fra le mura di un chiostro o di un monastero, come solevano
fare tutti gli altri ordini monastici. Bisanzio - capitale dell'impero
Romano d'Oriente - al tempo dei Templari era gi una straordinaria
citt, piena di fermenti culturali e religiosi. Qui potevano essere
custoditi chiss quali tesori della gloria di Roma e, soprattutto,
chiss quali conoscenze iniziatiche. Il continuo fluire delle guerre
portava di volta in volta alla distruzione di antichi manieri e citt, e i
soldati che saccheggiavano per raccogliere il bottino, si trovavano
sovente di fronte alla scoperta di nascondigli e recessi segreti dove
erano stati riposti tesori e preziosit varie. Camere o pozzi segreti
potevano svelare da un momento all'altro i loro contenuti, fino ad allora
rimasti gelosamente protetti, al primo soldato di ventura che per
caso si fosse trovato fra le rovine di una torre diroccata o di una citt
all'atto del saccheggio.
Come gi abbiamo ricordato, molti fra i Templari erano cavalieri e
soldati redenti. Non c' dubbio che alcuni, nel corso della loro carriera
militare come soldati professionisti, mercenari, potessero aver
raggranellato fortune ingenti. Nell'Ordine era obbligatorio per tutti
disfarsi dei propri beni e di ogni ricchezza. E cos difficile immaginare
che in mezzo a tanta ricchezza non si trovassero anche oggetti
particolari, la cui origine, funzione e valore non erano neppure lontanamente
sospettati?
Avventurieri e viaggiatori - da che mondo  mondo - condividevano
i racconti delle loro imprese. Come ritenere impossibile che una
leggenda araba non si collegasse ad un'altra egizia o cipriota, mettendo
in diretto collegamento mondi diversi? Perch non credere che
il significato di un'avventura esotica in Siria non potesse, in realt,
avere un legame con un'altra impresa, consumata magari nella lontana
Eschcol?  certo che i Templari vennero in contatto con il mondo
dell'antico Egitto e i suoi misteri e, come ricordiamo, l'Egitto era la
terra di Ermete Trismegisto e della sua favolosa Tavola Smeraldina.
In tutta questa formidabile mescolanza di culti, religioni e civilt diventa
quindi probabile che proprio i Templari abbiano portato i segreti
dell'ermetismo nella regione di Rennes-le-Chteau una volta
insediatisi in roccheforti come Le Bzu e Blanchefort.
Se gi la tradizione di influenze religiose che aleggiava su
Rennes-le-Chteau poteva considerarsi gravida e ricca di
fermenti dovuti, nel
tempo, ora al culto della grande madre, ora alle teorie gnostiche ed ermetiche,
ora alla presenza dei catari, va da s che anche i Templari vi
apportarono un contributo estremamente interessante. Ma non basta,
perch troviamo anche echi alchemici e sfumature rosacrociane.
Insomma, lo sfondo degli influssi culturali, teologici e religiosi di
questo singolare villaggio  certamente articolato e complesso. Filosofi
della storia come Collingwood (La Storia  la storia del pensiero)
sembrano invitarci a credere che le idee posseggano una vita
propria. Se  davvero cos, se davvero le idee vivono di vita propria,
allora  assolutamente certo che a Rennes-le-Chteau antiche,
formidabili e forti idee di impronta religiosa siano ancora oggi vive.
Anche se torneremo alla considerazione del culto della Dea Madre,
dei segreti ermetici e della importanza del dualismo gnostico in un
capitolo successivo, ritengo ora di dover fare ancora un'osservazione
prima di chiudere questo.
James E. Lovelock ha iniziato le sue ricerche scientifiche partendo
dall'ipotesi che ci fosse vita sul pianeta Marte; poi, poco alla volta, 
passato a considerare la Terra, il nostro pianeta. Alla fine  venuta
fuori una teoria sconvolgente e controversa, quella da lui stesso battezzata
Ipotesi Gaia. Secondo questa idea rivoluzionaria, la vita
nella sua interezza e complessit deve essere vista come un solo e singolo
essere vivente, capace di alterare l'ambiente planetario come e
quando desidera al fine di garantire la sua continuit. Se spingiamo
l'ipotesi Gaia soltanto un poco pi oltre e immaginiamo che questa
grande entit vitale possegga anche coscienza, finalit ed intelligenza,
credo che non ci verremmo poi a trovare tanto lontano dall'idea ancestrale
che gli antichi gi si erano fatti a proposito dell'esistenza della
grande madre, della dea, unica e sola, che stava al principio di tutto.
 Note.
1. F. Delaney, The Celts, London, Grafton Books, 1989, p. 79.
2. A. Guirdham, The Cathars and Reincarnation, Saffron Walden, Neville Spearman, 1990.


Capitolo 4
L'autentico messaggio messianico.

Deo Duce, ferro comitante.

Oltre alle dubbie suggestioni che compaiono nel gi citato The
Holy Blood and th Holy Grail - quando si sostiene che Ges non
mor sulla croce, che al suo posto mor qualcun altro e che, pi in generale,
tutti i racconti dei Vangeli sinottici non direbbero la verit -
Baigent, Leigh e Lincoln hanno dato seguito ad altre considerazioni
in un secondo libro: The Messianic Legacy.
Mettendo in campo argomentazioni tanto tortuose quanto quelle
orwelliane del celebre 1984, questo nuovo lavoro tende a screditare
qualsivoglia argomentazione che si basi su esperienze o sensazioni
soggettive. Tanto per fare un parallelo utile, al lettore si chiede di
immaginare un moderno indiano messicano erede della civilt azteca
convinto che Hemn Corts sia una divinit. Ma non basta, Il nostro
indio afferma anche di sentire Corts come se fosse vivente
dentro di lui, sostiene di potergli parlare e di vederlo nel corso di visioni
mistiche.
Gli autori sostengono che ci che un individuo sperimenta nel suo
intimo, nella segretezza della sua mente,  qualcosa che vive da solo,
in solitudine e non pu in alcun modo poter essere portato all'esterno,
fuori da lui. Per questo, quando per svariati motivi, queste sensazioni
e questi convincimenti prettamente intimi escono dal sancta
sanctorum dell'interiorit del soggetto, cercando in qualche modo di
distorcere, alterare o trasformare un fatto storico oppure deragliano
paurosamente, uscendo dalla logica delle possibilit, va da
s che il diretto interessato non pu certo aspettarsi che altri possano
condividere il suo processo mentale(1).
La linea di pensiero portata avanti nel libro tende a far credere che
ci che viene definito un semplice fatto storico possa sempre essere
assodato con l'assoluta certezza che gli attribuiscono i tre autori.
Tanto per incominciare, il concetto di semplicit non appartiene mai
a quelli che noi definiamo fatti storici, dal momento che, come la
teoria della relativit ci insegna, tutto dipende sempre da che punto
di vista li osserviamo. Per amore di semplicit, torniamo all'indio
messicano che crede che Hemn Corts sia un dio e poniamo la sua
posizione a confronto con quella di un materialista convinto, per il
quale le sole cose vere sono quelle testimoniate dai sensi e dalla concretezza.
Proviamo ora a trasferire questi elementi nell'immagine di
un treno speciale, fatto di vetro trasparente. All'interno di uno dei
vagoni ci sono due ragazzi che per ingannare il tempo del lungo
viaggio giocano a tennis, mandando una pallina avanti e indietro.
Immaginiamo ora un osservatore alloggiato, tramite un particolare
meccanismo, sotto il pavimento trasparente del vagone dove i due
ragazzi giocano e immaginiamo, ancora, un secondo osservatore posto
su una piattaforma, intento ad osservare il treno trasparente che
passa proprio nei pressi della sua stazione alla velocit di circa 100
km l'ora.
Dal punto di vista del primo osservatore, quello che sta appeso sotto
il pavimento trasparente del vagone, la pallina da tennis si muove,
avanti e indietro, da un punto oltre la sua testa a quello dove si trovano
i piedi ad una velocit di circa 10 km l'ora, secondo una traiettoria
piatta di linee rette. Dal punto di vista dei due ragazzi che giocano,
invece, la pallina compie degli archi, delle parabole, le sue traiettorie
si curvano lungo il piano verticale. Vista, infine, dall'osservatore
che si trova sulla piattaforma la pallina scorre a 110 km l'ora tutte
le volte che arriva all'estremit del vagone che sta verso il fronte di
avanzamento del treno e a 90 km l'ora quando, al contrario, arriva
all'estremit del vagone che sta verso la coda del treno. Naturalmente,
tutti e tre gli osservatori riportano con grande attenzione e fedelt
ci che vedono, ciascuno in relazione al proprio quadro di riferimento.
Se aggiungessimo un altro ipotetico osservatore a bordo di una
navicella che si muove nello spazio, al di fuori del campo gravitazionale
terrestre, egli noterebbe come la pallina segua il rapido movimento
rotazionale del pianeta e la sua rivoluzione attorno al Sole,
muovendosi nello spazio all'unisono e di concerto con tutto il resto
del sistema solare. Insomma, non esiste una singola, semplice ed
univoca descrizione del movimento compiuto dalla pallina da tennis
usata dai due ragazzi.
Per quanto la luce viaggi pi velocemente di qualsiasi altra cosa conosciuta,
la scienza ha scoperto che comunque anche la sua  una velocit
finita e, in tutti i modi, gi 300.000 km al secondo possono bastare
per quel che desideriamo osservare. Torniamo al treno e alla
pallina. Un osservatore posto a 300.000 km di distanza (un secondo
di viaggio per la luce) valuter il moto della pallina ancora diversamente
dal modo in cui lo fa l'uomo nella capsula spaziale,
l'osservatore sulla piattaforma, i ragazzi che giocano a tennis, l'altro osservatore
agganciato al pavimento del treno. Il momento definibile come
adesso per colui che si muove alla velocit della luce sar di un secondo
dietro il loro adesso. Facciamo un altro sforzo e immaginiamo
un altro ipotetico osservatore su di un pianeta lontano 5000 anni
luce dalla Terra. Quel che vede potrebbe essere il momento in cui in
Egitto si costruivano le grandi piramidi. Di conseguenza la sua descrizione
della civilt umana riguarderebbe, per forza, l'antica Cina,
la Mesopotamia e l'Egitto. Un infinito numero di infiniti potenziali
osservatori posti a distanze differenti descriverebbero il loro adesso
in un corrispondente infinito numero di modi diversi.
Proviamo ora ad immaginare due astronavi immerse in un immenso
spazio vuoto, dove non sono disponibili n visibili punti di riferimento
grazie ai quali poter calcolare la velocit dei loro mezzi o la
loro posizione relativa. La sola cosa che possono fare  guardarsi vicendevolmente,
inoltre le due astronavi hanno una forma perfettamente
sferica, non hanno ne davanti n dietro. Ad un certo momento,
un'astronave supera l'altra. La sta effettivamente superando
lungo la stessa direzione, oppure si sta muovendo in quella opposta?
Ovviamente, mancando qualsiasi punto di riferimento non 
questione alla quale si possa dare risposta. In altre parole, non  possibile
affermare che l'astronave A oltrepassa la B, oppure che viaggino
in direzioni contrarie per incontrarsi, etichettando questo evento
come un semplice fatto storico. In questa situazione non esiste alcuna
certezza esterna: che cosa potrebbe pensare ciascun astronauta?
L'antico, confortante concetto di semplice fatto storico ha ricevuto
un'altra formidabile spallata dal lavoro di Werner Heisenberg,
Erwin Schrdinger e Paul Dirac, una sessantina di anni or sono. Meglio
conosciuto come principio di indeterminazione di Heisenberg, il
cuore della loro teoria postula che nel momento in cui si voglia stabilire
dove si muova una particella, per farlo  necessario conoscerne
la posizione e la velocit attuali. Il rebus sta nel fatto che per osservarla
la dovreste investire con un fascio di luce. A scopi scientifici -
specie quando si desiderano ottenere risultati altamente affidabili - 
necessario fare ricorso a luce caratterizzata da una lunghezza d'onda
pi breve possibile, dal momento che l'accuratezza della misurazione
dipende anche dalla distanza intercorrente fra successivi picchi
d'onda della luce che si utilizza per condurre l'esperimento: pi la
lunghezza d'onda  corta, maggiore sar la precisione. Vent'anni prima
che Heisenberg e collaboratori postulassero il principio di indeterminazione,
Max Planck aveva elaborato la teoria dei quanti, decisiva
per le conseguenze indotte nell'osservazione delle particelle fisiche.
Planck affermava che la luce, i raggi X e altri tipi di onde
similari venivano emesse sotto forma di pacchetti di energia, da lui
chiamati quanti, che costituivano le particelle elementari. Ciascun
quanto possedeva una sua propria carica energetica, dipendente dalla
frequenza di emissione: pi era alta, maggiore era l'energia contenuta.
Colpendo una particella con un fotone (vale a dire un quanto di
luce) ad altissima frequenza l'evento ne avrebbe disturbato lo stato
e alterato la velocit in un modo assolutamente imprevedibile, al
punto da riconoscere che la sola osservazione induceva influenze decisive
nella condizione della particella che si voleva analizzare. Heisenberg
arriv a dimostrare che quanto maggiore era l'attenzione posta
dall'osservatore nel cercare di localizzare la particella di studio,
tanto pi impossibile diventava valutarne la velocit e, viceversa,
quanto maggiore era la cura per cercare di misurarne la velocit, tanto
pi grande era l'incertezza nello stabilirne la posizione! Il grande
fisico arriv a dimostrare tutto questo a livello matematico, esprimendolo
in questa osservazione: il prodotto del grado di incertezza
della posizione di una particella per il grado di incertezza della sua
velocit per, ancora, la massa della particella stessa, risulta sempre
maggiore di una data costante, che matematici e fisici hanno battezzato
con la lettera h o costante di Planck, il cui valore  pari a
6,626 x 1034 (joule secondo). Non fa alcuna differenza il modo in cui
si cerca di definire la posizione o la velocit della particella, non
conta neanche il tipo di particella che si intende osservare: scusando
il bisticcio di parole, la costante di Planck si mantiene sempre... costante!
Il principio di indeterminazione di Heisenberg  onnipresente
e inevitabile: fa parte del meccanismo, del modo in cui Dio ha creato
il mondo. Va da s che le implicazioni che ne derivano sono pesanti
e importanti, oltre che contraddittorie. In effetti, suonano a morte per
quelle correnti di pensiero che si fondano sul concetto filosofico del
determinismo, quelle, tanto per intenderci, portate avanti da Pierre
Simon, marchese di Laplace, il grande astronomo e matematico del
periodo napoleonico, il cui straordinario genio potrebbe essere avvicinato
soltanto a quelli di Albert Einstein e del professor Stephen
Hawking.
Laplace - le cui considerazioni decisive sul complesso e controverso
problema delle orbite di Saturno e Giove gi basterebbero da sole
a garantirgli un posto nella galleria dei grandi di ogni tempo - vagheggiava
una creazione fondata su un preciso modello deterministico,
in cui ogni cosa, ogni evento poteva essere previsto con la stessa
precisione con cui si potevano calcolare le orbite dei corpi celesti e
dei pianeti. Il principio di indeterminazione e le altre successive conquiste
della fisica quantistica del secolo scorso hanno dimostrato
chiaramente che se non siamo neppure in grado di valutare e
misurare il qui e l'adesso,  evidente che non possiamo prevedere assolutamente
nulla. La sola cosa che possiamo sperare di essere in grado
di fare  il calcolo delle probabilit, delle possibilit che qualcosa si
avveri. Ogni singolo evento pu definirsi come l'interazione fra materia
ed energia nello spazio e nel tempo. Alcuni eventi hanno molte
pi probabilit di accadere che non altri, ma nessun evento pu considerarsi
cos improbabile da risultare impossibile in assoluto(2).
Altre incredibili illuminazioni sul grande mistero della profonda
natura del creato ci sono offerte dalle storie di singolari coincidenze
che Alan Vaughan rivela nel suo libro sulla sincronicit(3).
Fra i tanti episodi raccontati troviamo quello di un personaggio vissuto
nel XIX secolo. Rimasta casualmente incinta di quest'uomo, una giovane
ragazza si era suicidata. Il fratello della giovane, convinto che
l'assassino fosse il seduttore, gli aveva sparato. Ma il bersaglio l'aveva
scampata. La pallottola che lo aveva colpito soltanto di striscio,
senza arrecargli alcuna conseguenza, si era andata a conficcare nella
corteccia di un albero. Molti anni dopo, diventato un ricco uomo
d'affari, il seduttore aveva acquistato il terreno dove sorgeva quel tale
albero, con l'intento di abbatterlo con una carica di esplosivo, al
fine di ricavare una larga spianata. Peccato per che all'atto della deflagrazione,
la pallottola era come schizzata via dal tronco dell'albero,
dove era rimasta per anni, per andarsi a conficcare nella testa dell'uomo,
uccidendolo. Questo episodio, addirittura sconcertante, offre
a Vaughan il destro per esporre i princpi della teoria della sincronicit,
fondata sulle intuizioni del grande psicologo moderno Carl
Gustav Jung. Secondo la sua idea, la sincronicit sarebbe un principio
di acasualit capace di rivelarsi soltanto in quelle che Jung chiamava
coincidenze significative, nel contesto del concetto generalizzato
di situazioni archetipali. La teoria di Vaughan  ancora pi pressante
che non quella junghiana. A suo dire, esisterebbe una condizione
all'interno della quale la coscienza umana sarebbe capace di creare
e modellare - non soltanto di osservare - spazio, tempo e materia.
Inutile sottolineare come si tratti di un'ipotesi molto contrastata, ma
cos affascinante che mi permetto di segnalarla alla lettura. Tornando
al nostro discorso, anche questa storia pone molti dubbi sulla apparente
semplicit che secondo alcuni autori dovrebbe contraddistinguere
un semplice fatto storico.
Un altro fattore che esclude definitivamente l'ipotesi del
semplice fatto storico  ci che John Mitchell e Robert Rickard definiscono
fenomenalismo, l'idea cio che esistano almeno tre diverse sfere
di osservazione: i fenomeni hard, quelli che si possono pesare e
misurare (ovviamente sempre nel rispetto dei limiti imposti dal principio
di indeterminazione di Heisenberg); i fenomeni soft che sono
quelli che stanno a met strada fra i primi e quelli puramente mentalie, infine, i fenomeni di natura psicologica, il mondo delle esperienze
della mente. Fra ciascuna zona esistono frange di sovrapposizione.
Si tratta di una teoria molto controversa, tuttavia ben architettata
e meritevole di attenzione(4).
Ora, riusciti nell'impresa ideologica di presentare come caso storicamente
accettabile uno dei tanti miracoli del Nuovo Testamento - e,
in particolar modo, la Resurrezione di Cristo - tornando a The
Messianic Legacy, possiamo prima esaminarne gli argomenti e dopo
controbatterli, soprattutto nei punti in cui si sostiene che Ges era un
messia mortale, un politico che aspirava al trono di Giuda nella tradizione
di Davide, Salomone o di qualunque altro sovrano ebraico.
I tre autori sconsideratamente asseriscono che mentre possono ritenere
che le versioni che conosciamo di buddismo e islamismo sono
riuscite nel tempo a mantenersi fedeli al verbo dei loro fondatori,
chiss perch questo non  accaduto al cristianesimo.
Certo, il trascorrere dei secoli e la debolezza degli uomini che hanno
gestito questa verit hanno determinato non poche diversit di vedute
fra vari gruppi di fedeli; ma  anche vero che quando si ha il coraggio
di sgombrare il campo da sovrastrutture e incrostazioni inutili,
quel che resta  uno zoccolo duro di solida roccia e il cristianesimo,
nei suoi concetti fondamentali, ci conduce diritto alla figura di
Ges Cristo e ai suoi insegnamenti di base, cos come l'islam  la
traiettoria che porta inequivocabilmente al profeta Maometto.
Stando a Baigent, Leigh e Lincoln esisterebbe una differenza fondamentale
fra gli insegnamenti di san Paolo - la cui missione apostolica
ebbe un successo straordinario - e la Chiesa di Gerusalemme,
che aveva in san Giacomo, il fratello di Ges, e san Pietro i due rappresentanti
pi illustri. Questo anche se  lo stesso Paolo ad affermare
senza mezzi termini nella Prima Epistola ai Corinzi (scritta attorno
al 56 d.C.) che il Vangelo, la nuova novella che egli predica
 esattamente quella che lui ha ricevuto. Nessuna errata interpretazione
o aggiunta da parte sua: quello che racconta e spiega  il cuore, la
sintesi degli insegnamenti preziosi del Cristo. E della fede cristiana.
Naturalmente, esistevano differenze di stile nel modo di raccontare,
nell'enfasi dottrinale e nella personalit dei vari apostoli del I secolo
d.C. - esattamente come ne sussistono tutt'oggi -, ma questo non significa
affatto immaginare l'esistenza di una frattura insanabile fra
un gruppo di credenti messianici motivati a livello politico sorti in
Gerusalemme e i padri della Chiesa primigenia attivi in altre citt e
parti del mondo.
In The Messianic Legacy i tre autori cercano di convincere chi legge
che Ges altri non era che uno dei tanti sedicenti messia sacerdoti-sovrani
che aspiravano al trono regale della tradizione davidica, e
che il suo tentativo fall. Ci viene anche detto che, mentre gli apostoliche stavano con lui non erano al corrente di questo piano, lo era invece
un piccolo gruppo di amici pi intimi e di famigliali, particolare
che, ovviamente, ha portato a non poche confusioni sul suo conto
e, pi nello specifico, ad un processo di spiritualizzazione e mitizzazione
nei suoi confronti attuatosi con forza nei primi secoli di vita
della Chiesa.
Per il mero gusto della discussione, proviamo a delineare un'ipotesi
parallela e altrettanto plausibile, in fatto di probabilit, a quella
che Baigent, Leigh e Lincoln propongono rispetto alla figura di Ges.
Immaginiamo che Isaac Newton fosse un sovversivo, un agitatore
di masse, che si era messo in testa di scatenare una rivoluzione popolare
distribuendo gratuitamente delle mele a tutti e ovunque, al fine
di giovare alla salute della gente. Tutto questo per essere riconosciuto
come sovrano scienziato e filosofo, tipo quello idealizzato da
Platone nella sua Repubblica. Il suo piano fallisce nel momento in
cui il governo in carica decide di sbarazzarsi di lui ed invia un drappello
di soldati ad arrestarlo mentre se ne sta nel suo frutteto. Una
volta imprigionato, viene assassinato dai sicari governativi che
diffondono la notizia della sua morte dicendo che  avvenuta per
cause naturali. Dobbiamo anche immaginare che egli era segretamente
sposato con una sua cugina di secondo grado, la contadina che
gestiva il frutteto (la quale, detto fra noi, nel villaggio non godeva di
una gran reputazione). La prova del matrimonio segreto starebbe nel
fatto che proprio Newton avrebbe offerto da bere a tutti nel corso di
un non ben precisato sponsale. Ad un tratto, a seguito della morte del
padre, i figli nati dall'unione segreta si vedono costretti a riparare
nell'isola di Wight, accoppiandosi all'interno della loro stessa linea
di sangue. Col tempo, si viene a mormorare che questi eredi di Newton
starebbero tramando per la costituzione degli Stati Uniti d'Europa.
Tutti i disegni, le sculture e le immagini in genere di una mela o
di un frutteto cominciano a essere visti con sospetto, in modo sinistro,
simboli segreti del movimento sovversivo sotterraneo che sta
tramando per portare i suoi seguaci al potere supremo.
A questo punto aggiungiamo una complicazione alla nostra storiella.
Ipotizziamo che uno dei suoi seguaci pi schietti (un uomo in
buona fede, che non aveva intuito il vero scopo politico del suo maestro)
ci abbia messo del suo nell'immaginare che la reazione di
Newton per una mela caduta da un albero avesse a che fare con una
forza invisibile chiamata gravit. Immaginiamo ancora che questo
equivoco sia stato portato avanti con grande presa e determinazione,
trasformandosi, nel corso dei secoli, nel convincimento condiviso
dalle grandi masse che questa invisibile, quanto inesistente, forza di
gravit esistesse per davvero. Ovviamente, tutte le persone di cultura
avrebbero capito che quella vissuta da Newton era stata un'esperienza
soltanto sua e soggettiva, al di l dell'innegabile dolore che chiunque
riceva sulla testa un peso precipitato dall'alto  purtroppo costretto
a provare!
Ambedue i libri scritti da Baigent, Leigh e Lincoln sostengono con
grande vigore che le cosiddette scritture canoniche sono state volutamente
pubblicate, redatte e modificate ad arte, con il fine di estirpare e
rimuovere qualsiasi riferimento alle ambizioni politiche di Ges e alle
sue mire al trono di Israele. Gli stessi esegeti biblici concordano in
questo e dichiarano apertamente come le sacre scritture abbiano subito
nel tempo molti ritocchi e riorganizzazioni, ma in misura n maggiore
n minore di quanto possa fare un qualsiasi scrupoloso autore
che, dopo aver concluso un'opera, intenda rivederla e correggerla.
A meno che non si scriva un romanzo di fantasia o un diario personale,
dove si  praticamente costretti a procedere secondo un filo storico
di eventi che si succedono in ordine temporale, chi voglia raccontare
la biografia di qualcun altro, quasi inevitabilmente, tende a
raggruppare le memorie del suo eroe in categorie e argomentazioni
compatte.
Faccio un esempio semplice. Se mi accingessi a scrivere la vita di
mio padre secondo il mio punto di vista, i ricordi pi gioiosi che ancora
mi porto nel cuore sarebbero quelli che risalgono ad oltre cinquantanni
or sono, quando, dopo aver a lungo trafficato nel capanno
degli attrezzi del nostro piccolo giardino, ne era uscito una volta con
una macchinina e un'altra con una carriola tutte per me. Si tratta, ovviamente,
di momenti del tutto distaccati dalla funzione di agente
speciale da lui ricoperta nel corso della seconda guerra mondiale e,
ancor di pi, lontani dalla carica di responsabile provinciale all'interno
della Massoneria dell'East Anglia, da lui ricoperta negli anni
Venti. Se dovessi scrivere di lui, signorotto di Church
Street, a Dereham, oppure della sua carriera militare durante la guerra, oppure
ancora della sua attivit di commerciante in rottami ferrosi ed infine
del tempo in cui aveva gestito un importante negozio nella via
principale di una piccola citt, sono certo che, per quanto i miei ricordi
risultino netti e limpidi nella mia mente, quasi senza accorgermene,
cercherei di organizzarli classificandoli per gruppi nel contesto dei
diversi momenti ed aspetti della sua vita. Certo, un critico letterario,
attento alle minuzie e ai particolari, con molto tempo libero a disposizione,
consultati gli archivi storici di Norwich, potrebbe magari
cogliermi in errore, mettendo in risalto il fatto che, per esempio, mio
padre si era risposato nel 1933 e non nel 1932 come, sbagliando,
avevo da sempre creduto che fosse. Tuttavia, nessun emendamento o
riorganizzazione delle categorie all'interno delle quali riterrei di poter
collocare l'intera esistenza di mio padre avrebbe il potere di alterare
in modo decisivo il carattere del personaggio e i fatti che hanno
contraddistinto la sua vita. Voglio dire che non ci sarebbe verso di
spacciarlo per rosacrociano, ermetista, o addirittura Gran Maestro
del Priorato di Sion, quand'anche fosse mio desiderio, se nella realt
dei fatti non lo fu mai. Potr non riuscire ad addentrarmi in modo cos
approfondito nelle sue questioni di affari ed economiche, ma non
potr mai dire - dal momento che non lo fu mai - che era un pescivendolo,
oppure un libraio, oppure ancora un antiquario.
Lo stesso accade per la vita di Ges di Nazareth in merito al racconto
dei Vangeli. Stando agli esegeti e agli storici, il Vangelo di
Marco si baserebbe sulla testimonianza e sulla ricostruzione dei fatti
da parte di Pietro, un apostolo che conosceva Ges molto bene; mentre
lo stesso Marco - ritenuto figlio di Maria di Gerusalemme - sarebbe
da identificarsi con quel giovane con la veste di lino precipitosamente
fuggito dall'Orto di Getsemani la notte in cui il suo maestro
venne arrestato.
Maria Maddalena e Maria di Betania erano la stessa persona e, inoltre,
era sempre lei la donna dalla giara preziosa di alabastro contenente
il nardo odoroso offerto a Ges? Negli anni prima di avviare il
suo ministero pubblico, Ges lavor veramente a Nazareth, nella bottega
di falegname di suo padre Giuseppe? Fu lui a provvedere alle
necessit della madre Maria e dei fratelli e delle sorelle pi giovani,
una volta morto il padre Giuseppe? Giuseppe di Arimatea era suo zio
ed  vero che ebbe a recarsi in Inghilterra in occasione di un viaggio
commerciale, come il visionario Blake immagina nel suo Jerusalem?
Questi interrogativi, pur molto interessanti, sono comunque marginali.
Dir di pi, anche la remota eventualit che Ges fosse sposato
con Maria Maddalena e che abbiano avuto dei figli  una notizia di
poco conto. Il solo e unico scopo di Cristo, nella sua qualit di Figlio
di Dio e Salvatore del Mondo, non viene intaccato di una virgola dal
fatto che sia stato o no sposato, n questo pu stravolgere l'ordine
degli avvenimenti che hanno costellato la sua vita terrena, n, tanto
meno, pu avere una qualche influenza sui luoghi dove tutta la sua
storia si svolse. Il nucleo centrale dell'insegnamento e del racconto
dei Vangeli non subisce alcuna alterazione, quand'anche ci fossero
stati ritocchi temporali, geografici e persino nell'ordine degli eventi.
Cristo nacque dal grembo della Vergine Maria ingravidata per il volere
dello Spirito Santo. Egli ci ha insegnato ed indicato la Verit, ci
ha fatto conoscere Dio, suo Padre, mostrandoci la vera strada della
salvezza. Ha affrontato con nobilt d'animo e coraggio la morte per
la redenzione dei nostri peccati, una tortura che, volendo, avrebbe
potuto tranquillamente evitare.
Per il potere di Dio, egli  risorto dai morti. E, attenzione, non si
tratta di un pensiero romantico, n di una delicata, per quanto sacra,
memoria e neppure abbiamo a che fare con un pallido fantasma etereo:
Ges  risorto ed  tornato in vita con un corpo concreto, rinnovato
ed immortale, infinitamente superiore nei poteri a quello di
qualsiasi altro essere terreno, un corpo fisico arricchito, non depauperato.
Da quella mattina radiosa della prima Santa Pasqua del mondo,
Cristo torn ad essere - ed  - eternamente, concretamente, oggettivamente
vivo. Certo che vive nella mente e nei cuori dei fedeli;
ma questo non significa che non viva lo stesso la sua gloriosa vita
superpersonale, esteriore ed obiettiva. Il fatto che alcune gocce dell'oceano
Pacifico, transitando attraverso le branchie di un pesciolino,
lo sostentino e lo tengano in vita, questo non vuol dire che l'oceano
non esista se non al di fuori delle sue branchie!
Purtroppo, viviamo in un mondo ossessionato dalla proliferazione
dei dettagli e della burocrazia. Oggi ci sono pi storici e statistici impegnati
a contare con precisione certosina quanti potevano essere nel
1812 i lavoratori senza impiego presso le miniere di carbone di New
Forest di quanti non si occupino di studiare a fondo la dinamica e i
perch della battaglia di Waterloo. Ci sono produttori di medicinali
che sembrano pi preoccupati di rispondere in modo formalmente
corretto alle richieste di informazioni e di qualit da parte del governo
che non di mettere a punto medicine che servano realmente e in
modo efficace a lenire le sofferenze di chi  ammalato. Ci sono molti
operatori sociali che tengono di pi a redarre relazioni e scritti statistici
o a partecipare a conferenze internazionali di quanto non si
impegnino a stare accanto e a sostenere i diseredati e i senza casa
che, rivolgendosi a loro, sperano di ottenere un valido aiuto. Ci sono
tanti insegnanti che paiono essere pi preoccupati della scelta di libri
o di certi tipi di fogli o cartelline di quanto non lo siano di insegnare
ai loro allievi a leggere, scrivere e far di conto. Qualunque sia la professione,
ovunque il morbo della specializzazione, della burocrazia,
del gusto dell'inutile e delle minuzie sembra ormai prevalere: siamo
circondati da ogni parte da analisi, rendiconti, rapporti, registrazioni,
statistiche, regolamenti burocratici e via dicendo. Questa  una grave
minaccia per tutti, perch porta a perdere di vista i veri scopi, gli autentici
obiettivi che si devono raggiungere, per correre dietro a dettagli
di nessun conto.
Lo scopo, ovvio e chiaro, di una strada e di un'auto  quello di trasferire
gli esseri umani da e verso la destinazione desiderata, facendolo,
se possibile, in modo rapido, confortevole, sicuro e conveniente.
Per ottenere tutto questo per  necessario scendere a patti con
un'infinit di osservazioni e restrizioni, perch altrimenti non potremmo
goderne. Dobbiamo frequentare una serie di lezioni di guida,
superare dei test ed ottenere la promozione, stipulare una polizza
assicurativa, ricordarci di mettere il disco orario quando parcheggiamo,
sottoporre la nostra auto a prove di emissione dei gas di scarico,
leggere i manuali di istruzione, osservare i limiti di velocit, stare attenti
ai rilevatori elettronici, viaggiare solo in determinati orari, rispettare
i divieti e i sensi unici di marcia, attenerci alle regole dei
parcheggi, ricordarci di allacciare le cinture di sicurezza. Forse era
costretto a simili torture il focoso guerriero Jehu (cos deciso nello
sbarazzarsi della diabolica ed arrogante regina Izebel) quando guidava
il suo carro - il cui arrivo si avvertiva gi in lontananza - semplicemente
conducendolo sorreggendo le redini? (2 Re 9: 20: A vederlo
guidare si direbbe che  Jehu, figliolo di Nimsei, perch va a precipizio).
Il fine delle Sacre Scritture  quello di condurci a Dio, a Cristo e alla
vita eterna, peccato che abbiamo ingolfato la via della nostra spiritualit
almeno quanto le strade lungo le quali facciamo correre le nostre
automobili. Si pu tranquillamente dire che oggi esiste un numero
cos elevato di ipotesi testuali applicate ad ogni singolo versetto di
quante uno studioso, per quanto volenteroso, sia in grado di leggere
in un anno. Conosciamo l'etimo, la radice verbale di ciascuna parola
ebraica, aramaica, araba, copta, greca e latina in ogni sua sfumatura
e dettaglio. Ne conosciamo le derivazioni e gli usi paralleli. E, ci
malgrado, siamo anche riusciti a non sapere pi con esattezza che
cosa vogliano significare, queste parole, per gli uomini del nostro
tempo. Siamo come il fortunato vincitore di una lotteria che stringe
fra le mani un assegno da un milione di dollari e che, invece di correre
nella banca pi vicina per farselo cambiare e godersi la vita, indugia
ad osservare la filigrana dell'assegno e i motivi di stampa che
lo fregiano. Perch, in verit, ci che si deve fare con le Sacre Scritture
non  perdere ore ed ore nel cercare di sviscerarle fin nei minimi
dettagli, ma provare a coglierne il vero, autentico messaggio.
E, vi garantisco, si tratta di un messaggio semplice, chiaro e lineare.
Tanto per cominciare, Ges in alcun momento della sua esistenza
terrena ha mai preteso di essere l'incarnazione di un qualche sovrano:
san Paolo, gli apostoli e la Chiesa non hanno mai travisato la sua
figura n si sono mai sognati di spiritualizzare un intento politico,
camuffando una sua eventuale pretesa al trono di Davide. Molteplici
sono nei Vangeli le occasioni in cui Ges rivela chiaramente e senza
possibilit di equivoco ai suoi apostoli che non  venuto per ribaltare
il potere di Roma, di Erode o del Sinedrio con la forza delle armi. La
sua non  mai la missione dei Maccabei, i formidabili martelli, i rivoltosi.
Il suo compito  stato quello, tramite parole e fatti - soprattutto
gli ultimi, della sua morte e Resurrezione - di dimostrare l'intervento
di Dio nella Storia per il bene dell'umanit. L'autentico
messaggio messianico era che Dio, sotto l'aspetto del Figlio, si era
incarnato in Ges Cristo per salvare dalla perdizione ogni singola
anima pronta ad accettarlo e a condividere il suo insegnamento, al fine
di redimere il creato e l'intera umanit. E questo messaggio, sempre
attuale, suona cos: pentimento, piet e gioiosa vita eterna in Cristo.
Si tratta di un discorso quanto mai lontano dal concetto di un regno
politico terreno, che si estende su tutta la Terra.  semplicemente
folle far passare Ges per un rivoluzionario, per un politicante fallito;
 come scambiare un raggio di Sole per la fioca fiammella di
una candela.
Tornando al problema della vivisezione dei testi canonici del Nuovo
Testamento, la loro analisi accurata e critica non va assolutamente
intesa per quello che non , vale a dire il pi o meno riuscito tentativo
da parte di un astuto, ipotetico redattore-editore, propenso all'aspetto
spirituale, di ottenere un testo pilotato ed epurato da ogni riferimento
alla funzione politica di Ges, nient'altro che un facinoroso
sacerdote ebraico, ansioso di sedersi sul trono regale che era stato
dei suoi antenati.
Uno dei libri pi accreditati, ma anche piacevoli, pubblicati su questo
argomento, porta la firma di David G. Palmer e si intitola Sliced
Bread (1988). David Palmer, che prima di essere ordinato ministro
metodista nel 1983 era un brillante e geniale architetto progettista, in
queste pagine pone il suo arguto intelletto al servizio della teologia,
sfoderando un'abilit addirittura straordinaria nell'analizzare i Vangeli,
gli Atti degli Apostoli e l'Apocalisse in un modo assolutamente
nuovo e fresco. La sua teoria si basa su un'idea di fondo, quella del
chiasma, parola greca che significa collocato trasversalmente. Dal
punto di vista tecnico questa definizione indica una struttura bilanciata
e armonica come, per esempio, una riflessione oppure una scala
composta da due rampe identiche e opposte che si congiungono e si
incontrano su di un pianerottolo che sta al loro apice. Se si volesse
esprimere questa immagine ricorrendo alle lettere dell'alfabeto, un
chiasma presenterebbe questa struttura: a, b, c, d, c, b, a, con la lettera
d che rappresenta il centro ovvero la superficie riflettente. Fatto
singolarmente curioso, debbo confessare che in letteratura esiste uno
schema di sonetto da me proposto (il cosiddetto sonetto
fanthorpiano) molti anni prima che avessi il piacere di venire a conoscenza dell'opera
di Palmer, il cui schema rimato : a, a, b, b, c, c, d, d, c, c, b, b,
a, a. Dove si pu osservare che la coppia centrale (d, d) riflette o, se si
preferisce, proietta simmetricamente il resto dello schema rimato nelle
due direzioni. In parte, l'effetto di questa particolare forma data al
sonetto dipende dal principio che la prima coppia di versi (a, a) deve
collegarsi come idee alla coppia dei due versi finali (13 e 14) anch'essi
a, a. Di norma, il poeta che affida la sua lirica a questa struttura,
tende a concentrare, quasi ad incapsulare, il pensiero per lui pi
importante proprio nella coppia centrale di versi (d, d). Fatte queste
semplici considerazioni, proviamo a dare un'occhiata a questi versi:
Saunire was Cur of Rennes-le-Chteau (a)
And laboured there a century ago. (a)
What did he find in Visigothic stone? (b)
What secret shared with Dnarnaud alone? (b)
Strange, cryptic eluesfrom Hautpoul's tomb erased: (c)
Bigou's inscription, curiously phrased. (c)
And what of Boudet, up at Rennes-les-Bains? (d)
A scholarly and enigmatic man. (d)
His Celtic language riddles questions raised - (c)
Which Monsieur Bren both analysed and praised. (c)
Glis struck down: slain by a hand unknown. (b)
Dark rumours round that savagery have grown. (b)
The timeless quest goes on until we know (a)
The hidden secrets of Rennes-le-Chteau. (a)
Saunire era curato a Rennes-le-Chteau / Dove visse e lavor un secolo fa. /
Che cosa trov nella pietra visigota? / Quale segreto
condivise con la sola Dnamaud? / Dalla tomba di Hautpoul cancell strani, misteriosi segni: / L'iscrizione
che Bigou verg in modo strano. / E che dire di Boudet a
Rennes-les-Bains? / Un uomo colto ma enigmatico. /1 suoi indovinelli in lingua celtica
sollevano tante domande / Che il signor Bren ha studiato e ammirato. / Glis
cadde a terra: ucciso da una mano ignota. / Tetri presagi sono sorti attorno a
questo fatto. / La ricerca senza tempo continuer fino a quando scopriremo / Il
segreto nascosto di Rennes-le-Chteau.
L'inestimabile valore delle strutture a chiasma in una societ antica
dove i libri, che erano formati da codici e rotoli, erano merce rarissima,
consisteva nel fatto che le composizioni a chiasma erano facili
da ricordare e, inoltre, grazie alla loro bellezza liturgica e al ritmo,
quando venivano lette a voce alta risultavano molto suggestive. La
verit non viene certo sminuita nella sua essenza se viene appresa in
una forma facile, che la rende agevole da ascoltare, imparare e quindi
ricordare.
Ebbene, nel suo bel libro David Palmer conduce una ricerca scrupolosa,
logica e supportata da argomenti convincenti nei confronti
dei testi canonici del Nuovo Testamento (Vangeli, Atti degli Apostoli,
Apocalisse), sostenendo che essi vennero redatti secondo questo
particolare schema. A questo punto, credo che sia alquanto pi probabile
immaginare che la continua revisione e riedizione di questi testi
sia dovuta proprio alla necessit di organizzarli in questa chiave,
che non ipotizzare questi rifacimenti finalizzati solo e soltanto a rimaneggiare
brani, sopprimendo quei punti imbarazzanti in cui,
stando ad alcuni, sarebbe comparsa la missione politica di Ges. Il
Nuovo Testamento non deve essere letto come un libro che ha subito
delle pesanti censure, perch non  vero. Deve, al contrario, essere
letto come un libro organizzato appositamente per essere compreso
all'istante e, soprattutto, perch il lettore non trovi alcuna difficolt a
tenere a mente le grandi verit che contiene.
 Note.
1. M. Baigent - R. Leigh - H. Lincoln, The Messianic Legacy, London, Jonathan Cape, 1989
(trad. it. L'eredit messianica, Milano, Tropea, 1996).
2. Per il lettore che voglia approfondire ancora meglio questi argomenti, credo che non esista miglior
libro di quello scritto dal professor Stephen Hawking, intitolato A Brief History of Time,
London, Bantam Press, Transworld Publishers L.td, 1988 (trad. it. Dal Big Bang ai Buchi Neri,
Milano, Mondadori, 1988).
3. A. Vaughan, Incredibile Coincidence, London, Corgi Books, 1981.
4. J. Micheli - R. J. M. Rickard, Phenomena: a Book ofWonders, London, Thames and Hudson
Ltd., 1977.


Capitolo 5.
Linee, sepolcri e segni.

Abyssus abyssum invocat.

Se fosse possibile mettere a nudo il cervello di un uomo e, munito
solamente di un organo sensoriale e di una straordinaria forza di sopravvivenza,
e lo si gettasse in un vortice caotico svuotandolo di forma
e significato, state certi che la prodigiosa mente da esso custodita
incomincerebbe a diramare immediate disposizioni per cercare di
comprendere nel pi breve tempo possibile l'ambiente sconosciuto
entro il quale  stato precipitato.
Se si  seduti nello scompartimento di un treno lanciato sui binari,
dopo un po' anche il suo monotono sferragliare sembra che ci voglia
dire qualcosa. I mistici sostengono di vedere scene animate in una
palla di cristallo, nei fondi di t e caff, nei carboni ardenti di un
braciere, nel continuo evolvere delle nuvole. Gli auguri dell'antica
Roma leggevano il futuro della nazione osservando le viscere degli
animali. La nostra straordinaria mente confronta e paragona, crea
forme e schemi, dopodich  a queste sue strutture che fa continuo
riferimento.
Questo, naturalmente, non per dire che non ci siano riferimenti
esterni credibili, ma semplicemente per suggerire cautela e circospezione
quando si affronta questo genere di cose.
Riconoscere i segni autentici, sapere leggere i genuini portenti e decifrare
i veri spunti, queste sono le operazioni utili, quelle produttive
e positive. Illudersi che in una formazione naturale si nasconda chiss
quale segnale, star dietro a piste false e pericolose oppure lasciarsi
ingannare dai trucchi di qualche imbroglione, queste sono le operazioni
inutili, improduttive e negative, quelle che inducono un ricercatore
ingenuo a sprecare parte del suo tempo. E, purtroppo, il
mistero di Rennes-le-Chteau non  alieno da ombre di inganni e di
clamorosi abbagli.
Una posizione bilanciata e attenta crediamo che sia l'atteggiamento
migliore da assumere, distaccato da una cautela troppo rigida o, al
contrario, da una faciloneria troppo spinta. Ad ogni buon conto, attorno
a questo misterioso villaggio pare pi probabile che il mistero
tanto discusso esista veramente. Questo non vuol dire che coloro che
lo avvicinano non debbano farlo armati dei corretti strumenti per discriminare
tra le scelte e le piste da seguire. Nel caso di
Rennes-le-Chteau, una particolare attenzione, per esempio,
andrebbe certamente
riposta nell'osservazione dei presunti allineamenti immaginari,
sagome, forme e quant'altro rintracciabile nel paesaggio.
Barry Bayley, validissimo autore di fantascienza dotato di un fiuto
tutto speciale nell'individuare fenomeni inusuali da investigare, ci
invita a considerare alcune osservazioni fatte qualche anno fa sulla
rivista Astounding Science Fiction da J. C. Campbell, il quale sostiene
che il numero cinque nasconda una natura speciale e curiosa.
Vediamo.
Gli atomi sono contraddistinti dal peso atomico e dal numero atomico,
valori che variano da zero a 240. Sebbene il boro - appartenente
al III gruppo della tavola degli elementi - abbia 5 come numero
atomico, il suo reale peso atomico vale 10,811. Ricordiamo che il
numero atomico di un elemento chimico  semplicemente il suo corrispondente
numero nella tavola degli elementi. (Questo particolare
sistema classifica gli elementi secondo un ordine fondato sul numero
dei protoni del suo nucleo, come a dire il numero degli elettroni
che gli ruotano attorno). Il peso atomico di un elemento offre il cosiddetto
peso relativo, o, se si preferisce, la massa dell'elemento
stesso. Lo si valuta in multipli dell'unit base di misura che  pari a
1,66033 x IO 27 kg, pari ad 1/12 della massa di un atomo di carbonio-12.
Anche se il boro ha 5 come numero atomico, Campbell fa
notare che non esiste alcun atomo che presenti 5 particelle all'interno
del suo nucleo atomico. Come detto, il reale peso atomico del boro
non vale 5, bens il doppio (10,811) e gli unici altri due elementi
che gli stanno vicino sono l'elio (4,002) ed il litio (6,941). A questo
punto la provocazione di Campbell sembra farsi interessante. Dove
vorr condurci, adesso?
Altre osservazioni importanti sono che, stando ai cristallografi, nessun
cristallo presenta una simmetria pentagonale; i cartografici sono
in grado di riprodurre qualsivoglia pianta o mappa sferica ricorrendo
all'uso di soli 4 colori - un quinto sarebbe superfluo - e 5 bolle di
sapone sembra che non possano mai incontrarsi contemporaneamente
in un punto, mentre questo  possibile per quattro!
Bayley e Campbell spostano poi la nostra attenzione sulla cosiddetta
legge di Bode, quella relativa alle distanze fra i pianeti. Johann
Elert Bode visse dal 1747 al 1826, diventando direttore
dell'Osservatorio Astronomico di Berlino nel 1786. Anche se gi nel 1766 era
toccato a Johann Daniel Titius di Wittenberg annunciare al mondo
scientifico la sua legge sulle distanze planetarie, fu Bode a renderla
celebre e a pubblicizzarla. Stando alla legge di Bode, fra Marte (il
quarto pianeta dal Sole) e Giove (il quinto) dovrebbe esserci un altro
pianeta. Non c'! Tuttavia questa fascia di cielo  completamente
piena di asteroidi che, a ben pensare, potrebbero essere i resti polverizzati
di un preesistente corpo planetario.
Un altro punto che Campbell mette in risalto  che, per quanto ne
sappiamo della materia vivente, sembra che essa riesca a mantenersi
viva fintanto che continua a trovarsi in una situazione di instabilit
chimica.
Come tutte le questioni intriganti e non ancora comprese, anche
questa pu essere oggetto di discussioni e argomentazioni, tuttavia
non risulta difficile intuire ci che Campbell vuole indicarci con
quest'altra provocazione: anche nell'ambito della materia vivente
l'instabilit biochimica suggerisce una tendenza a passare dall'instabilit
del 5 alla stabilit piatta del 4 o del 6. A questo punto passa ad
osservare la simmetria pentagonale nella natura, la stella di mare,
per esempio. Si tratta di una creatura semplice, ma dai prodigiosi poteri
di recupero: se perde un raggio non solo gliene ricresce uno nuovo,
ma quello distaccato origina una nuova, intera stella marina. Secondo
Campbell, avere due braccia, due gambe ed una testa fa dell'essere
umano (e di un numeroso gruppo di animali) una creatura
pentagonale. Guarda caso, moltissimi fra gli esseri viventi pi evoluti
hanno zampe caratterizzate da 5 dita (Appendice I).
I Pitagorici erano interessati al pentagramma perch era il tramite
per esprimere il concetto di Sezione Aurea, un particolare rapporto
fra due segmenti in cui  divisa una linea, cos che il rapporto del pi
corto nei confronti del pi lungo risulta identico al rapporto che intercorre
fra il pi lungo e la linea intera. Gli antichi Greci erano letteralmente
affascinati da questo valore, tanto da considerarlo come la
proporzione perfetta. Lo trovarono all'interno del corpo umano e lo
applicarono nell'arte e nell'architettura, Partenone compreso.
Algebricamente la Sezione Aurea pu esprimersi in questo modo:
a/b = b/a + b oppure b2 = a(a + b)
In questa formula a indica il segmento o la parte pi corta, mentre
b rappresenta il segmento pi lungo della linea. Si pu esprimere
il valore del rapporto della Sezione Aurea tramite una serie di
approssimazioni matematiche:
5/8 = 0,625
8/13 = 0,615
13/21 = 0,619
21/34 = 0,618
34/55 = 0,618
55/89 = 0,618
89/144 = 0,618
Come si pu notare, ciascun denominatore  ottenuto dalla sommatoria
del numeratore e del denominatore della frazione precedente.
A sua volta ogni denominatore diventa poi il numeratore della
successiva nuova frazione della serie. (La serie di denominatori che
viene cos a generarsi  nota come sequenza o serie di Fibonacci, a
seguito di un quesito matematico proposto da Leonardo Fibonacci
nel suo Liber Abaci - un manuale di aritmetica ed algebra - pubblicato
nel 1202 e revisionato nel 1228)(1). Quindi, se la lunghezza della
linea  pari a 1, quella delle due parti sar rispettivamente pari a
0,382 e 0,618.
Se fosse idealmente possibile unire i punti delle congiunzioni di
Terra e Venere cos come osservate dal Sole (vale a dire nel momento
in cui i due pianeti vengono a trovarsi allineati dalla stessa parte
rispetto al Sole)(2) su di una gigantesca lavagna spaziale configurerebbero
grosso modo la sagoma di un pentagramma.
La figura per completarsi richiederebbe 8 anni terrestri, vale a dire
13 venusiani. Il rapporto di 8/13 fra i movimenti orbitali medi di Terra
e Venere  per lo meno sorprendente e curioso e riconduce l'argomento
di nuovo alla considerazione della legge delle distanze planetarie
di Titius-Bode.
Nella sua forma pi elementare e semplice questa legge afferma
che una volta segnato il numero 4 accanto alla posizione di ciascun
pianeta del nostro sistema solare, aggiunto 3 a quella di Venere, applicando
questo numero aggiuntivo di volta in volta raddoppiato ai
successivi restanti pianeti in ragione del loro progressivo allontanarsi
dal Sole, si ottengono in via approssimativa, ma sufficientemente
esatta, tutte le distanze planetarie dal Sole, se soltanto si fa eccezione
per Nettuno.
Ecco il semplice schema:
Pianeta Distanza calcolata* Distanza reale*
Mercurio 4 =4 3,86
Venere 4+3=7 7,21
Terra 4+ 6= 10 9,97
Marte 4+ 12= 16 15,19
(Fascia degli asteroidi) 4+ 24= 28 22-35
Giove 4+ 48= 52 51,89
Saturno 4+ 96=100 95,13
Urano 4 + 192 = 196 191.27
Nettuno  (299.87)
Plutone 4 + 384 = 388 393.33
* Unit di misura 15 milioni di km.  
Nel suo studio Barry Bayley si spinge ancora oltre e disquisisce,
con argomenti convincenti, a proposito dell'esistenza dell'idea di
pentagramma - o, almeno, di una matrice essenziale basata sul cinque
- nella legge che governa le relative distanze dei pianeti del nostro
sistema dal Sole, Nettuno compreso, sfuggita agli stessi scopritori
della legge, Titius e Bode. Bayley osserva che ogni volta in cui
all'interno di un pentagramma una linea ne taglia un'altra si va a determinare
una Sezione Aurea. Inoltre, quando si unisce uno qualsiasi
dei cinque apici del pentagramma con i due opposti si viene a formare
un triangolo isoscele incompleto; quando viene concluso con il lato
pi corto, la base, la sua lunghezza si pone nel rapporto di Sezione
Aurea rispetto ai due, eguali, pi lunghi. Sempre stando a Bayley
ogni tre successivi, correlati passaggi Terra e Venere segnerebbero
nel cielo i tre vertici di un triangolo isoscele. Fatte queste osservazioni
importanti, Bayley compie, come dire, un salto quantico nel
suo ragionamento, arrivando ad affermare che  la Sezione Aurea la
vera regola armonica che, nella notte dei tempi, ha presieduto alla
configurazione dei pianeti, nati dagli ammassi di polvere cosmica e
gas rotanti nello spazio.
Anche i pittori del passato- al pari di astronomi e astrologi - erano
affascinati dalla relazione intercorrente fra la Sezione Aurea e il pentagramma.
D'altro canto, la loro costruzione geometrica  qualcosa
di assai elegante. Si tracci dapprima una linea PQ corrispondente a un
lato del pentagono. Si tracci dal punto Q, ad angolo retto sulla linea
PQ, la linea QR lunga esattamente quanto la met di PQ. Si unisca il
punto P con il punto R. Si punti il compasso in R e si tracci un arco di
raggio RQ che va ad intersecare la linea PR nel punto S. Si punti ora il
compasso in P e si tracci un arco con raggio PS che va ad intersecare
la linea PQ nel punto T. Questa costruzione ha definito la Sezione Aurea
lungo la linea PQ: infatti il rapporto intercorrente fra TQ (la parte
pi corta) e PT (la parte pi lunga)  identico a quello esistente fra PT
e PQ (la linea di partenza). La lunghezza di PT divisa per quella di PQ
 uguale alla lunghezza di TQ divisa per quella di PT, ambedue i calcoli
danno come risultato 0,618: pt/pq = tq/pt = 0,618.
Una volta ottenuta la Sezione Aurea  possibile costruire il pentagono
PXUVW. Si prolunghi la linea PQ fino al punto U, in modo tale
che la lunghezza di QU risulti eguale alla lunghezza di PT. La linea
PU  una delle diagonali del nostro pentagono. Ora si punti il compasso
in P e si tracci un arco di raggio PQ. Si ripeta l'operazione puntando
in u. Il punto di intersezione di questi due archi definisce il
punto X. Si unisca PX e UX e si proceda quindi allo stesso modo per
definire i punti v e w.
Gli antichi pittori e geometri erano anche stupiti dalla infinita riproducibilit
della Sezione Aurea. Infatti, confrontando la linea pi
breve con quella pi lunga si genera un'altra Sezione Aurea; se ne
ottiene un'altra aggiungendo la lunghezza del tratto pi lungo alla
linea intera originale. Per gli adepti ai misteri della fratellanza dei
Rosacroce tutto questo non era che la conferma matematica e sublime
della loro idea esoterica secondo la quale microcosmo e macrocosmo
sono in rapporto aureo fra loro: cos in alto, come in basso.
Questa regola universale era applicabile ad ogni cosa, dai granelli
di polvere agli esseri umani, dai pianeti celesti alle stelle e alle galassie.
Indubbiamente, a tutti questi concetti ebbe ad interessarsi il pittore
francese del XVII secolo Nicolas Poussin, coinvolto per alcuni in
modo inscindibile con il mistero di Rennes-le-Chteau. Il momento
di contatto pi evidente fra Poussin e Rennes-le-Chteau lo troviamo
in una delle sue tele intitolata I pastori d'Arcadia. In questo celebre
dipinto si vedono tre pastori e una pastorella accanto ad una
pietra tombale collocata in un paesaggio selvatico e montagnoso,
molto simile a quello che circonda i centri di Arques e
Rennes-le-Chteau. Mentre i tre uomini sembrano intenti ad
esaminare la scritta
Et in Arcadia Ego, la donna, serena e graziosa, ha lo sguardo abbassato.
Tutta la disposizione geometrica del dipinto si basa sulla forma del
pentagono che si estende molto al di fuori della cornice del quadro e
che ha il suo centro ideale proprio nella testa della pastorella. In
merito non dobbiamo scordare che, nel codice segreto derivato dalla
decriptazione dell'iscrizione rinvenuta sulla tomba di Marie de
Ngre e nelle misteriose pergamene che si dice siano state rinvenute
da Saunire all'interno della colonna cava visigota che sorreggeva
l'antico altare della chiesa di Rennes-le-Chteau, la prima parola
che si legge  proprio pastora o pastorella. Delle pergamene
dell'iscrizione ci occupiamo in un capitolo successivo, in cui si parla
di codici e cifrari segreti.
La costruzione pentagonale di Poussin e l'iscrizione tombale di
Marie de Ngre offrono di certo la stessa indicazione, ma dove l'enigmatica
pastora del quadro intende pilotare l'attenzione di coloro
che sono alla caccia del grande tesoro? Nella direzione del suo
sguardo? Nella postura delle sue mani? La donna  raffigurata
a met strada rispetto alle due visioni montane sullo sfondo: forse il
tesoro  sepolto da qualche parte laggi, oppure sulla traiettoria di
qualche altro curioso allineamento?
Ma in che modo il pittore Nicolas Poussin ebbe a che fare, nel corso
della sua vita, con il mistero di Rennes-le-Chteau. Diamo un'occhiata
alla sua biografia.
Nato nel 1594 e morto nel 1665, Poussin  considerato dai critici
d'arte come il maggiore e pi rappresentativo pittore francese del
XVII secolo, un esponente leader del classicismo, non solo del suo
periodo, ma in assoluto. Nato a Les Andelys, in Normandia, nel
1610 si era trasferito a Parigi dove si era fermato fino al 1624. Allievo
di alcuni pittori manieristi, si racconta passasse gran parte del suo
tempo a studiare e a analizzare da vicino le opere di scultura e pittura
delle collezioni reali. Il suo pi illustre mecenate fu il poeta italiano
Marino, attivo presso la corte della regina madre, il quale, fra le
altre cose, ebbe a commissionargli una serie di disegni per illustrare
Le Metamorfosi di Ovidio.
Nel 1624 a Roma, Poussin incontra Marcello Sacchetti e il cardinale
Barberini. In questo periodo lo stile di Poussin non  ancora del
tutto ben definito, in quanto sembra voler sperimentare la sua arte in
varie direzioni e forme, tuttavia l'influsso esercitato su di lui dal pittore
bolognese Domenichino sembra risultare decisivo. Nel 1629
Poussin dipinge Il martirio di sant'Erasmo, pala d'altare per la chiesa
di San Pietro.
Nello stesso anno dipinge senz'altro una versione dei Pastori d'Arcadia,
quella oggi conservata a Chatsworth House, nel Derbyshire.
Da questo momento fino a circa il 1633 Poussin affida la sua ispirazione
soltanto a eventi mitologici. Si avvicina a Raffaello e a temi
del pi antico passato, come per esempio scene bibliche tipo
L'adorazione del vitello d'oro, completato attorno al 1636. Quattro anni
dopo, viene invitato (gli fu ordinato?) a Parigi dal re Luigi XIII e dal
cardinale Richelieu, ma vi rimane soltanto fino al 1642. In questo
pur breve lasso di tempo Poussin entra in stretta e cordiale amicizia
con Frart de Chantelou.
 interessante osservare come nel decennio che va dal 1640 al
1650 quasi tutte le sue opere, sia di matrice religiosa che secolare,
propongano scene raffiguranti momenti di scelte morali o momenti
di grave crisi. Quasi che egli scegliesse volutamente come protagonisti
dei suoi quadri eroi e personaggi stoici, austeri, capaci di rigettare
il vizio e di opporsi alle lusinghe del piacere e del peccato con
un atteggiamento razionale e un comportamento altamente etico. Lo
stile stesso della sua pittura sembra accentuare questo rigore e questa
austerit.
Gli alberi e i cespugli hanno tutti forme geometriche e anche l'apparente
disordine della natura pi selvaggia viene ricondotto entro
rigidi schemi. In queste opere si avverte una fortissima tensione,
quasi come se Poussin non riuscisse in alcun modo a risolvere il conflitto
fra severit e liberalit, puritanesimo e libert. Le figure umane
di questo periodo pittorico finale diventano fredde, come rigide statue
classiche, tuttavia l'occhio attento riesce lo stesso a distinguere
nella loro pacata immobilit la fiamma di una vita assopita ma fremente.
Sono esseri immoti, all'apparenza gelidi, metallici, eppure si
intuisce che l'energia interiore che li pervade dovr prima o poi manifestarsi
in tutta la sua forza, n potr essere soppressa per sempre.
Fino a che punto, viene da domandarsi, questi ieratici personaggi rispecchiano
il conflitto interiore dell'artista? Che cosa conosceva
esattamente Poussin a proposito del mistero e dei segreti di Rennes-
le-Chteau da rendere la sua pi profonda intimit dilaniata fra il
contrastato, contestuale tentativo di quasi congelare la vita eppure, al
tempo stesso, di lasciarla esplodere in un libero sfogo?
Fu nel periodo dei primi anni di formazione trascorsi a Les Andelys
che Poussin acquis la profonda conoscenza di due temi che ricorrono
regolarmente nella sua pittura: la danza e le foreste? Suo padre
era soldato e contadino, non certamente quel tipo di personalit in
grado di suscitare in un figlio l'estro artistico, l'amore per il bello e il
culto dell'intelletto. Lo spostamento a Parigi, dunque, pu serenamente
intendersi come una vera e propria fuga del giovane Poussin
che si lascia dietro il mondo culturalmente modesto del paese natale
e del padre.
Ma torniamo ai dettagli dei Pastori d'Arcadia: Poussin aveva un riguardo
veramente speciale verso i particolari, osservava tutto e tutti.
Lo studio degli oggetti minimi era da lui finalizzato a
verificare come e in che maniera potessero essi adattarsi allo
scenario pi generale.
Ma la sua osservazione non era superficiale, perch si spingeva in
analisi approfondite. Possiamo ritenere che questa attitudine spieghi
in qualche modo la contraddizione di cui si  detto, riguardante i
soggetti umani dei dipinti del suo ultimo periodo, dove la forza vitale
che li pervade appare in evidente contrasto con la fissit classica,
formale e superficiale, che invece li connota esternamente?
Sposatosi con una donna romana, Poussin mor nella stessa citt il
19 novembre del 1655. Il suo mausoleo, eretto nella chiesa di San
Lorenzo in Lucina a Roma, mostra il suo busto sopra un bassorilievo
che riproduce la scena dei Pastori d'Arcadia e la scritta: Francois
Ren de Chteaubriand a Nicolas Poussin per la gloria delle arti e
l'onore della Francia.
In merito al problema del possibile paesaggio che fa da sfondo alla
tela Ipastori d'Arcadia esiste un singolare problema. In prima battuta
 pressoch certo che del quadro esistono diverse versioni. Nel libro
La Race Fabuleuse Grard de Sde sostiene che il vero quadro,
quello significativo a questo proposito, non  noto ai pi. Negli anni
Settanta, Henri Buthion - colui che tuttora vive nella casa che era
stata di Saunire - ci mostr una copia di quella che a suo dire era
una seconda versione del dipinto, a tutti ignota. Nel corso delle nostre
prime visite di ricerca al Louvre condotte nel 1975, ricordo che
una versione del quadro era certamente esposta ed era stata nostra
cura acquistare alcune diapositive e cartoline ricordo. In altre successive
occasioni abbiamo noi stessi scattato delle fotografie del
quadro.
Tuttavia, come si pu leggere nella copia della lettera inviataci come
risposta alle nostre richieste di delucidazione dal funzionario del
museo signor Foucart (Appendice G), attorno a questa seconda versione
del dipinto sembrerebbe aleggiare un altro piccolo mistero.
Certo, il contenuto della lettera potrebbe derivare da un fraintendimento;
tuttavia non sembra facile escludere la possibilit che esista
realmente un'altra versione dei Pastori d'Arcadia tenuta ben nascosta.
Se le cose stanno cos, qual  il motivo? Perch?
Ma le curiosit attorno a questo quadro non finiscono qui. Nel
1685, vent'anni dopo la morte di Poussin, venne acquistato dal re
Luigi XIV che lo sistem all'interno del suo alloggio privato a Versailles.
Nel libro di Edward Lucie-Smith intitolato A Concise History
of French Painting (1971), il quadro intitolato I pastori d'Arcadia
che viene riprodotto non corrisponde a quello di Poussin che
conosciamo.
Stando all'autore si tratterebbe della primissima versione, forse dipinta
attorno agli anni Venti del Seicento. In questa tela, due pastori
e la pastorella stanno a sinistra, ed un solo pastore  seduto sulla destra.
Ha lo sguardo rivolto verso il basso ed  intento a versare del liquido
da un contenitore.
In questa versione, non  difficile scorgere alcuni riferimenti al
simbolismo cristiano.
I due uomini e la donna, per esempio, possono rappresentare Maria
Maddalena, san Giovanni e san Pietro, sbalorditi al cospetto della
tomba ormai vuota, la mattina di Pasqua. La figura seduta che si trova
a destra e volge le spalle a chi osserva potrebbe essere Ges risorto.
Sul capo porta una corona di foglie: un richiamo a quella di
spine? Sta versando dell'acqua (o potrebbe trattarsi di vino mistico?)
nel punto dove tiene i piedi: un richiamo all'episodio in cui
Cristo aveva lavato i piedi degli apostoli oppure al gesto di Maria
Maddalena (o, comunque, di una peccatrice) quando, dopo aver lavato
i piedi di Cristo con le sue copiose lacrime, glieli aveva unti
con il prezioso contenuto della sua ampolla? Quando Ges incontra
la samaritana al pozzo, le parla di acqua viva, quella che dona la
vita eterna. Ecco, di nuovo, l'uso simbolico dell'acqua battesimale e
nelle varie funzioni religiose. L'acqua che viene qui versata sta a
simboleggiare la preziosa opera svolta da Cristo, creatore e sostentatore
del mondo, colui che versa l'acqua della vita sulla Terra assetata
e bisognosa?
Nella versione del 1620, il pastore che si trova pi vicino alla lastra
tombale sembra verghi lui stesso l'iscrizione con la mano. Sullo
sfondo si erge una collina molto scura: sta forse a ricordare il mistero
sempre immanente della morte? La sagoma della tomba sembra si
incurvi come il fianco di un violino o come una vela gonfia, di quelle
tipiche dei grandi galeoni del tempo di Poussin. Considerata la sua
scrupolosa attenzione nei confronti dei dettagli, perch non immaginare
che l'artista, attribuendo questa sagoma alla tomba, non l'abbia
fatto avendo in testa la nave, l'imbarcazione della morte. Se questa
ipotesi - per quanto, lo ammettiamo, blanda - fosse vera, come non
ricordare all'istante quella di Fatin, dove si afferma che vista dall'alto,
la pianta del villaggio di Rennes-le-Chteau ricorderebbe proprio
una nave funebre con a bordo il corpo di un gigantesco guerriero defunto?
Da dietro la tomba si innalza il grosso tronco di un albero che raggiunge
la sua sommit quasi nel centro del dipinto. A fianco  accompagnato
da un tronco meno robusto e largo, che si alza parallelo,
ma pi vicino allo sfondo. La sommit della tomba  arricchita con
cespugli rampicanti. Il pastore che sta accanto alla pastorella tiene in
mano un vincastro dipinto secondo la stessa inclinazione di quello
che compare nella versione del quadro che ci  nota; mentre il
pastore che segue col dito l'iscrizione, nella mano sinistra tiene una specie
di gancio.
L'originale di questa diversa versione fa parte della Collezione del
Devonshire ed oggi  conservata a Chatsworth House. Esistono differenze
e similarit fra le due versioni del dipinto. In ambedue le tele
 il pastore con la barba pi fluente quello che tiene in mano il gancio
e tocca l'iscrizione. In ambedue vi sono tre pastori ed una pastorella.
Nella versione conservata a Chatsworth sono tutti a piedi nudi;
in quella del Louvre calzano dei sandali e la pastorella ha un aspetto
pi classico ed algido e quindi meno attraente. Ma le differenze pi
significative stanno nella forma e nelle posizioni delle due tombe.
Sarebbe interessante riuscire a sapere fino a che punto la tomba del
quadro di Chatsworth ricordasse quella lungo la strada di Arques prima
dei lavori di ripristino del 1903.
Stando a quanto racconta, con ricchezza di dettagli, Pierre Jamac
nel suo prezioso libro Archives du Trsor de Rennes-le-Chteau, nel
1916 sul posto sarebbe arrivato un soldato americano, certo Louis
Bertram Lawrence. Finita la prima guerra mondiale, l'uomo si era
fermato in Francia ed aveva avuto, quasi certamente, l'opportunit di
conoscere l'abate Saunire negli ultimi anni della sua vita. Poi lo
avevano raggiunto la madre rimasta vedova e la nonna (di origine
spagnola).
Per vivere Lawrence aveva aperto una piccola impresa elettrochimica
a Ille-sur-Tet nella regione dei Pirenei orientali e aveva scelto
come logo il simbolo dell'ape (cosa abbastanza curiosa, se si pensa
al re Childerico che proprio in quella parte della Francia aveva fatto
delle api il suo stemma nobiliare araldico).
Un altro possibile legame fra il signor Lawrence ed il mistero di
Rennes-le-Chteau potrebbe rintracciarsi nella sua passione per la
musica e nel suo vero talento come cantante. Il 15 marzo del 1919
egli aveva fatto parte del comitato organizzatore del concerto che si
era tenuto a bordo della nave a vapore Rotterdam ed aveva cantato
come solista. Perch non immaginare che in questo contesto, nel
mondo della musica, abbia potuto entrare in contatto e conoscere la
celebre cantante lirica Emma Calv, amica di Saunire? Che conoscesse
o meno il misterioso parroco o la Calv,  comunque certo
che Lawrence vivesse in zona e fosse intimamente legato al sepolcro
nei pressi di Arques, quello ripreso nella seconda versione del quadro
di Poussin, Ipastori d'Arcadia.
Lawrence aveva un amico e socio, certo signor Jean Galibert, che
mandava avanti un mulino a Pontils. Nel 1903 il nonno di Galibert si
era accordato con un marmista di Rennes-le-Chteau, di nome
Bourriel, per alcuni lavori da farsi alla tomba. Poi, qualche
anno dopo, la
famiglia Galibert aveva lasciato la localit Pontils per trasferirsi a
Limoux e la tomba con il piccolo appezzamento di terreno annesso
era divenuta propriet di Lawrence. Il 25 luglio del 1954, il signor
Lawrence moriva, a un solo anno di distanza dalla scomparsa di Marie
Dnamaud, la perpetua e confidente dell'abate Saunire. Esistevano
prove evidenti che la tomba lungo la strada di Arques fosse di
gran lunga pi antica del 1903, anno dei lavori di ripristino effettuati
da Bourriel. Si racconta, per esempio, che quando Fouquet, ministro
delle Finanze, aveva perso la fiducia nel re Luigi XIV ed era stato sostituito
dal Colbert, questi si era recato nella citt di Rennes e da qui
aveva incominciato a investigare con scavi nei dintorni, prendendo
in considerazione anche il sito della tomba di Arques.
Se ancora prima della presunta spedizione di Colbert alla caccia di
qualche favoloso tesoro, ad Arques esisteva un antico sepolcro, diventa
per lo meno logico pensare che sia stato questo il modello al
quale si sarebbe ispirato Poussin per la tomba che compare in ambedue
le diverse versioni del suo celebre dipinto (quella conservata a
Chatsworth House e quella del Louvre). Al contrario, se un'antica
tomba non esisteva prima dei lavori eseguiti da Bourriel nel 1903, il
discorso cambia e possiamo soltanto ritenere che il monumento, diciamo
moderno, potesse essere una copia di quello dipinto da Poussin
nelle sue tele (la realt che imita la fantasia pittorica, per intenderci,
e non il contrario).
Di due cose per siamo assolutamente certi o, per lo meno, relativamente
certi, in un mondo in cui la certezza assoluta pare non esistere,
come ci hanno insegnato le sensazionali teorie di Heinsenberg,
Einstein e Schrdinger! Quando abbiamo visitato il sito nei primi
anni Settanta, era evidente che precedenti ricercatori avevano spezzato
un lembo della lastra tombale che era poi stato rimesso al suo
posto. Approfittando di questa opportunit, anche noi avevamo rimosso
il blocco marmoreo per consentire al nostro amico Peter Rice,
fotografo professionista, di scattare alcune istantanee per riprendere
l'interno. La parte interrata risultava ben pi grande di quella esterna
superiore. Sul fondo, a circa 4 m, si potevano scorgere due catafalchi,
in evidente stato di rovina, collocati uno accanto all'altro. Queste
immagini sono poi state pubblicate nel nostro primo libro sul mistero
di Rennes-le-Chteau del 1981 e in quello, gi citato, di Pierre
Jamac, Archives du Trsor de Rennes-le-Chteau, del 1988.
Ovviamente, Poussin non  stato l'unico pittore ad essere affascinato
dal tema racchiuso nel motto Et in Arcadia Ego. Un'altra tela interessante
- oggi conservata alla Galleria Nazionale di Roma - la dobbiamo,
per esempio, al pittore italiano Giovanni Francesco Barbieri
(meglio noto come il Guercino). Nella sua tela si vedono due pastori
intenti ad osservare un teschio che presenta un foro sopra l'orbita
dell'occhio sinistro. Guercino visse fra il 1591 ed il 1666, essendo
dunque un contemporaneo di Poussin. Il critico d'arte Robert
Gavelle, scrivendo nel 1953 sulla rivista Bollettino di Studi sul XVII secolo,
accosta proprio quest'opera del Guercino ad un'incisione tedesca
del tardo XVI secolo in cui compare l'enigmatica scritta. Nell'incisione
si vede il re della Nuova Sion che viene detronizzato dopo
aver avviato una nuova era, l'Et dell'Oro, possibile, quanto occulto,
riferimento al Priorato di Sion, con il re nelle vesti camuffate di
Grande Maestro dell'Ordine. Dove, oltre tutto, il concetto di Et dell'Oro
richiama anche la geometria segreta di un'arte pittorica fondata
sul magico rapporto della Sezione Aurea.
Se la figura di Poussin  gi abbastanza intrigante da sola, non si
deve dimenticare che il codice di Rennes-le-Chteau cita anche un
altro artista, Teniers, personaggio pi difficile da decifrare. Due erano
gli artisti fiamminghi, padre e figlio, che portavano il nome di
David Teniers, ambedue contemporanei di Poussin, nativi di Anversa.
Il padre era specializzato nel dipingere temi religiosi e soggetti
domestici. Il figlio, pi ambizioso, godeva di un mercato decisamente
importante e nelle sue tele preferiva i soggetti carichi di colore, di
particolari e di luce, di scene all'aperto. Il padre visse dal 1582 al
1649; il figlio dal 1610 al 1690. Quando Teniers il Vecchio mor,
Poussin aveva 55 anni e quando lui mor, Teniers il Giovane ne aveva
56 e dunque, tutti e due gli artisti fiamminghi erano vivi ed attivissimi
quando il collega francese dipingeva le due versioni de
I pastori d'Arcadia.
Nel 1632 Teniers il Giovane venne eletto Maestro della gilda degli
artisti. Cinque anni dopo spos Anne Brueghel, pupilla di Paul Rubens
nonch figlia di Jan Brueghel il Vecchio, matrimonio che contribu
e non poco ad accrescere il gi considerevole prestigio di cui
Teniers godeva. Nel 1651 eccolo pittore di corte a Bruxelles e curatore
d'arte dell'arciduca Leopoldo Guglielmo. Da qui pass al servizio
di un altro membro della famiglia degli Asburgo. Alla morte della
moglie Anna, Teniers si rispos con la figlia del segretario del
Concilio di Brabante e, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la sua
ambizione crebbe ulteriormente. Da questo momento Teniers incominci
a produrre con un'intensit impressionante, sfornando tele
come oggi accade in un'officina di montaggio di automobili. La sua
bottega era zeppa di aiutanti e studenti, chiamati a rifinire i suoi lavori.
Naturalmente, la qualit del prodotto non poteva che scemare,
tuttavia la richiesta di tele che portassero la sua firma non dava cenno
di subire flessioni.
Come abbiamo anticipato nel capitolo precedente, sulle misteriose
pergamene che Saunire avrebbe trovato nell'incavo di una colonna
visigota che sosteneva l'antico altare della sua chiesa, si legge che
Poussin e Teniers hanno la chiave, ma a quale Teniers si fa riferimento?
Il segreto poteva essere passato dal padre al figlio? Se David
Teniers il Giovane aveva ottimi rapporti con gli Asburgo, il padre potrebbe
essere collegato con qualche altra parola in codice: sant'Antonio
nessuna tentazione. Come abbiamo ricordato, Teniers il Vecchio
prediligeva tematiche religiose e la figura di sant'Antonio era
uno dei suoi soggetti preferiti. Come tutti i santi uomini, forti e robusti,
ma casti, anche Antonio era frequentemente visitato dalla tentazione
del diavolo, che gli si presentava sotto le sembianze di giovani
donne avvenenti. Per dirla con la terminologia cara al tempo, egli era
assalito dai demoni in guisa di giovani donne di piacere. Certamente,
questo genere di soggetti deve aver offerto all'artista la possibilit
di dipingere nudit dal vivo (operazione che non crediamo disdegnasse!)
e pare che in una sola tela il suo santo preferito - Antonio
per l'appunto - sia stato ripreso senza il contorno della sua solita,
carnale tentazione. Ebbene, questa tela diversa dalle altre si raccontava
fosse finita a Shugborough Hall assieme con alcuni canovacci e
copie del Poussin, per quanto sempre tenuta segreta e mai esposta,
come abbiamo potuto noi stessi constatare visitando il sito.
Una cosa  indubbia: l'ambizione di Teniers il Giovane era forte.
Molto venne aiutato dalla sua frequentazione con la nobilt asburgica,
ma gran parte del suo successo venne anche determinato dalla
sua instancabile attivit, dalla sua ansia continua di successo, quella
stessa molla caratteriale che aveva contraddistinto l'opera di
Saunire, tutta fatta di slanci incessanti. Due uomini che ottennero ci che
desideravano grazie ad un'energia inesauribile, alla costanza e all'applicazione
senza sosta; perch tutti e due possedevano coraggio e
dinamismo sufficiente per trasformare la loro forte ambizione in fatti,
in concretezza. Per questo, ambedue avrebbero potuto tranquillamente
essere membri del Priorato di Sion - ammesso che esista veramente
-, dal momento che queste loro caratteristiche sembrerebbero
essere tipiche di tutti coloro che si avvicinano a questo misterioso
Ordine.
Dalle linee e dai soggetti che compaiono sui canovacci e sulle tele
di Poussin e Teniers passiamo adesso a considerare gli allineamenti
singolari idealmente tracciabili sulla superficie del nostro pianeta,
volgendoci, in modo particolare, ad una linea speciale, il Meridiano
di Parigi. Nel 1666 Luigi XIV diede ordine di realizzare un moderno
osservatorio astronomico da costruirsi a Parigi, nella periferia di St,
Jacques. Il 21 giugno dello stesso anno veniva dunque stabilita la linea
del meridiano. A tracciarla era stato un consesso di esperti
topografi e astronomi, del calibro di Cassini, Picard, Huygens e Boemer.
Progettista dell'edificio l'architetto Claude Perrault, che era anche
dottore in medicina. Claude era maggiore di otto anni dell'altrettanto
illustre scrittore di favole Charles Perrault, che godeva della protezione
di Jean Baptiste Colbert, ministro di Francia, quello stesso che,
subentrando a Nicolas Fouquet (anch'egli amico di Charles Perrault)
ne aveva decretato la fine politica, quel Colbert, infine, che - come
abbiamo annotato - appena nominato ministro delle Finanze si era
affrettato a ordinare una serie di ricerche e scavi nella zona di Rennes,
a caccia di chiss quale tesoro nascosto.
Era stato sempre l'infaticabile Colbert ad acquisire i preziosi servigi
del brillante astronomo olandese Christiaan Huygens, coinvolto dal
re di Francia nella definizione del tracciato ideale del Meridiano di
Parigi. Questo genio matematico, astronomo e fisico (1629-95) aveva
intuizioni continue: la teoria ondulatoria della luce, il perfezionamento
del telescopio, nuovi sistemi per smerigliare e pulire le lenti;
il perfezionamento dei meccanismi degli orologi, in particolare i
pendoli; teorie innovatrici sulla forza centrifuga nel moto circolare,
idee che risultarono utilissime a Isaac Newton.
Che linea tracciarono questi saggi per il loro re! Essa toccava la torre
campanaria dell'antica chiesa di Dunkirk, dedicata ad un vescovo
merovingio, santo patrono dei fabbri; passava quindi nella zona del
Pas de Calais conosciuta come Arques, un nome identico a quello
del villaggio dell'Aude, sito della tomba di Poussin, e attraverso la
Somme, una regione ricca di gallerie e labirinti sotterranei. Da qui
tagliava verso sud per toccare la zona di Amiens, ricca di tombe preistoriche:
Amiens dove era stato incoronato Meroveo, dove Jules Verne
scrisse le sue storie pi belle e fantastiche e dove  sepolto, nella
chiesa di Santa Maria Maddalena. Poi il Meridiano puntava sull'importante
chiesa di St. Jacques, riferimento lungo la via dei pellegrinaggi
medievali. Nei pressi del Boulevard St. Sulpice si trova la
chiesa di San Rocco, il santo claudicante. Una sua statua trova posto
nella chiesetta di Saunire a Rennes-le-Chteau, la prima sulla destra
appena entrati. San Rocco  affiancato dalle stazioni numero dieci e
undici della Via Crucis e fronteggia la statua di Santa Germana, che
si trova al di l della navata.
La cattedrale di Amiens venne costruita da Robert de Luzarches, il
cui alquanto insolito nome viene collegato da alcuni ricercatori a Luz
(o l'antica Betel, il luogo del sogno di Giacobbe, quando vide la sacra
scala lungo la quale gli angeli salivano e scendevano dal Cielo alla
Terra e viceversa) e, per questo, al villaggio di Arques, nei pressi di
Rennes-le-Chteau, e anche con l'Arcadia. Da qui la linea del Meridiano
transita per Boves, localit a sud di Amiens dove troviamo un
singolare nesso con alcune parole scolpite nella Cappella degli Angeli in St. Sulpice a Parigi, quelle del Salmo 69,
versetto 15: Retire-moi de la boue, et que je n'enfonce
plus. Nella versione della Bibbia
di re Giacomo ci imbattiamo nella stessa frase, ma al versetto 14, con
questo significato: Tirami fuori dal pantano, e che io non affondi!.
La parola francese boue, tradotta in inglese con mire o mud, ossia
fango, pantano,  alquanto assimilabile a Boves, specie quando
si rammenti che l'alfabeto latino non faceva differenza fra le lettere u
e v. Bove, al pari dell'inglese aven sta ad indicare una crepatura della
terra, una galleria naturale o artificiale che sia. Un richiamo, volendo
- per quanto remoto - anche alla celebre fiaba di La Fontaine del rospo
che vive nel pantano e vorrebbe diventare un re.
Jean de la Fontaine nacque nel 1621 e mor nel 1695. Era un grande
amico e sostenitore di Fouquet; conobbe sia Colbert che Luigi XIV,
che non lo ammiravano, ma anche Perrault, che aveva confrontato in
modo favorevole le sue fiabe con quelle di Esopo. Silvestre de Sacy,
uno dei critici letterari pi attenti a proposito dell'opera di La Fontane,
sostiene che il successo delle sue storie fosse soprattutto legato a
tre parametri: il vigore e la freschezza narrativa, che affascinavano i
bambini; la loro perfezione letteraria e lo stile, che interessavano gli
studiosi di letteratura e la profondit delle allusioni sul piano sociale
e filosofico, che spingevano i lettori pi sofisticati a ritrovarvi il riflesso
della societ contemporanea in cui vivevano.
Lasciata Boves, il Meridiano si spingeva verso sud per raggiungere
Campremy, sito connesso a St. Remy e agli antichi sovrani di Francia
che quivi venivano incoronati. Ecco poi St. Denis, dove molti re
di Francia riposavano nella grande basilica, mentre i loro antenati
giacevano nell'antico cimitero di St. Germain des Prs, dove ora si
trova St. Sulpice. Era stato il re merovingio Dagoberto I a volere la
costruzione della basilica nel 630. Qui si diceva fosse conservato il
famoso labaro di Costantino, la sacra bandiera degli imperatori cristiani
sulla quale era scritto il motto In hoc signo vinces.
A questo punto il Meridiano toccava Parigi, dapprima passando per
la Grande Sinagoga ebraica, con il suo tradizionale candelabro a sette
bracci e poi per la Biblioteca Nazionale, forte dei suoi sette milioni
di volumi - la pi vasta collezione del mondo - e ricca degli impagabili
tesori lasciati dai sovrani merovingi Dagoberto, Childerico
e Clodoveo. La linea transitava quindi per il palazzo reale e nei pressi
della chiesa di San Rocco; poi vicino al Louvre - per la precisione
nel punto in cui oggi  stata elevata la moderna piramide in vetro,
che si dice sia stata eretta utilizzando 666 pannelli, un numero simbolicamente
nefando nell'ambito dell'escatologia. Giunti a St. Sulpice
siamo costretti a fermarci per ammirare i celebri affreschi
del Delacroix. Quanto a Sulpice - Sulpicio nella forma latinizzata del nome
-, era nato a Bourges il 17 gennaio del 647, giorno che il calendario
cristiano consacra alla sua festa. Anche se la gran parte delle
reliquie scomparvero nel corso della Rivoluzione Francese, la chiesa
di Villefranche de Conflent nei Pirenei orientali (guarda caso, anch'essa
allineata lungo il Meridiano di Parigi!) conservava reperti
preziosissimi, tra i quali, per l'appunto, il teschio di san Sulpicio.
Superata la capitale, la linea immaginaria proseguiva il suo tragitto
toccando un gruppo di altre affascinanti localit: Fleury-Merogis,
Vert-le-Petit, Saint-Benoit-sur-Loire, Cerdon, Bourges e Lussat. Facendo
centro a Lussat  possibile tracciare una circonferenza immaginaria
che, a sua volta, va a toccare centri quali: Reims, Varennes,
Toul e Sion a nordest; un'altra Sion a nord del Monte Bianco e ad est
di Lussat; Rennes-le-Chteau e Montsgur a sud; St. Nazaire, Sion
les Mines, Redon e Rennes a nordovest, per chiudersi a circa 345
gradi con la citt di Rouen a nord.
Ancora pi a sud, il Meridiano tagliava Conques, nell'antichit tappa
obbligata sulla strada per Santiago di Compostela. Conques, fondata
nell'VIII secolo, conserva le reliquie di san Fedele. Ma qui si
trova un altro singolare reperto storico, detto la A di Carlo Magno.
Si tratta di un simbolo con 14 punti lungo la sua circonferenza. Per
qualche studioso  da collegarsi al calendario gregoriano e alle forze
cosmo-telluriche del pianeta. Nel simbolo le lettere A e V intrecciate
fanno venire alla mente l'emblema massonico del compasso e della
squadra sovrapposti e il motto ermetico che gi abbiamo ricordato
pi volte come in alto, cos in basso.
Le teorie avanzate da David Wood nel suo libro Genlsis non sono
soltanto azzardate, sensazionali e controverse, ma stanno agli antipodi
di quelle che noi condividiamo, diametralmente opposte alle limpide
e chiare idee, ai fatti semplici ed inviolabili, che siamo convinti
stiano nel cuore della fede cristiana; tuttavia, come Henry Lincoln
sostiene nella sua introduzione al libro, la geometria geografica che
Wood afferma di aver distinto nei dintorni di Rennes-le-Chteau
sembrerebbe veramente straordinaria. Per cercare quindi di rendere
pi accettabili le conclusioni di Wood, Lincoln con franchezza, onest
e buon senso invita chi legge ad una facile riprova, verificando se
ci che il fantasioso autore sostiene  vero oppure no. Per farlo non
occorre molto: una piantina, un paio di compassi, una riga, una matita
e siete pronti per la verifica. Un avvertimento per: evitate di cadere
nella trappola in cui precipitano sovente gli esaltati che vogliono
provare un'idea a tutti i costi. Ricordo, per esempio, un celebre
piramidologo che aveva trascorso met della sua vita a studiare a tavolino
la Grande Piramide di Giza in lungo e in largo. Alla fine, per
provare l'esattezza delle sue teorie, si era finalmente deciso a recarsi
sul posto. Ebbene, un giorno venne sorpreso da uno dei custodi intento
a rimuovere un'antica pietra da dove si trovava perch posizionata
dov'era non si adattava alle sue idee!
La geometria proposta da Wood suggerisce l'esistenza di una immaginaria,
gigantesca struttura, qualcosa simile ad un tempio,
che si estende su oltre 100 kmq del territorio in cui sono compresi i
centri di Rennes-le-Chteau, Rennes-les-Bains, Cassaignes e
Coustaussa. Ma, come si  detto proprio all'inizio di questo capitolo, la
mente umana ha il dono divino di mettere ordine laddove regnano la
confusione e l'incertezza e la straordinaria capacit di trarre sempre
un significato anche da forme e figure che gli si presentano a caso e
in modo disordinato (una caratteristica umana, questa, che forse  fra
quelle che ci rende fatti ad immagine e somiglianza di Dio). Inutile
sottolineare come il Meridiano di Parigi voluto da Luigi XIV rientri
nelle considerazioni di Wood. Non  affatto da escludere che ricercatori
come David Wood - e fra questi mettiamo anche Henry Lincoln
- abbiano realmente rintracciato nei dintorni e nel paesaggio di Rennes-le-Chteau
allineamenti, disegni e strutture significativi e forse
anche molto antichi. Quello che, al contrario, appare piuttosto difficile
da digerire  tutto ci che Wood vi ha costruito sopra, a partire
da terribili incubi freudiani, per passare a grotteschi miti di sessualit
pagana, per arrivare ad oscuri archetipi junghiani che sarebbero il segno
distintivo di ogni possibile, rintracciabile allineamento presente
nel territorio della Linguadoca.
Ma lasciamo David Wood e torniamo al Meridiano di Parigi, perch
sono ancora parecchi i posti interessanti che va a toccare. Come,
per esempio, Mazamet, un tempo l'antico dominio del casato di
Hautpoul, fondato da Ataulfo, un re visigoto alleato di Alarico nel
sacco di Roma del 410, conosciuto come il re della montagna nera.
Fra i suoi discendenti troviamo le famiglie dei de Fleury e dei de
Voisin, signori indiscussi per tanti secoli della regione di
Rennes-le-Chteau.
Nel 1644 (al tempo di Luigi XIV, Poussin, Teniers, Fouquet, Colbert...)
Francois Pierre d'Hautpoul deposit il suo testamento ed altri
importanti documenti relativi alle origini della sua famiglia presso lo
studio di un notaio di Espraza. Da quel che ci  dato sapere, questi
documenti sarebbero spariti, per tornare alla luce nel 1780 nelle mani
di un altro notaio che si sarebbe rifiutato di rivelarne il contenuto.
Poi l'ultima discendente della famiglia, la risoluta Marie de Ngre, li
aveva recuperati e affidati alle mani sicure del suo confessore, l'abate
Antoine Bigou, all'epoca prete a Rennes-le-Chteau. Come  storicamente
noto, Marie mor nel suo castello il giorno (significativo)
17 gennaio 1781 (festa di san Sulpicio e di santa Rosalina). Come
detto in dettaglio in un precedente capitolo, fu proprio l'abate Bigou
a preoccuparsi di far incidere le misteriose iscrizioni sulla lastra
tombale di Marie, quello stesso sepolcro che Brenger Saunire aveva
rintracciato e si era affrettato a scalpellare perch non ne restasse
traccia.
Da Mazamet la linea del Meridiano prosegue verso Salsigne, ricca
delle sue antiche miniere d'oro, per poi toccare Arques, nei cui pressi
il Mont Saint Michel (tipico nome di un sito pagano poi cristianizzato)
si eleva a 666 m sul livello del mare e, guarda caso, dista 666
km da Parigi. Come sappiamo, Arques comprende il sito della celebre
tomba di Poussin-Lawrence. Da qui il Meridiano scivola verso
Rennes-les-Bains, dove l'abate Boudet scrisse, nello stile allusivo e
misterioso di Lewis Carroll, il libro dal titolo La Vraie Langue Celtique.
Detto per inciso, Boudet e Carroll erano contemporanei e sarebbe
interessante, mettendo a confronto le loro stravaganti opere, dedicare
un libro a questi due singolari autori. Chiss se si sono conosciuti
pur se soltanto a livello epistolare. Lo stesso Carroll era un uomo
di chiesa, un diacono, anche se non un prete ordinato a tutti gli
effetti come Bigou.
A Rennes-les-Bains si conserva una misteriosa pietra nera, che
qualche ricercatore ha messo a confronto con quella della Mecca, la
celebre Al Khema, da cui deriva la parola alchimia. Si parla anche
di possibili collegamenti fra la citt e la figura di san Rocco.
La successiva tappa del Meridiano  il centro di Bugarach, dove il
Pie de Bugarach potrebbe essere stato un tempo un antico vulcano,
leggendario punto d'incontro dei quattro venti cardinali. Alcuni testimoni
affermano di aver notato strane luci muoversi attorno alla
sommit del monte; mentre un'antichissima leggenda afferma che
questa strana montagna cammina, spostandosi ogni anno di qualche
centimetro in direzione nord . A Bugarach il Meridiano di Parigi
incrocia la latitudine di 42 gradi e 53 minuti nord, linea immaginaria
che, prolungata, ci conduce in Asia, dove, per una coincidenza che
ha dell'eccezionale, incontriamo Bagrach Kol nella regione del
Sinkiang, centro adagiato sulla sponda orientale del lago, nei pressi
delle citt di Yenki e Kurla. Etimologicamente il nome deriva dalla
parola ebraica che significa luogo triste, devastato e persino
maledetto. In effetti, la valle del Baca  la valle del pianto e Bakbuk d proprio l'impressione di un posto abbandonato e desolato.
Volendo, si potrebbe anche rintracciare un qualche legame fonetico
con Bulgari e Bogomil, la setta intimamente associata a quella eretica
dei catari.
Anche Villefranche-de-Conflent si trova allineato lungo la linea del
Meridiano di Parigi. Come gi ricordato,  il luogo dove, nella chiesa
dell'XI secolo, viene conservato il teschio di san Sulpicio. Lasciato
questo villaggio, puntando sempre verso sud, si incontra
Vernet-les-Bains, dove troviamo le Grotte delle Canalette e l'antico dominio
della famiglia Fuilla, che governava anche sul castello di Valhala.
Un nome che ci riporta immediatamente alla mitologia nordica e all'Olimpo
degli di vichinghi. Non lontano ci sono il villaggio di
Thorrent (Thor?) e quello di Sahorre, ubicato esattamente in corrispondenza
del Meridiano. Lo potremmo collegare con Saohrimir, il
cinghiale selvatico associato alle leggende nordiche delle Valchirie?
L'ultimo paese in territorio francese che il Meridiano di Parigi tocca,
prima di valicare la frontiera con la Spagna, si chiama Py (ir) e la
fantasia non pu che volare verso la Grecia e i suoi straordinari matematici,
coloro che scoprirono la relazione intercorrente fra la circonferenza
di un cerchio e il suo diametro!
Nel libro The Sign of th Dove, scritto dalla portentosa sensitiva
Elizabeth van Buren (1983), il Capitolo 12  completamente dedicato
alla considerazione del pentacolo e, in particolare, di quello di
Coumesourde, localit nei pressi di Rennes-le-Chteau. Nell'altro
lavoro, intitolato Refuge of th Apocalypse (1986), la van Buren dimostra
come sia riuscita a identificare sul territorio della regione di
Rennes-le-Chteau un intero gigantesco zodiaco, che si estende da
Antugnac e Luc-sur-Aude a nordovest fino a Sougraigne a sudest.
Ovviamente e su tutti, anche il villaggio di Rennes-le-Chteau
comprende allineamenti, sepolcri e riferimenti misteriosi. Grazie alla
cortesia di un abitante del posto, ci sono stati mostrati i resti dell'antica
chiesa di San Pietro, non lontana da quella di Saunire dedicata
a santa Maria Maddalena. Per chi va a caccia di allusioni enigmatiche,
questo  il sito ideale, straripante di ogni genere di mistero. Per
farci guidare in questo altro viaggio  bene affidarsi al libro di Stanley
James dal titolo The Treasure Maps of Rennes-le-Chteau
(1984), di gran lunga lo studio pi completo dedicato all'analisi attenta
della chiesa di Saunire e di ci che in essa  contenuto. In ogni
vetrata, in ogni affresco, in ogni statua e persino in ogni stazione della
Via Crucis appesa alle pareti che Saunire fece installare nella
sua chiesa dopo aver messo le mani sul misterioso tesoro, James
trova motivo per intrecciare riferimenti continui, una serie di associazioni
verbali pressoch infinita. Del tipo: A mi porta a B che ricorda
C che, a sua volta, rimanda a D, che punta ad E... e cos via, in
un carosello frenetico.
Cominciamo dall'ingresso. Sull'architrave della porta si legge
Terribilis est locus iste (Terribile  questo luogo). Si tratta semplicemente
di una dedica minacciosa, oppure Saunire intendeva celare
qualcos'altro dietro queste parole? All'apice del timpano che
sovrasta la porta d'ingresso  inciso il motto In hoc signo
vinces (In questo segno
[la croce] vincerai). Assolutamente vero, ovviamente, ma per
quale motivo Saunire l'avrebbe fatto scolpire? Intendeva forse invitare
i ricercatori a scoprire segni segreti e nascosti, simbolismi celati
all'interno della sua chiesa?
Immediatamente a sinistra, appena entrati, non si pu fare a meno
di notare un singolare insieme, che ricorda i totem degli Indiani d'America,
composto da: la statua di un demone (probabilmente Asmodeo,
il demone custode di tesori della tradizione mitologica); l'acquasantiera;
cinque lucertole o salamandre e - in alto, sulla destra -
quattro angeli. Ciascuno di loro  ripreso nell'atto di fare uno dei
quattro gesti che formano il segno della croce, a cui, eventualmente,
potrebbe essere riferita l'iscrizione Con questo segno lo vincerai,
sottintendendo che il pronome lo indichi il demone soggiogato
dall'azione trionfante degli angeli celesti.
Le stazioni della Via Crucis iniziano accanto al pulpito sulla parte
terminale est della navata per procedere in senso antiorario lungo la
parete nord, in modo che la stazione numero 14 viene a trovarsi sulla
parete sud opposta al pulpito, vicino alla statua di sant'Antonio da
Padova e alla vetrata colorata in cui sono raffigurati gli apostoli che
stanno partendo per la loro missione di salvezza. Questa disposizione
fa s che quando si entra nella chiesa e si gira a sinistra, superando
il totem degli angeli trionfanti, si incontrano rispettivamente le
stazioni numero 9 e 8.
Nel centro della parete occidentale si trova il confessionale, sovrastato
dal dipinto intitolato Terrain Fleury (Collina Fiorita). Si tratta
di un grande affresco in cui si vede nostro Signore in preghiera su
una collina tutta fiorita. Ma Fleury  un sito che a che fare con i
dintorni di Rennes-le-Chteau.
All'estremit sinistra dell'affresco si vede un uomo che tiene un bastone.
Il dito pollice lo divide: siamo nuovamente al cospetto della
Sezione Aurea? Si tratta di uno dei pastori del quadro di Poussin? In
effetti, egli ricorda da vicino il pastore che si trova all'estrema sinistra
nella tela conservata al Louvre, n sembra distante da quello pi
a sinistra fra le tre figure maschili della versione conservata a Chatsworth,
anche se in questa variante  la pastorella ad occupare nel
quadro la parte sinistra pi estrema. Nell'affresco voluto da Saunire
per la sua chiesa, questo personaggio ha il braccio sinistro rivolto
verso Cristo e questi, a sua volta, con la mano destra indica nella sua
direzione.
Sotto ai piedi di Ges vi sono anche molte rose (simbolismo rosacrociano?).
Quella che si trova pi in basso (dipinta con grande cura
con uno squisito colore rosato) quasi tocca la misteriosa sacca bucata
che si scorge ai piedi del colle. Per alcuni si tratterebbe di un sacchetto
di monete. La sagoma e i lacci per chiuderla, infatti, fanno
pensare subito a quei sacchetti in pelle tanto in uso presso i ricchi
mercanti medievali. Per intenderci, un sacchetto simile a quello che
Errol Flynn, nei panni dell'hollywoodiano Robin Hood, ama sottrarre
ai ricchi per farne poi dono ai diseredati; quello stesso sacchetto
colmo di monete che vediamo immancabilmente nelle mani o sui tavoli
degli esattori medievali nelle scene in cui i poveri contadini sono
costretti a pagare tasse ingiuste. Questo all'apparenza, perch potrebbe
anche trattarsi di qualcos'altro, dal momento che non sembrano
essere delle monete gli oggetti che il foro del sacchetto lascia intravedere.
Potrebbero, per esempio, essere delle pepite d'oro? Delle
pietre preziose ancora da tagliare? Oppure - perch no - frammenti,
reliquie di ossa di un santo? Oppure, ancora, quelle pietre
che Saunire in persona andava a raccogliere nei dintorni di
Rennes-le-Chteau
per la costruzione della piccola grotta dedicata a Maria nelle
lunghe, misteriose passeggiate che era solito compiere da solo? Non
c' dubbio che il sacchetto bucato deve avere un significato e crediamo
sia troppo semplicistico liquidarlo per quello che appare, ossia
un contenitore di monete e basta.
Muovendoci verso nord sempre lungo la parete occidentale della
chiesa si incontrano le stazioni 7 e 6 della Via Crucis; se qui ci voltiamo
ad angolo retto puntando verso la parete nord, arriviamo al cospetto
della statua di nostro Signore con Giovanni il Battista. Dall'inclinazione
del capo di Ges si pu immaginare che egli stia osservando
la composizione a scacchiera del pavimento della chiesa: si
tratta, forse, del simbolo della grandiosa scacchiera cosmica sulla
quale si combatte l'eterna battaglia fra Dio e il Male? La sinistra e
spaventevole figura del demone Asmodeo rappresenta l'avversario
di Cristo in questo formidabile conflitto, nel quale si gioca il futuro
della razza umana? Ma altri occhi, forti e chiari, sembrano osservare
il pavimento a scacchi: sono quelli del Battista. Il messaggero del
Messia. Lo stendardo che egli sostiene porta scritto semplicemente:
Ecce agnus dei (Ecco l'agnello di Dio). Chi va a caccia del tesoro
viene qui invitato ad osservare la statua del Cristo, oppure la frase
mostrata da Giovanni va intesa semplicemente per quello che vuole
significare?
Fra le stazioni numero 5 e 4 si trova la statua di santa Germana. Il
suo grembiule  colmo di fiori, molti dei quali sono rose (di nuovo i
rosacroce?); altrettanti sono ai suoi piedi e in mezzo a loro spiccano
due agnellini.
Procedendo in direzione est, tra le stazioni numero 3 e 2 si trova la
statua di sant'Antonio l'Eremita, il celebre santo egiziano vissuto
fra il 251 ed il 356. Dal 286 al 306 egli visse completamente solo
nella fortezza abbandonata di Pispir, dove, stando alla tradizione, sarebbe
stato continuamente messo alla prova dal diavolo, con quelle
tentazioni a sfondo sessuale tipiche degli eremiti e che Teniers il
Vecchio amava cos sovente raffigurare. Possiamo immaginare che
la presenza di sant'Antonio l'Eremita getti un ponte fra la chiesa di
Rennes-le-Chteau, cos come voluta da Saunire, e la figura di Ermete
Trismegisto e i sommi segreti dell'antico Egitto? Il giorno della
festa di sant'Antonio - e giorno della sua morte - , molto significativamente,
il 17 gennaio. Alcuni sono pronti a giurare che ogni anno,
esattamente in questo giorno, un raggio di Sole penetri attraverso
la vetrata dell'opposta parete e vada a illuminare direttamente la
statua del santo.
Subito oltre il pulpito troviamo la prima stazione della Via Crucis.
Lo stesso pulpito  riccamente decorato con le statue dei quattro
evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni, raffigurati con i loro
distintivi simboli sacri.
A Rennes-le-Chteau vive ancora un diretto discendente di uno dei
personaggi che assistettero personalmente alla vicenda di Saunire, il
campanaro che  all'origine della storia del misterioso incavo scoperto
per mero caso all'interno di un balaustro ligneo della chiesa. Un
giorno il balaustro era caduto e il campanaro, accorso per rimetterlo
in piedi, si era reso conto della presenza di un profondo incavo nella
struttura in legno della colonnina, all'interno del quale aveva rinvenuto
una piccola fiala contenente un foglietto di pergamena. Scrupolosamente,
senza pensarci su due volte, l'uomo aveva avvertito Saunire e
gli aveva consegnato l'oggetto. Manifestando pressoch nullo
interesse alla cosa, il curato aveva preso la fiala e la pergamena,
raccomandando, comunque, all'uomo di non fare parola con nessuno
a proposito di quel singolare ritrovamento. Come avremo modo di
vedere in un prossimo capitolo - stando ad una versione dell'intricata
storia di Saunire - sarebbe stata proprio la pergamena rintracciata
nella fiala a consentire al sacerdote di scoprire il mausoleo merovingio
con il tesoro nascosto nelle segrete della chiesa di Santa Maria
Maddalena.
Avvicinandoci all'estremit orientale della chiesa per penetrare nell'area
sacra che sta attorno all'altare si pu osservare il primo dei
grandi vetri cattedrali che ha per soggetto Maria e Marta di Betania.
La finestra centrale che sta dietro l'altare, mostra Maria Maddalena
che incontra Ges risorto la mattina di Pasqua; mentre la finestra che
sta a sud raffigura la resurrezione di Lazzaro.
Alcuni ricercatori hanno notato un singolare effetto ottico
che riguarda queste due vetrate. In inverno, a mezzogiorno, nei giorni in
cui i raggi solari passano attraverso il vetro si pu osservare un effetto
ottico molto particolare, subito battezzato delle mele blu. Mano
a mano che i raggi si spostano, le mele sembrano maturare, anche se
alcune continuano a restare blu.
Come avremo modo di esplorare con grande attenzione nel capitolo
che segue - completamente dedicato a codici e calcoli - si deve ricordare
che una delle tante allusioni cifrate, che compaiono nelle
pergamene in codice rinvenute da Saunire nella colonnina visigota
cava che sosteneva l'antico altare della sua chiesa, termina proprio
con le parole mele blu. Forse il riferimento va proprio applicato
all'effetto ottico e ai giochi di luce di cui abbiamo appena detto, ma
non  affatto da escludere che possa intendere anche qualcos'altro,
meritevole di essere attentamente esplorato.
A nord dell'altare c' la statua di san Giuseppe, il falegname di Nazareth,
marito della Vergine Maria. In braccio tiene il piccolo Ges.
All'altra estremit dell'altare, a sud, anche la statua della Madonna
tiene Ges in braccio.
Si tratta di due statue volutamente tenute separate per significare e
sottolineare, ai lati dell'altare, la devozione sia di Giuseppe che di
Maria nei confronti del santo bambino. Nient'altro di pi. Eppure,
secondo alcuni questa separazione darebbe corpo a certe - per noi ridicole
e assurde - leggende che tramandano l'esistenza di un fratello
gemello di Ges.
La vetrata che si affaccia sulla sacrestia raffigura nostro Signore
sulla croce. Muovendoci, ora, lungo il lato sud della chiesa si incontrano
le stazioni numero 14 e 13 della Via Crucis e la singolare statua
di santa Maria Maddalena. La donna tiene con la mano destra un bastone
che termina con una croce, mentre nella sinistra stringe il suo
simbolo per eccellenza, vale a dire il piccolo vaso contenente l'olio
di nardo profumato, il cosiddetto alabastron. La sua presenza riapre
l'annosa questione se Maria Maddalena, Maria di Betania e la donna
penitente che rompe il prezioso vaso di alabastro siano la stessa persona
- a cui alcuni aggiungono anche la peccatrice che stava per essere
lapidata e che Ges tempestivamente salv, invitando poi, in
modo provocatorio, la folla a continuare il linciaggio esclamando:
Chi di voi  senza peccato, scagli la prima pietra!.
Ma esiste forse anche un'altra possibilit che lega questa statua con
il manoscritto e il codice rintracciato sulla pietra tombale. Per quanto
sia da tutti accettato che il Poussin di cui si parla nel testo sia proprio
il pittore francese Nicolas Poussin, esiste un'altra interpretazione
della parola. Infatti, nel linguaggio popolaresco il vocabolo
poule, pousse o poussin stava a significare puttana,
prostituta. Se questa ipotesi  reale, il riferimento all'attivit di donna di malaffare di
Maria Maddalena prima della conversione pare pi che evidente. E
pertanto, quando nel messaggio cifrato leggiamo Poussin ha la
chiave... veniamo rimandati alla statua di Maria Maddalena (prostituta
prima di incontrare Ges) e a ci che ella stringe nelle mani?
Qualcosa che ha a che fare col vasetto di unguento prezioso, oppure
col bastone che finisce con una croce... del tutto simile a quello che
tiene in mano Giovanni il Battista... o a quello della Maddalena, ripresa
nel dipinto posto sotto l'altare... ritratto che si dice fosse stato
eseguito dalla mano stessa di Saunire? Oppure siamo al cospetto di
un'indicazione che invita ad anagrammare i nomi Poussin e Teniers
per ottenere qualcos'altro?
Fra le stazioni numero 11 e 10 della Via Crucis si trova la statua di
san Rocco che, secondo alcune leggende, fin dalla nascita avrebbe
portato sul petto il segno di una croce, eloquente ricordo dei segni di
nascita distintivi che la tradizione assegnava ai neonati della dinastia
dei principi merovingi.
Quasi in ogni stazione della Via Crucis della chiesa di Saunire 
presente qualche particolare curioso. Lo schiavetto che regge il bacile
d'acqua nel quale Ponzio Pilato si lava le mani  un ragazzo di colore?
E che cosa simboleggia la torre che si intravede sullo sfondo,
attraverso l'arco che sta dietro al soldato romano?
Perch nella stazione numero 3 si vede un soldato che suona la
tromba? Che significato preciso attribuire ai tre grandi dischi argentati
che si notano nella stazione numero 4? Torri e mura ritornano anche
nelle scene delle stazioni numero 7 e 8 e in quest'ultima un bimbo
che sta in braccio alla madre indossa un kilt, il tipico gonnellino
scozzese, anche se i colori non sembrano appartenere ad alcun clan
riconosciuto.
La singolarit che compare nella stazione numero 10 sta nelle facce
leggibili dei dadi, dove si possono distintamente leggere i numeri 3,
4 e 5. Ora, sappiamo che un triangolo i cui lati hanno lunghezze pari
a 3, 4 e 5  sempre rettangolo: un riferimento interessante alla luce
della geometria compositiva utilizzata da Poussin nel dipinto I pastori
d'Arcadia?
Nella stazione numero 12 la donna in lacrime inginocchiata alla base
della croce deve essere senz'altro intesa come la figura di Maria
Maddalena. D'altra parte, il suo viso ricorda molto da vicino quello
della Maddalena nella grotta, dove compare il teschio e il bastone
che termina con il simbolo della croce, quell'immagine che a detta di
alcuni sarebbe stata dipinta personalmente dallo stesso Saunire e
collocata nel pannello sotto l'altare.
Tutti questi sono soltanto alcuni fra gli allineamenti, i
segni, le possibili allusioni legati a Rennes-le-Chteau o ai siti vicini a questo misterioso
villaggio. Senza dubbio, alcuni sono veramente intriganti,
mentre altri hanno un valore superficiale ed altri ancora potrebbero
essere delle semplicissime coincidenze. Tuttavia, considerata la
complessit del caso, riteniamo che tutti siano comunque meritevoli
di essere investigati.
A questo punto  giunto il momento di volgere la nostra attenzione
ai codici e ai cifrari segreti che sono stati rinvenuti sulle lastre tombali
del cimitero di Rennes-le-Chteau e sulle pergamene che
Saunire avrebbe riportato alla luce.
 Note.
1. Per ulteriori informazioni sulla serie di Fibonacci e sulla Sezione Aurea rimandiamo al Capitolo 13
del libro Mathematical Circus di Martin Gardner, Pelican Books, 1979.
2. L'intervallo che separa queste congiunzioni vale all'incirca 583,9 giorni terrestri (ossia 8/5
dell'anno terrestre, 13/5 dell'anno venusiano). La rotazione assiale di Venere non avviene secondo
la direzione est-ovest (come per tutti gli altri pianeti) ed  estremamente lenta. Un ipotetico
osservatore posizionato su Venere (ammesso che gli sia possibile osservare attraverso i folti banchi
di nuvole) troverebbe il giorno solare venusiano lunghissimo, pari a qualcosa come 116,8
giorni terrestri. Il Sole sorgerebbe ad ovest e declinerebbe ad est. A seguito di questo, la cosa pi
singolare starebbe nel fatto che il nostro osservatore si renderebbe conto che la congiunzione di
cui si  detto si verificherebbe ogni cinque giorni venusiani. I fenomeni di interazione fra la rotazione
di un satellite e la sua orbita attorno al pianeta madre sono comuni e, in qualche modo, ricordano
il movimento di spin orbitale di accoppiamento degli elettroni di un atomo cui si richiamano
i fisici per spiegare i dettagli sottili dello spettro atomico. Il periodo di rotazione di Mercurio
vale 58,65 giorni terrestri, mentre quello orbitale attorno al Sole  di 87,97 giorni terrestri,
con il periodo di spin esattamente pari a 2/3 di quello orbitale. Vicino a noi, abbiamo l'esempio
della Luna il cui moto di rotazione sta in rapporto 1:1 con quello di rivoluzione orbitale attorno
alla Terra, con il ben noto effetto che il nostro satellite ci presenta sempre la stessa faccia. Viceversa,
il rapporto fra il moto di rotazione di Venere e l'orbita di accoppiamento della Terra di 5:1
di cui si  detto  qualcosa di diverso: si tratta, infatti, dell'unico esempio conosciuto di accoppiamento
fra lo spin rotazionale di un pianeta e l'orbita di un pianeta differente. [Questa nota  di
Paul Townsend, ed  basata su dati tratti da The Realm of the Terrestrial Planets di Zdnek Kopal
(Istituto di Fisica di Bristol e Londra, 1979), pp. 179, 180].


Capitolo 6.
Codici, messaggi segreti e crittogrammi.

Ars est celare artem.

La lapide di Marie de Ngre e i manoscritti
in codice di Rennes-le-Chteau.

Nell'antico cimitero di Rennes-le-Chteau si trova una lapide deturpata,
dalla forma rettangolare che culmina, in alto, con un timpano
triangolare.
Le storie locali raccontano che fu Saunire in persona a cancellare
via l'iscrizione che stava sulla tomba, perch era l, in quelle parole,
che si celava un importante messaggio in codice, la chiave o le chiavi
per scoprire il grande tesoro. Sfortunatamente per Saunire, per,
l'iscrizione era gi stata ricopiata qualche tempo prima da un antiquario.
Qui di seguito, riga per riga, se ne riporta il testo con tutte le
sue imperfezioni:
CT GIT NOBLe M (a)
ARIE DE NEGRe (b)
DARLES DAME (c)
DHAUPOUL De (d)
BLANCHEFORT (e)
AGEE DE SOIX (f)
ANTE SEpTANS (g)
DECEDEE LE (h)
XVII JANVIER (i)
MDCOLXXXI (i)
REQUIESCAT IN 00
PACE (1)
(P.S.) PRAE-CUM (m)
L'iscrizione  composta da 128 lettere e queste, unitamente alle
anomalie di scrittura sparse nel testo, potrebbero costituire la chiave
per la decifrazione. Sono 8 le lettere strane o sistemate male lungo il
testo. La I di ci della linea (a)  stata scolpita come una T. La e
finale della parola NOBLe che compare nella stessa linea non  scritta
in maiuscolo, e la lettera M del nome MARIE  stata lasciata sola in
fondo alla riga invece di scendere nella riga successiva. Nella linea
(b) la e finale di NEGRe  scolpita in minuscolo e con uno stile grafico
diverso. La prima parola della terza linea dovrebbe essere
dables e non darles, con una B al posto della R. La e finale che
compare nella linea (d)  scolpita in minuscolo e con uno stile grafico
diverso. La p di SEpT nella linea (g)  troppo piccola oltre ad essere
scolpita in carattere minuscolo. La seconda C (il numero 100 per
i Romani) nella data della linea (j)  stata scolpita come una o. Le
lettere maiuscole anomale risultano quindi essere TMRedo, mentre
quelle pi piccole, minuscole, sono e e e p. Queste 8 lettere possono
comporsi dando origine a MORT pe, vale a dire morte spada.
Volendo, le si possono arrangiare anche in altro modo, per dare origine
alla parola emprunt che significa falso, oppure presunto,
imprestato.
Si tratta di un'iscrizione fasulla? La lapide si  prestata per fare
da tramite e trasmettere un messaggio in codice? Per definire la parola
emprunt dobbiamo coricare una delle tante e minuscole e
trasformarla in una n, cosa che sembra legittimo fare visto che le
e, che sono scolpite oltre che in minuscolo anche con un diverso
segno grafico, se coricate assomigliano realmente a delle n. Inoltre,
la lettera maiuscola o della data deve intendersi come u; d'altra
parte, se ci rifacciamo a quello che avrebbe dovuto rappresentare,
ossia una C romana, e - come fatto per le e minuscole coricate, trasformate
in n - corichiamo anch'essa, la sua trasformazione in u
non suona poi cos impossibile. Il pericolo, in questo caso,  di lasciarsi
invischiare dalle trappole, come successo a quel piramidologo
gi ricordato nel precedente capitolo. Abbiamo prove evidenti
che sia il curato Bigou che Saunire possedevano un irriverente senso
dell'umorismo. A questa stregua, allora, si potrebbe anche immaginare
le lettere disposte a comporre la parola emporte, a significare
essa  stata cancellata! Chiss, magari Bigou ce l'aveva con
Marie de Ngre.
A ogni buon conto, pare proprio che MORT pe sia la lettura pi
autentica. Si tratta, dunque, di 8 lettere, 4 per ciascun tipo (maiuscolo e minuscolo). Su di una scacchiera ogni linea  composta da 8
quadrati e proprio una scacchiera - meglio, due -  lo strumento di
cui ci dovremo servire per proseguire nella decifrazione. Per adesso
proviamo ad avvicinarci al pi lungo dei due codici manoscritti che
si racconta Saunire abbia rinvenuto nella cavit di una colonnina
in stile visigoto che sorreggeva l'antico altare della sua chiesa a
Rennes-le-Chteau. In questo capitolo ne affrontiamo l'analisi in
modo dettagliato. Per adesso basti sapere che in questo manoscritto
emergono 140 lettere extra, non necessarie. Sono state spese molte
energie per venire a capo di questo enigma cifrato ed ancora adesso
non mancano le controversie a proposito della corretta soluzione da
offrire.
La maggior parte di coloro che si sono accostati al mistero di Rennes-le-Chteau
ritengono che il processo di decodifica contenga comunque
l'applicazione della chiave MORT pe, cui far seguire la
mossa del cavallo su due scacchiere. Uno step finale al quale il lettore
interessato pu anche arrivare per proprio conto  costituito dall'anagramma
delle 128 lettere che comparivano sulla lastra tombale
abbinate alle 128 lettere che compongono il messaggio in chiaro.
Un punto fondamentale deve essere tenuto bene a mente in questa
discussione: il messaggio codificato nell'iscrizione della tomba  in
francese e per la decodifica  necessario fare ricorso all'alfabeto
francese. Questo  composto da 25 lettere, dal momento che non contempla,
diversamente da quello inglese, la lettera w.
La procedura di decodifica si avvia dunque dall'attribuzione di un
valore numerico a ciascuna lettera dell'alfabeto francese, partendo
dalla A, che vale 1, per arrivare alla z che vale 25:
A 1 F 6 K 11 P 16 u 21
B 2 G 7 L 12 Q 17 V 22
C 3 H 8 M 13 R 18 X 23
D 4 I 9 N 14 s 19 Y 24
E 5 J 10 O 15 T 20 z 25
Supponiamo, per esempio, che la parola chiave sia sauniere e che
il messaggio in codice sia: aqiefmlnazvpeiln.
Si trascriva la parola chiave tante volte quante necessarie a coprire
tutte le lettere che compongono la frase in codice, cos:
Codice: aqiefmlnazvpeiln...
Parola chiave: SAUNI E RESAUN I ERE...
Per dare inizio alla decriptazione, si trovi il valore numerico delle
prime due lettere con cui iniziano rispettivamente la frase in codice
(A = 1) e la parola chiave (s = 19). La loro somma (20) determina il
valore di T che risulta pertanto la prima lettera della frase decodificata.
Passando alla seconda lettera del codice (Q) vediamo che vale 17,
che sommato alla seconda della parola chiave (A) che vale 1, d 18,
ossia la lettera R, che sar la seconda lettera della frase decodificata.
Nella terza posizione troviamo rispettivamente i valori numerici di
9 (lettera i) e 21 (lettera U) la cui somma d 30. Poich questo numero
va oltre il numero delle lettere dell'alfabeto (25), si deve
proseguire ricominciando da A che assumer il valore di 26 fino a chiudere
in E che varr, per l'appunto, 30, e quindi la lettera E sar la terza
della nostra farse decodificata. (Volendo, per ricavare lo stesso risultato,
basta sottrarre a 30 il valore di 25, ottenendo 5, corrispondente
alla lettera E).
Procedendo sempre con questo metodo si arriva a definire il messaggio
in chiaro, che, in questo caso, suona: Trsor est  Rennes...
Codice: AQIEFMLNAZVPEILN...
Parola chiave: SAUNI E RESAUN IERE...
Testo in chiaro: TRESOR ESTARENNES...
Come detto, il pi lungo dei due codici manoscritti contiene 140
lettere superflue. Le 12 centrali sono state abrase via e dunque chi 
chiamato alla decriptazione  costretto a non tenerne conto. Queste
sottrazioni riducono le lettere del messaggio a 128: lo stesso numero
che si ritrovava nell'iscrizione sulla lapide di Marie de Ngre, scolpita
su indicazione dell'abate Bigou attorno al 1781. Alcuni affrontano
il problema utilizzando queste lettere in unione con quelle dell'iscrizione
tombale; altri preferiscono concentrarsi invece su una sola
delle due iscrizioni. In tutti e due i casi  comunque considerato decisivo
disporre le lettere su due scacchiere che devono essere percorse
con la mossa del cavallo.
Le 128 lettere in questione si susseguono secondo questo ordine:
VCPSJQROVYMYYDLTPEFRBOXTODJLBKNJFQUEP
AJ YNPPBFEIELRGHIIRYBTTC VTGDLUCC VMTEJHP
NPGS VQJHGMLFTS VJLZQMTOX ANPEMUPHKORPK
HVJCMCATLVQXGGNDT
La complicazione qui sta nel fatto che le parole chiave da usare sono
due. La prima  MORT pe, che andr ripetuta per ben 16 volte in
corrispondenza delle 128 lettere del messaggio criptato. La seconda
parola chiave  composta invece dalle 128 lettere dell'iscrizione
tombale di Marie de Ngre, comprese le lettere P.S. e prae cum.
Per complicare ulteriormente la faccenda, questa seconda chiave va
usata al contrario, scrivendola cio da destra verso sinistra. Per fare
questo senza sbagliare conviene partire dall'angolo destro dell'ultima
riga, procedendo cos a scrivere da destra verso sinistra e salendo
dal basso verso l'alto. Si otterr la disposizione che segue:
Codice: V CP S J QROVYMYYDLT... TLV QXGGNDT
Parola chiave 7: M O R T E P EEMORTEPEE... EEMORTEPEE
Parola chiave 2:MUCEAR PS PECAPNIT... ELBONT IGTC
Fase 7: XNLSPANNAS I T T I AT...ED L VEVULDC
Per arrivare al messaggio in chiaro, ogni lettera del codice deve
avere corrispondenza nella rispettiva lettera delle parole chiave e
quindi si devono sommare i loro valori numerici.
Cos, per esempio, dalla composizione delle prime lettere avremo:
v (22) + M (13) + M (13) = 48 (x, secondo giro d'alfabeto); per la seconda
lettera ricaveremo C (3) + O (15) + U (21) = 39 (N). Si noti come
si arrivi anche ad un terzo giro d'alfabeto quando si approda alla
considerazione della sesta postazione che vale Q(17) + p(16) + R
(18) = 51.
Procedendo sempre secondo questo meccanismo, arriviamo a determinare
la sequenza che segue:
XNLSPANN ASITTIATEXRRPBTEUC AEENIRXTGEEN
DELORSIAAOELEFSDQRPEDCUPGXAIEMUIDOCEJ
DNMEGMCOCEEPDSHRXAIADH ATMOAESEBICELE
RNEE AIEEDLVEVULDC
Questo testo  il perfetto anagramma delle 128 lettere che componevano
l'iscrizione tombale, tuttavia non risulta leggibile in quanto
le lettere non sono disposte nell'ordine giusto.  a questo punto che
va introdotta la mossa del cavallo.
Negli scacchi, il cavallo pu muoversi di una casella lateralmente e
di una in diagonale. In alternativa, per essere pi chiari, questo corrisponde
ad uno spostamento laterale di due caselle seguito da uno
spostamento di una casella ad angolo retto rispetto alle prime due.
Nel corso del gioco, al cavallo che si muove  consentito di andare
oltre e superare le pedine che incontra lungo la sua strada e di approdare
nella casella che intende raggiungere a condizione, ovviamente,
che sia libera, oppure occupata da un pezzo che si accinge per a eliminare.
Diversi sono i modi per affrontare il problema del passo del cavallo,
un interessante problema scacchistico in cui il giocatore  chiamato
a toccare tutte e 64 le caselle della scacchiera utilizzando soltanto
la mossa a L del cavallo.
Ogni casella della scacchiera  contrassegnata da una doppia annotazione;
in pratica, da coordinate determinate dall'incontro delle lettere
dell'alfabeto da a ad h e dai numeri da 1 a 8. Quando si gioca,
tutti e due i giocatori debbono avere in basso sulla loro destra una
casella di colore bianco. Una striscia di caselle che va da giocatore a
giocatore si chiama fila (e sono quelle contrassegnate dalle lettere
che vanno da a ad h).
Il gioco deve iniziare sempre da quel giocatore che possiede i pezzi
bianchi. Le strisce di caselle che corrono ortogonali alle file sono
invece le linee della scacchiera numerate da 1 a. 8, partendo dalla
prima del giocatore bianco (1) per arrivare alla prima del giocatore
nero (8).
La soluzione che viene qui proposta parte dalla mosse in g1 di un
ipotetico giocatore che utilizza il cavallo bianco. Le mosse restanti
che seguono la prima sono:
 2-e2; 3-c1; 4-a2; 5-b4; 6-d3; 7-c5; 8-a6
9-b8; 10-d7; 11-f8; 12-h7; 13-g5; 14-e6; 15-g7; 16-h5
17-f6; 18-e8; 19-c7; 20-a8; 21-b6; 22-d5; 23-c3; 24-a4
25-b2; 26-d1; 27-f2; 28-h1; 29-g3; 30-e4; 31-d6; 32-b5
33-a7; 34-c8; 35-e7; 36-g8; 37-h6; 38-f5; 39-e3; 40-g4
41-h2; 42-f1; 43-d2; 44-b1; 45-a3; 46-c4; 47-e5; 48-g6
49-h8; 50-f7; 51-d8; 52-b7; 53-a5; 54-c6; 55-d4; 56-b3
57-a1; 58-c2; 59-e1; 60-f3; 61-h4; 62-g2; 63-f4; 64-h3
Nella griglia sottostante la casella da dove si deve iniziare  la numero
1 e le sue coordinate sono g1. La casella raggiunta grazie a
questa prima mossa  la numero 2 e ha coordinate e2 e cos via fino
alla casella numero 64 che ha coordinate h3. Si osservi come, una
volta giunti in fondo alla casella numero 64, da qui, sempre con la
mossa del cavallo, si possa arrivare nuovamente alla casella numero
1. Questo giro completo che si richiude su se stesso  detto circolare
o rientrante.
8 20 9 34 51 18 11 36 49
7 33 52 19 10 35 50 15 12
6 8 21 54 31 14 17 48 37
5 53 32 7 22 47 38 13 16
4 24 5 46 55 30 63 40 61
3 45 56 23 6 39 60 29 64
2 4 25 58 43 2 27 62 41
1 57 44 3 26 59 42 1 28
 a b c d e f g h
Quello che abbiamo appena visto  uno dei tanti giri completi della
scacchiera compiuti con la mossa del cavallo. Per questo problema
esistono milioni di altre diverse soluzioni, alcune delle quali possono
anche dare origine a speciali quadrati magici.
Per procedere nella decriptazione del messaggio dobbiamo adesso
riportare le lettere che compongono il testo criptato sulle due scacchiere,
riempiendo dapprima quella di sinistra e dopo quella di destra.
A I E M U I D O
C E J D N M E G
M C O C E E P D
s H R X A I A D
H A T M O A E S
E B I C E L E R
N E E A L E E D
L V E V U L D C
X N L S P A N N
A s I T T I A T
E X R R P B T E
U c A E E N I R
X T G E E N D E
L O R s I A A O
E L E F s D Q R
P E D C U P G X
ab cdefgh abcdefgh
Su due scacchiere disponiamo ora altre due soluzioni al problema
della mossa del cavallo, diverse da quella precedente che gi abbiamo
visto, speculari fra loro. Ora, mettiamole in chiaro. Per farlo basta
sostituire ai numeri le lettere delle due scacchiere precedenti.
8 60 15 46 29 62 17 44 31 8 25 50 11 56 Z3 52 39 54
7 47 28 61 16 45 30 63 18 7 12 57 24 51 38 55 22 41
6 16 59 6 3 8 1 32 43 6 49 26 37 10 35 40 53 20
5 27 48 9 36 5 34 19 64 5 58 13 4 7 2 21 42 33
4 58 13 4 7 2 21 42 33 4 27 48 9 36 5 34 19 64
3 49 26 37 10 35 40 53 20 3 16 59 6 3 8 1 32 43
2 12 57 24 51 38 55 22 41 2 47 28 61 16 45 30 63 18
1 25 50 11 56 23 52 39 54 1 60 15 46 29 62 17 44 31
 a b c d e f e h  a b c d e f g h
Si inizia con la scacchiera di sinistra dalla casella contrassegnata col
numero 1 e distinta da f6 come coordinate, postazione alla quale sulla
prima scacchiera alfabetica di sinistra corrisponde la lettera B, che diventa
in tal modo la prima lettera del messaggio in chiaro. Passando
alla casella contrassegnata col numero 2 e distinta da e4 come coordinate
troviamo che la corrispondente lettera alfabetica vale E, che sar
la seconda lettera del messaggio in chiaro. E si procede cos per tutte
le 64 caselle della prima scacchiera, quella di sinistra; quando questa 
esaurita si passa - adottando sempre lo stesso sistema - a quella di destra,
portando cos l'opera a compimento. Il messaggio finale  questo:
BERGERE PAS DE TENTATION QUE POUSSIN TENIERS
GARDENT LA CLEF PAX DCLXXXI PAR LA CROIX ET CE CHEVAL
DE DIEU J'ACHE VE CE DAEMON DE GARDIEN A MIDI POMMES BLEUES
La cui traduzione letterale suona cos:
PASTORELLA, NESSUNA TENTAZIONE, CHE POUSSIN E TENIERS
HANNO LA CHIAVE. PACE 681. SULLA CROCE E QUESTO CAVALLO
DI DIO IO COMPLETO [DISTRUGGO] QUESTO DEMONE DEL
GUARDIANO A MEZZOGIORNO. MELE BLU.
Bremna Agostini - che ha una vasta ed approfondita conoscenza
degli antichi idiomi - suggerisce altre alternative possibili. Al posto
di PASTORELLA, NESSUNA TENTAZIONE propone... IL CANE SENZA
forma o sostanza... e pensa al cane Cerbero posto a guardia del
guado dell'infernale fiume Stige. midi lo interpreta come la met del
giorno oppure come la regione del Midi francese, la parte meridionale
della Francia dove si trova, per l'appunto, Rennes-le-Chteau.
ACHEVE potrebbe significare distruggere o uccidere. BERGERE potrebbe
indicare un seggio, o forse un trono? Ancor pi suggestiva l'ipotesi
che in francese arcaico clef o cle significasse corona. CHEVAL
potrebbe indicare un sostegno, un supporto, nel senso di un cavalletto
destinato a sostenere degli abiti. In francese il verbo chevaler significa,
infatti, sorreggere con dei cavalletti, gardien invece vuol
dire guardiano, custode della porta, chi tutela, sentinella, ma indica
anche il Superiore di una casa religiosa francescana! Gardien(ne)
usato in forma aggettivata suggerisce l'idea di un guardiano con
compiti superiori, di tutela, oltre a quelli pi tradizionali di custode,
idea che fa pensare ad un nume tutelare di Rennes-le-Chteau, un
protettore ufficiale, come accade per tanti altri simili villaggi francesi.
Nel codice segreto potrebbe, dunque, esserci qualche riferimento
all'attivit di questo guardiano ufficiale? Quanto a pommes, i possibili
significati non possono fermarsi sul pi ovvio, che significa mele.
pommes bleues, in particolare, potrebbe indicare certi grappoli
di uva ripresi in un altro dipinto del Poussin, un quadro dove, sullo
sfondo, sembra comparire un paesaggio che ricorda molto da vicino
quello che circonda Rennes-le-Chteau.
La confusione per sembra diradarsi nel momento in cui la pastorella
del messaggio in codice si aggancia alla figura di Nicola Poussin,
il pittore.
Quando Eugenio d'Ors scrive su di lui, annota: Ci sono sempre
state e sempre ci saranno delle conoscenze segrete, delle verit aristocratiche
perch destinate alla conoscenza di pochi, che  privilegio
sapere. Questo spunto - ossia che Poussin fosse un personaggio
molto addentro alle cose segrete ed occulte - sarebbe ampiamente
confermato da una misteriosa lettera scritta a Nicolas Fouquet, il potente
ministro delle Finanze di re Luigi XIV. Suo fratello pi giovane
nel 1656 venne incaricato di una missione segreta e speciale
da svolgere nella citt di Roma. Da qui, egli aveva inviato un
messaggio a
Poussin che menziona nella lettera, datata 17 aprile, in cui scrivendo
al fratello maggiore afferma:
Ho girato all'illustre signor Poussin la lettera che siete stato cos gentile da
scrivergli ed egli, ricevendola, ha manifestato una grande gioia. Non potete
neppure immaginare, signore, l'ansia con cui egli si pone al vostro servizio, e
l'affetto che lo muove nei vostri confronti, per non parlare del talento e dell'integrit
morale che gli sono propri.
Poussin ed io abbiamo progettato alcune cose di cui vorrei parlarvi presto dettagliatamente,
che vi daranno, per il tramite di Poussin, vantaggi che i sovrani
farebbero molta fatica ad ottenere da lui e che, dopo di lui, nessuno nei secoli a
venire potr mai riprendere; in pi tutto sarebbe senza grande spesa, ma fornirebbe
un guadagno, e queste cose sono cos difficili da trovare che nulla su
questa terra potrebbe ora avere una fortuna migliore, e neppure eguale.
A che cosa esattamente si riferiva, nella lettera, il pi
giovane Fouquet? Quali singolari segreti Poussin gli aveva
rivelato, seppure era
giunto a tanto invece di limitarsi a semplici, ipotetiche promesse future?
Indubbiamente, il messaggio in codice delle pergamene  assai
ostico da decifrare, ma nel momento in cui  stato rivelato, che cosa
ha da dirci in merito a tutto questo? Poussin era dunque al corrente
di qualche profonda conoscenza celata nell'enigma delle frasi misteriose?
Un bel pasticcio, anche perch una delle sensazioni sconcertanti
che assale chi investiga il segreto di Rennes-le-Chteau sta nel
fatto che, a fronte dell'enorme complessit e difficolt del codice,
sembra che il messaggio non abbia alcun senso, sia completamente
privo di significato. E un po' come inoltrarsi in una gigantesca, labirintica
piramide piena di trappole, pietre che cadono e bloccano i
passaggi, insidie di lance e punte micidiali ed ogni altro genere di
pericolo, aspettando di trovare chiss quale tesoro ed invece scoprire
che, dopo tanta fatica e tanti rischi corsi, la sola cosa che conserva 
la mummia del gattino di Tutankhamen, avvolto nella lista della spesa
della madre!
Il ricercatore che si ritrova a leggere bergere pas de tentation...
non pu fare a meno di chiedersi: E allora?. Ma non siamo forse di
fronte ad una doppia (per non dire tripla) trappola, capace di nascondere
un ben diverso messaggio? Perch non immaginare di utilizzare
queste stesse lettere per ottenere, su un ulteriore piano di interpretazione,
una qualche decisiva informazione per rintracciare una chiave
del mistero? Chiss, magari qualche semplice e diretta allusione in
grado di spedirci, dritti dritti, al nascondiglio segreto di uno scrigno
colmo delle ricchezze dei Merovingi? L'elisir di lunga vita? La Pietra
Filosofale? La Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto?
Qualche incredibile manufatto ereditato dalla scomparsa Atlantide o da
una galassia lontana? O, perch no, lo stesso Santo Graal?
Il pi breve dei testi leggibili su una delle pergamene  la copia imprecisa
di un episodio che compare nel Vangelo di Luca 6: 1-4, Matteo
12: 1-4 e Marco 2: 23-26, quello in cui si racconta di Ges e degli apostoli
che, in un giorno di sabato, mentre stanno attraversando un campo
di grano appena mietuto, spigolano qualche chicco di grano e lo mangiano.
Gli ineffabili Farisei, ovviamente, li criticano con toni aspri, per
il fatto di lavorare (pensate che lavoro, raccogliere qualche chicco di
grano!) di sabato. Al che  lo stesso Ges a ribattere, ricordando come
anche il re Davide in un giorno di sabato si era cibato dei pani della
presentazione presi sull'altare del tempio e li aveva distribuiti anche a
coloro che stavano con lui. Aggiungendo, inoltre, che il Figlio dell'Uomo
(titolo che Ges amava attribuirsi sovente)  il Signore del sabato.
Leggendo le lettere scritte in posizione rialzata, si ottiene:
A DAGOBERT II ROI ET A SION
EST CE TRESOR ET IL EST LA MORT
Questo tesoro appartiene a Dagoberto II e a Sion ed egli qui giace
[oppure: qui  la morte].
In alto a sinistra, all'inizio del testo, sulla pergamena si nota un curioso
triangolo che fa venire subito in mente le gambe ripiegate dell'Appeso,
la carta dei Tarocchi. Volendo, a seconda del punto di vista
con cui si intende osservare, sono molte le allusioni a cui ci si
potrebbe rifare: i tre lati della figura possono essere la raffigurazione
della Trinit; il punto al centro pu voler dire uno in tre; fuori
dal triangolo c' un segno che potrebbe essere la lettera omega (ultima
dell'alfabeto greco), oppure il numero arabo 3, oppure ancora
la lettera M maiuscola di Maria. Lo stesso triangolo potrebbe essere
la stilizzazione della lettera alfa (la prima dell'alfabeto greco). Il
simbolismo religioso risultante potrebbe raffigurare Dio e la Trinit
(tre in uno e uno in tre), come l'alfa e l'omega, vale a dire il principio
e la fine.
Sempre il triangolo potrebbe servire come una delle chiavi di decifrazione
del curioso testo che compare a p. 135. Infatti, tracciando
un triangolo cos come indicato nella figura e mettendo in evidenza
le lettere contrassegnate al suo interno si otterrebbe questa sequenza:
157986243 10
adageiraco
che, opportunamente aggiustata, d come risultato:
arcadia ego
La linea pi in alto della parte del messaggio compresa nel triangolo inizia con et e termina con in. Aggiungendo queste altre due parti
alle lettere gi anagrammate otteniamo il motto che ormai ci  famigliare:
Et in Arcadia Ego
Lasciando il messaggio racchiuso nel triangolo e scivolando alle ultime
4 linee scopriamo che le rispettive ultime lettere, lette in verticale,
compongono la parola SION scritta in maiuscolo. Anche le lettere
maiuscole PS che chiudono il testo possono benissimo correlarsi al
Priorato di Sion. Quanto alla parola Redis, collocata nella parte destra
in basso del messaggio  certamente l'antico nome con cui era
conosciuto il villaggio di Rennes-le-Chteau.
Come si  visto,  possibile tradurre et il est la mort sia come ed
egli qui giace che come qui  la morte, se solo nel primo caso si
accenta la a di l, dandogli il senso di avverbio di luogo, oppure,
privata la a dell'accento, la si intende come vocale, di la, articolo
determinativo femminile. Se questa  la versione corretta, quale particolare
nefando e mortale pericolo aleggia dunque sul mistero di
Rennes-le-Chteau?
Sappiamo che i sibillini e tortuosi diari alchemici da sempre ci parlano
dei gravi pericoli connessi all'attivit dell'alchimista. Oggi, il
solo ed unico modo conosciuto dalla scienza per ottenere il processo
di trasmutazione degli elementi chimici consiste nel bombardamento
radioattivo.
In questo esperimento, le particelle cariche di altissima energia risulterebbero
letali per uno sprovveduto operatore che agisse senza
alcuna protezione personale.
 evidente che occorre davvero una fantasia sfrenata per pensare
che un qualche antico alchimista abbia potuto avvalersi, anche per
mera casualit, di una fonte energetica naturale radioattiva, che
l'abbia potuta dominare e quindi utilizzare per un processo di trasmutazione
e che, alla fine, sia anche riuscito a trasmettere questo
grandioso segreto ai catari (esperti guaritori che avrebbero potuto
assistere il vecchio alchimista in fin di vita). Fatto questo arduo
passo, non diventa difficile pensare che, prima della caduta di
Montsgur, dalle mani dei catari il segreto sia passato a qualche
scuola esoterica di loro affiliati e da qui, sempre rimanendo nella
regione dell'Aude o Razs (zone del Midi francese), sia arrivato
nelle mani dell'antica e nobile famiglia dei Blanchefort, proprietaria
del castello di Rennes-le-Chteau. I Blanchefort, a loro volta,
potrebbero averlo trasmesso ai Cavalieri Templari e questi al Priorato
di Sion.
Sebbene tutto questo ragionamento non sia certamente agevole, n
fili del tutto liscio, costituisce tuttavia un'ipotesi da non scartare a
priori e da tenere a mente in tutte le nostre ulteriori osservazioni e
riflessioni.
Anche il testo, assai pi lungo, del manoscritto della seconda pergamena
(p. 137)  la versione inesatta di un passo evangelico e, pi
precisamente, di Giovanni 12: 1-11. Qui si deve adottare il metodo
di decifrazione cui gi si  fatto cenno e che elimina le 140 lettere
che non sembrano adattarsi al brano, oltre alle 12 centrali non riconoscibili,
riducendo il blocco delle lettere a 128, da ricondurre al loro
valore numerico e alla chiave di volta della mossa del cavallo sulla
scacchiera per arrivare a una messa a punto in chiaro del messaggio
celato.
Ma, oltre a tutto questo, ci sono ancora altre 8 lettere pi piccole
che compaiono, a caso, nella seconda, terza, quarta, sedicesima, diciassettesima,
diciannovesima e ventesima riga del testo. Messe insieme,
queste lettere sparse danno Rex Mundi, re del mondo. I catari
credevano che la Terra fosse nelle mani di un'entit diabolica negativa
che chiamavano Rex Mundi. La specie di firma che sembra
chiudere il documento potrebbe rappresentare Adonis (Adone) ma
anche essere la parola Sion, scritta al contrario. Nella mitologia greca Adone era un bellissimo giovane amato dalla
dea Afrodite (la Venere dei Romani). Egli era il figlio di
Cinira, re di Cipro, e di Mirra.
Adone venne ferito mortalmente da un grosso cinghiale selvatico;
assai curiosamente, l'abate Boudet, nelle pagine del suo misterioso
libro sull'antica lingua celtica, menziona proprio un sanglier, un
cinghiale selvatico.
Narra la leggenda che nel punto esatto in cui il povero Adone cadde
mortalmente ferito la Terra fece sbocciare il fiore dell'anemone. Ma
il giovane venne riportato magicamente in vita da Proserpina, che
pure l'amava, e da quel momento fu destinato a trascorrere sei mesi
con lei nel sotterraneo mondo dei defunti e sei mesi alla luce, in superficie,
per la gioia di Afrodite. Siamo di fronte ad un mito simbolico
che ricorda il rinnovarsi delle stagioni nel corso dell'anno. Un mito
del tutto simile a quello di Proserpina o Persefone e dei sei chicchi
di melograno che la condannano a trascorrere sei mesi all'anno reclusa
nel regno dei morti a fianco del suo sposo divino Plutone
(Ade).
Il culto di Adone, nella sua forma di spirito della natura, era molto
diffuso in Siria e nel Medio Oriente, dove il giovane era anche conosciuto
col nome di Tammuz. Forse i Templari, venuti a conoscenza
di questa leggenda mentre operavano in Terra Santa, la combinarono
con l'idea catara del Rex Mundi? Come detto, la strana statua policroma
del demone che sorregge l'acquasantiera nella chiesa di Rennes-le-Chteau
potrebbe essere Asmodeo oppure Pan, il dio della
natura libera e selvaggia. Adone, dio delle stagioni, potrebbe identificarsi,
riunendoli in una sola figura, nel Rex Mundi e nella divinit
della Terra? Dopo essere stato ucciso dall'attacco del cinghiale,
Adone era stato resuscitato dal miracoloso intervento divino
di Persefone, la quale aveva poi preteso il suo amore,
tradendo Ade, suo
consorte ufficiale. Ma quando Adone risaliva dagli Inferi sulla superficie
della Terra, per i restanti sei mesi dell'anno diventava l'amante
di Afrodite, la dea della sessualit e dell'amore. Quindi il tema
di Adone racchiude in s almeno due evidenti riferimenti: sessualit
e rinascita, due temi che vengono proprio richiamati nel testo
della seconda pergamena ritrovata a Rennes-le-Chteau. Il gi citato
brano di Giovanni, infatti, ci presenta Ges ospite presso la casa di
Maria e Marta a Betania, sorelle di Lazzaro, l'uomo che Ges aveva
resuscitato.
Aperta una piccola giara di alabastro contenente un prezioso olio di
spigonardo, Maria aveva profumato ed unto i piedi di Ges e poi li
aveva asciugati con i suoi capelli. Davanti a quel gesto Giuda Iscariota
aveva protestato, dicendo che con la vendita di quell'unguento
si sarebbero potuti ricavare molti denari da consegnare ai poveri; ma
Ges lo aveva ripreso, dicendo che mentre i poveri non sarebbero
mai mancati, egli sarebbe rimasto con loro soltanto per poco e quindi
il gesto di Maria era da lodare anche perch anticipava ci che sarebbe
accaduto di l a breve, al momento della sua passione e morte
in croce.
Se si d retta ad alcune antiche tradizioni - da non ritenere conclusive
- Maria di Betania, Maria Maddalena e la peccatrice sarebbero
state la stessa persona, forse da identificare anche con la donna
accusata di adulterio, che lo stesso Ges aveva salvato dall'ira omicida
dei Farisei e dalla morte certa per lapidazione. (Racconto riportato
in Giovanni 8: 1-11 e a cui abbiamo gi fatto cenno parlando
della statua presente nella chiesa di Rennes-le-Chteau).
Possiamo immaginare che il maturo Brenger Saunire intrattenesse
una relazione sentimentale e di natura sessuale con la giovane
sua perpetua, Marie Dnamaud? Una cosa pare certa: la perpetua
conosceva il segreto della sua misteriosa ricchezza; oltre a questo,
per, condividevano anche qualche altra cosa, ancora pi intima?
La sua chiesa era dedicata a Maria Maddalena; la casa che Saunire
si fece costruire venne chiamata Villa Betania. Sulla colonnina cava
visigota che Saunire aveva rimosso dal vecchio altare per sistemarla
nel piccolo spiazzo davanti all'ingresso della chiesa, egli fece
sistemare la statua della Vergine Maria, accompagnata dall'iscrizione
Pnitence! Pnitence! Il grande affresco che occupa la parete occidentale
della chiesa si intitola Il monte delle Beatitudini, ma anche
Collina Fiorita, la terra ricca di fiori. Il terreno sul quale si trova
Ges  effettivamente tutto ricoperto di fiori colorati, fra questi, oltre
alle rose, molti sembrano essere degli anemoni. Il sangue di
Adone? Forse, con questo collegamento, Saunire voleva farci
comprendere di aver intuito una connessione fra Adone, il dio-fiore
morto e risorto, e la misteriosa fonte di ricchezza che era sepolta a
Rennes-le-Chteau?

I Tarocchi, ovvero come mettere insieme 2 e 2
per ottenere 22.

Se i codici segretamente celati in manoscritti e pietre scolpite sono
di per s oscuri e misteriosi, non certo meno comprensibili appaiono
i Tarocchi, altro mondo magico certamente collegato e collegabile
all'enigma di Rennes-le-Chteau.
I Tarocchi sono un mazzo di 78 carte. Quattro semi di 14 carte ciascuno,
esattamente come i normali mazzi da gioco con la sola aggiunta
del Cavaliere. Queste 56 carte sono anche dette Arcani Minori
o piccoli misteri.
Per completare il mazzo, a queste carte se ne aggiungono altre 22,
curiose e ricche di simbolismi e allusioni, che la tradizione ha battezzato
Arcani Maggiori o grandi misteri. Ventidue, un numero veramente
particolare.
A parte gli Arcani Maggiori, il 22 ritorna con grande insistenza. Il
Tempio di Salomone venne distrutto nel 598 a.C.: 5 + 9 + 8 = 22. Il
22 luglio si celebra la festa di santa Maria Maddalena. Il re Dagoberto
II venne assassinato nel 679: 6 + 7 + 9 = 22. Lo sfortunato Jacques
de Molay, che venne arso vivo sul rogo dall'inquisizione, era il 22
Gran Maestro dell'Ordine de Cavalieri Templari. La versione in lingua
francese del grido d'angoscia di Ges sulla croce: Elie, elie, lamah sabactani  composta da 22 lettere e costituisce l'incipit del
Salmo 22. Il 22 gennaio del 1917 moriva Brenger Saunire, il
parroco del mistero (2+ 2 + 1+ 9+1+7 = 22)...
Una semplice, per quanto curiosa, serie di coincidenze...?
Chiss. Ma ora torniamo ai Tarocchi. Il primo seme  quello dei
bastoni. Equivale al seme dei quadri nelle ordinarie carte da gioco.
Alcuni studiosi nel bastone vedono il simbolo della verga o bacchetta
magica, altri vi scorgono uno scettro. Il secondo seme  quello delle coppe o calici, corrispondente ai cuori. Il terzo seme  quello delle spade e corrisponde ai picche. Il quarto, infine, mostra un
simbolo circolare e viene variamente descritto come monete, cerchi
o pentacoli.
Le 22 carte degli Arcani Maggiori, invece, sono assai complesse e
per poterne parlare in modo sensato e compiuto occorrerebbero migliaia
di pagine di descrizioni e riferimenti, spiegazioni e osservazioni
in merito al loro profondo simbolismo. Credo che un paio di semplici
esempi siano pi che sufficienti a farci un'idea della complessit
del problema.
La carta numero 1 degli Arcani Maggiori  il cosiddetto Bateleur, il
Bagatto o il Mago. Si vede un uomo che sta di fronte ad un tavolo
sul quale sono disposti gli oggetti della sua arte. In certe versioni dei
Tarocchi lo si vede nelle vesti di un sacerdote che sta celebrando una
funzione presso un altare. Nella mano sinistra, sollevata, tiene una
verga magica, mentre l'altra mano sembra puntare verso terra, dove
il tavolo  appoggiato. Sulla testa calza un singolare cappello dalla
larga falda a forma di 8 coricato. La posizione del corpo, di braccia e
gambe, ricorda la figura della prima lettera dell'alfabeto ebraico,
l'aleph. Per molti occultisti  il simbolo della forza di volont, del
desiderio e dell'ambizione. La carta numero 10 si chiama la Ruota
della Fortuna.  una ruota dotata di vari raggi che gira appoggiata su
due elementi verticali che la sorreggono, in alcune versioni sostituiti
dall'albero della rosa mistica. A far girare la ruota pensa la figura
cieca del Fato, mentre gli uomini si affannano a scendere e salire. La
carta raffigura la sorte e la fortuna, sia nella loro forma positiva che
negativa.
Le origini di queste carte particolari sono misteriose e incerte. Secondo
alcuni risalirebbero addirittura alla civilt cinese del 6000
a.C. Altri le pensano originarie dell'Egitto o di Babilonia; mentre,
per arrivare in tempi decisamente pi recenti, se ne accredita l'invenzione
ad un certo Jacques Gringonneur, astrologo, che li avrebbe
inventati attorno al 1392 per il divertimento del suo re
Carlo VI, anche noto come Carlo il Folle (nato nel 1368,
regn dal 1380 al 1422), anche se  pi probabile che
Gringonneur non abbia fatto altro che aggiungere qualche
arricchimento ad un mazzo di carte precedente e ben pi antico.
Il collegamento pi plausibile che unisce il mistero dei Tarocchi a
quello di Rennes-le-Chteau sta nelle presunte visite che l'abate
Saunire avrebbe fatto ad alcuni esperti ermetisti per farsi aiutare
nella decifrazione dei codici delle pergamene e delle lapidi che aveva
scoperto.
Qualsiasi studioso di cose occulte non poteva non conoscere il
profondo e antico simbolismo dei Tarocchi e non  da escludere che,
una volta venuto al corrente del loro significato, Saunire abbia pensato
di introdurli simbolicamente anche nelle decorazioni che aveva
intenzione di disseminare un po' ovunque all'interno della chiesa del
villaggio che aveva intenzione di restaurare.
I Tarocchi, al pari del mistero di Rennes-le-Chteau, sono collegati
all'alchimia.
La carta degli Arcani Maggiori contraddistinta dal numero 21, la
carta pi alta, si intitola Il Mondo e mostra un uomo, un toro, un
leone e un'aquila. Si tratta, rispettivamente, dei simboli dei 4 elementi
della teoria alchemica: acqua, terra, fuoco e aria. In merito si
pu facilmente osservare come anche il gruppo o totem rappresentato
immediatamente a sinistra appena entrati nella chiesa di
Rennes-le-Chteau possa riferirsi simbolicamente ai quattro elementi: la figura
del demone, il Rex Mundi,  il sovrano della Terra; nell'acquasantiera
che il demone tiene sul capo  presente dell'acqua; proprio
appena sopra si contorcono delle salamandre, antico simbolo del
fuoco e sopra le salamandre ci sono degli angeli in volo che rappresentano
l'elemento aria.
Il segno della terra - il Rex Mundi -  di gran lunga il pi evidente e
corposo e potrebbe riferirsi proprio alla carta numero 21 dei Tarocchi,
Il Mondo. Pu darsi che questa statua sia presente nella chiesa
perch Saunire intendeva far comprendere a chi si fosse avvicinato
al suo mistero che anche i Tarocchi costituivano una possibile chiave
di lettura.
Diamo ora un'occhiata ai quattro semi di questo mazzo speciale di
carte: i denari, le spade, le coppe e i bastoni. I denari rappresentano il
tesoro; le spade, forse, richiamano l'Ordine dei Cavalieri Templari e
ben si sposano con una delle parole chiave, MORT pe (MORTE spada),
che si trae dal codice scolpito sulla lapide di Marie de Ngre; le
coppe, disegnate sotto la forma di calici, indicano il Santo Graal, l'elemento
religioso dei Templari e della setta eretica degli Albigesi o
catari, oppure potrebbero indicare la chiesa stessa di Rennes-le-Chteau;
infine, i bastoni potrebbero collegarsi con la tela dipinta dal
Poussin, il celebre quadro intitolato Ipastori d'Arcadia.
La decima stazione della Via Crucis che si osserva nella chiesa di
Rennes-le-Chteau mostra tre dadi disposti a L. La faccia del primo
dado rivela il numero 3; quella del dado a sinistra di chi osserva rivela
il numero 4, mentre la faccia del dado di destra rivela il numero 5.
 possibile manipolare i numeri rivelati dalle tre facce di dadi per ricavare
qualcosa di interessante?
Per prima cosa, sommiamo le tre cifre secondo la regola della numerologia:
3 + 4 + 5 = 12; a cui segue 1+2 = 3.
Negli Arcani Maggiori la carta che porta il numero 3  quella dell'imperatrice.
Rappresenta la fertilit e richiama le figure delle dee
Gea, Cerere, Demetra e della Grande Madre e in questo senso la
connessione con Rennes-le-Chteau  decisamente rilevante. In certe
versioni dei Tarocchi, dietro alla sua figura si intravedono alberi e
un fiume che scorre: ancora terra e acqua, due degli elementi base
della simbologia alchemica. (Anche appena al di sotto delle tre balze
che conducono sul colle dove sorgono le rovine del Castello di
Blanchefort scorre un fiumiciattolo).
Lo scettro che l'imperatrice stringe le permette di governare la Natura.
Sul capo porta una corona incastonata di gemme e in certe versioni
della carta la sua mano sinistra sembra indicare proprio la corona,
a ricordo dello stesso gesto compiuto dal pastore che indica la
scritta sulla tomba nel quadro di Poussin, oppure della mano che indica
il pavimento nella statua di san Giovanni il Battista della chiesa
di Rennes-le-Chteau.
I due dadi che indicano i numeri 3 e 4 sono accostati, come distinti
da quello che mostra il numero 5. Sommando 3 e 4 si ottiene il numero
mistico per eccellenza, il 7, che ci conduce alla paritetica carta
degli Arcani Maggiori, vale a dire il Carro. Questo carro ha certamente
una valenza alchemica: il baldacchino  sorretto da 4 colonne
e ciascuna di esse  la raffigurazione di uno dei 4 elementi della materia
alchemica.
La carta numero 4 corrisponde all'Imperatore. Tutti i commentatori
di Tarocchi concordano nel riconoscere in lui la figura
simbolo dell'autorit e del potere temporali. Potrebbe essere
il re Dagoberto II,
oppure qualche sovrano crociato collegato ai Templari, forse il Gran
Maestro dell'Ordine.
La carta numero 5  il Papa (oppure Giove, in alcune versioni). Sta
a dirci che  la Chiesa la custode del tesoro di Rennes-le-Chteau?
L'uomo regge uno scettro nella mano sinistra, mentre la destra ha le
due dita distese nel segno della benedizione. Accanto a lui compaiono
delle creature: le tradizionali pecorelle e capre del giorno del giudizio
universale. Le pecore potrebbero costituire un nesso con la
chiesa di Rennes-le-Chteau, con il bastone di uno dei pastori di
Poussin e con il pastore che indica col dito l'arcana scritta che si legge
sulla tomba.
La calta numero 12  l'impiccato. Alcuni studiosi vi riconoscono la
rappresentazione di Atti, un dio di origine sirio-ellenica, che raffigura
il Sole e le stagioni.
Quando il dio Atti  libero esplode il solstizio d'estate, la stagione
benevola; quando  prigioniero, ecco al polo opposto del calendario
il solstizio d'inverno. Le gambe dell'Impiccato compongono la sagoma
di un triangolo molto simile a quello disegnato nella parte alta
a sinistra della prima misteriosa pergamena.
Queste possibili allusioni invitano forse l'ipotetico cacciatore del
tesoro di Rennes-le-Chteau a seguire l'ombra, gettata al chiarore
dell'alba o a mezzod del giorno pi corto dell'anno da qualche
particolare pietra di confine, per derivarne magari una sagoma
triangolare rivelatrice? Oppure ad essere illuminante  il raggio di
luce che penetra nella misteriosa chiesa da una delle finestre secondo
una data angolazione a mezzod di un determinato giorno? Le
mele blu si determinano grazie alla combinata, misteriosa azione
delle vetrate colorate e della luce del Sole che le attraversa? Nel testo
in chiaro di uno dei manoscritti delle pergamene si legge che il
demone guardiano veniva distrutto a mezzod. Pu il Sole del
solstizio d'inverno rivelare qualcosa, una volta che vada a cadere
sulla statua del demone guardiano, il Rex Mundi, che sta dentro alla
chiesa?
Moltiplicando 3 per 4 ed aggiungendo il 5 si ottiene 17. La carta
numero 17 degli Arcani Maggiori  la Stella. Vi si vedono, in effetti,
7 stelle che stanno sopra ad una giovane donna che versa dell'acqua
in un fiume che scorre nella parte in basso a sinistra della carta. Queste
piccole 7 stelle sono le sorelle di Atlante, le giovani trasformate
nella costellazione delle Pleiadi, ben visibile la notte dietro alla costellazione
del Toro nell'arco dello zodiaco. Ma questi 7 corpi possono
anche riferirsi ai 7 corpi celesti tramandati dall'alchimia: Sole -
oro; Luna - argento; Marte - ferro; Mercurio - mercurio; Saturno -
piombo; Giove - stagno; Venere - rame. Per alcuni, la giovane donna
sarebbe Ebe. La bella coppiera degli di, colei che li riforniva di
nettare. Certe tradizioni scorgono nel fluido che esce dalle anfore
che la donna rovescia, il cosiddetto elisir di lunga vita, un'altra delle
tante mete che l'alchimia si proponeva. Con queste allusioni,
Saunire intendeva forse sottolineare che a Rennes-le-Chteau
era stato
scoperto un tesoro ben pi importante di una qualsiasi ricchezza materiale?
La raccolta delle statue e dei dipinti presenti nella chiesa
di Rennes-le-Chteau sottolineano come l'abate Saunire avesse un discreto
senso dell'umorismo, dal momento che in tutti gli spunti interessanti
che sembra essersi lasciato dietro esiste sempre un elemento di sfida
e di tensione.
La stella, per esempio  il simbolo della speranza, il primo requisito
che un cercatore di tesori deve possedere! Potrebbe essere questo il
messaggio che intendeva trasmettere tramite i numeri rivelati sulle
facce dei dadi?(1).
Per dirla in altre parole, il mistero di Rennes-le-Chteau sembra
uno di quei cappelli magici da cui spunta, proprio come il coniglio di
prammatica, un codice dopo l'altro per andarsi reciprocamente
a confondere in una spirale labirintica e confusa dalla quale emergere
in modo chiaro soltanto dopo una lunga fatica di decriptazione.

Il codice Atbash e Baphomet.

Verso la fine degli anni Sessanta, siamo stati al Village College di
Gamlingay, nel Cambridgeshire, dove io, Lionel Fanthorpe, svolgevo
funzioni di tutor. In questo periodo, uno dei relatori ospiti della
struttura era il dottor Hugh Schonfield, autore di Those Incredibile
Christians e di altri libri di successo.
Una volta terminato il suo intervento, io e Patricia lo abbiamo accompagnato
a Londra, dove, davanti ad una bella tazza di caff, abbiamo
potuto godere della sua amabile compagnia, per quanto non si
condividano le sue conclusioni teologiche! Fra le tante scoperte fatte
dal dottor Schonfield c' anche quella del cosiddetto codice Atbash,
che per essere ben inteso deve essere accompagnato da una breve
presentazione dell'alfabeto ebraico, guarda caso, composto da 22
lettere!
Il codice Atbash consiste nel dividere esattamente in due, su due
colonne, le 22 lettere dell'alfabeto ebraico facendo cos in modo che
la lettera Aleph corrisponda a Taw, che a Beth si contrapponga Shin
e cos via, come nello schema. Da qui la sequenza di lettere a -1 - b
- sh, Atbash:
 Aleph n Taw
a Beth to O Sin, Shin
> Gimel i Resh
i Daleth P Qoph
n He  Cadhe
 Waw  Pe
t Zayin s Ayin
n Heth 0 Samekh
& Teth 31 Nun
> Yodh D D Mem
 Kaph  Lamedh
Ora, la parola ebraica che significa saggezza  hokhmah, paritetica
del vocabolo greco sophia. Stando al codice Atbash del dottor
Schonfield, il nome Baphomet - lo strano idolo che i Templari erano accusati
di venerare - significherebbe per l'appunto saggezza. Esiste
uno stretto legame fra l'apparenza fisica di questo idolo e il significato
del suo nome. Una forte suggestione indica che potrebbe trattarsi
di una abbreviazione latina da leggere al contrario, un po' come abbiamo
detto per il ribaltamento dell'iscrizione sulla lapide di Marie
de Ngre, applicato per ottenere la chiave di lettura del codice segreto.
Il testo sarebbe: Templi omnium hominum pacis abhas (Il Padre
del Tempio della pace universale in mezzo agli uomini), che andrebbe
abbreviato in Tem ohp ab e quindi letta come in ebraico da destra
a sinistra per ottenere la parola Baphomet. Un'altra possibile derivazione
 baphe metios, ossia battesimo di saggezza.
 ormai accertato che la maggior parte delle accuse di eresia, blasfemia,
idolatria, immoralit e magia nera mosse contro i Cavalieri
Templari al fine di giustificare il loro annientamento, erano mere invenzioni
volute dal re di Francia, Filippo IV, nella campagna da lui
scatenata contro l'Ordine, malignit ovviamente rinfocolate dalle
confessioni estorte a molti cavalieri sotto tortura nel corso dei processi
di inquisizione. In realt, sembra senz'altro pi probabile che i
Templari venerassero Sophia, la saggezza divina, piuttosto che abbandonarsi
a pratiche di idolatria e magia nera.
Il reverendo dottor Benjamin Wisner Bacon, docente emerito di critica
neotestamentaria e di esegesi a Yale, ha scritto con grande autorit
e cognizione di causa sul tema teologico e filosofico della saggezza.
Suggerisce che nella Hokhmah, ovvero nella letteratura sapienziale,
la saggezza  vista come lo spirito divino che manifesta l'amore
redentore di Dio diffuso per la salvezza di coloro che si sono perduti.
Uno dei punti fondamentali del templarismo era proprio la ricerca e il
recupero di tutti quei compagni cavalieri che, nel tempo, avevano
smarrito la strada della vocazione e della luce. Secondo Bacon, la
saggezza  identificata nel Libro di Giobbe (Capitolo 28). Al tempo di
Filone Giudeo (30 a.C. - 40 d.C.) l'apostasia era molto diffusa, la saggezza
si identificava con il logos e i due concetti erano sinonimi sia
sotto il profilo cosmologico che escatologico. Il Libro di Enoch mostra
la sapienza, reietta e respinta dagli uomini, risalire al trono che le
compete nei cieli, pronta a ritornare nel corso della nuova era messianica
per benedire ed ispirare gli eletti.
Questa personificazione ed ipostatizzazione della sapienza venne
fortemente difesa dagli scribi del periodo Akiba, durante il lungo
braccio di ferro per il predominio fra Chiesa e Sinagoga, cristiani ed
ebrei, in Palestina (70-135 d.C.). In alcuni testi ebraici hokhmah, la
saggezza, veniva addirittura mutata in torah (la legge).
Dalla considerazione di tutte queste osservazioni, pare di intendere
che lungi dall'abbracciare antiche e curiose vestigia di paganesimo,
demonologia e magia nera, i Templari non abbiano fatto nulla di diverso
che comporre fra loro l'idea del logos divino (come descritta nel
Vangelo di Giovanni) e quella di Sophia, la sapienza divina; insomma,
qualcosa che non era certamente una bestemmia n poteva considerarsi
un'eresia; qualcosa che potremmo, al massimo, definire come un
eccesso, un'enfasi di reverenza, come pu accadere di riscontrare anche
oggi nell'atteggiamento di certi alti prelati che mostrano una venerazione
speciale per la Vergine Maria o per i Santi, oppure nel caso
di qualche prete minore che mostra uno zelo particolare per l'autorit
delle Scritture e verso una convinta predicazione evangelica.

Curiose filigrane.

Come avremo modo di vedere in dettaglio nel prossimo capitolo,
sir Francis Bacon e suo fratello sembrano essere due personaggi misteriosi
che potrebbero aver fatto parte di quel gruppo di eletti che
sapevano di pi a proposito del mistero di Rennes-le-Chteau. Esistono
anche prove evidenti che i due appartenessero alla ristretta cerchia
di iniziati all'uso di filigrane in codice.
Il periodo storico in cui vissero Poussin e Teniers fu particolarmente
propenso agli scambi fra l'isola britannica e il continente europeo.
Le idee e le innovazioni valicavano la Manica in un senso e
nell'altro, alcune apertamente, molte altre per vie segrete. Uno degli
inglesi pi illuminati e al tempo stesso pi enigmatici del tempo fu
senza dubbio sir Francis Bacon, il cui interesse per codici e cifrari
era ben noto. Quasi certamente, sia lui che il fratello Anthony erano
membri affiliati di una societ segreta con diramazioni nel continente,
un movimento collegato alla Rosacroce e al Priorato di Sion.
 possibile, per non dire del tutto probabile, che i due fratelli ricorressero
all'uso di filigrane dal significato occulto non solo come
simboli a s stanti ma anche come codici segreti per comunicare
con gli altri membri della societ segreta cui appartenevano, da loro
stessi creata, rivitalizzata o, al limite, adattata ai loro intendimenti.
In realt, l'uso delle filigrane si spinge ben pi indietro del tempo
elisabettiano. L'ellisse sormontata dalla croce che si vede in figura
A risale per lo meno all'inizio del XIV secolo. La sagoma ad ellisse
potrebbe rappresentare l'uovo, il mistero racchiuso e sigillato, l'emblema
dell'eternit, dell'immortalit e della resurrezione. Se questo
 il caso, si sposa con l'acrostico latino ova (uova) che compare
nel Monumento ai Pastori di Shugborough Hall di cui gi si  detto
e in merito al quale avremo ancora qualche commento da fare in
questo stesso capitolo. La croce starebbe a ricordare il simbolo dei
Templari, dove il cerchio raffigura il mondo. La figura B  altrettanto
antica e risale, grosso modo, alla met dello stesso secolo. Ricompare
l'immagine del cerchio e della croce, anche se quest'ultima
 stata ruotata in posizione inclinata. Si tratta del simbolo di
sant'Andrea oppure va inteso come una stella a sei punte? Forse  la
stella davidica, la stella di Sion? Le linee potrebbero indicare le direzioni
di una bussola, oppure fare capo a qualche alfabeto occulto.
La figura C  simile alle prime due, ma questa volta il simbolo che
sormonta il cerchio  la croce di Lorena a doppio braccio, simbolo
della Francia libera durante la seconda guerra mondiale. Questi primi
tre segni presi insieme fanno anche venire alla mente i quiz che
vengono proposti per la definizione del quoziente di intelligenza,
dove il soggetto  invitato a completare una data serie di simboli assimilabili,
ma diversi, o a distinguere se fra questi ve ne sia uno incompatibile,
per forma e aspetto, con gli altri. Ricordano anche, in
qualche misura, circuiti elettronici e diagrammi di computer.
Si potrebbe anche immaginare - come si sospetta si verifichi per gli strani
scritti rongo-rongo tipici dell'isola di Pasqua - che questi simboli
in filigrana svolgano la funzione di dispositivi mnemonici, del
tutto indecifrabili se chi cerca di venirne a capo non conosce o non
ha preventivamente memorizzato ci che sono deputati a richiamare
alla mente del lettore.
Il simbolo della figura D  del 1315. Le due ellissi si dice rappresentino
il corpo dello scarabeo, animale sacro nell'antico Egitto. Come
abbiamo gi precisato, la filosofia ermetica di Ermete Trismegisto
aveva radici egizie, era collegata al manicheismo ed al catarismo
e puntava dritta verso i Templari, il Priorato di Sion e il mistero di
Rennes-le-Chteau. In questa immagine torna anche il simbolo della
croce di sant'Andrea, sempre che non si vogliano intendere queste
figure come stelle a sei punte.
La figura F racchiude un notevole significato. A un primo sguardo
superficiale la si potrebbe liquidare come il simbolo della tripla
corona di Inghilterra, Scozia e Galles (anche se questa interpretazione
solleva alcuni problemi storici), sormontata dall'emblema
universale della cristianit. Ma esiste un'altra affascinante interpretazione
che vede invece in questo simbolo le montagne bibliche dal
significato mistico: il Monte Moriah, il Sinai e il Golgota (detto anche
Calvario).
Fu sul Monte Moriah che Abramo si trov sul punto di sacrificare
il figlio Isacco, salvato solo all'ultimo istante dalla mano dell'angelo che aveva impedito l'uccisione rituale. Il nome originale Moriah
vuol dire amarezza, sofferenza o dottrina del Signore
(Genesi 22: 2 e 14). Tolkien si avvicina di molto a questa
accezione quando nel
Capitolo 4 del Libro Secondo intitolato La compagnia dell'anello
attribuisce il nome di Moria al sistema di grotte e cunicoli sotterranei
dove il mago buono Gandalf precipita in un abisso, mentre sta
combattendo una lotta all'ultimo sangue contro un terribile balrog,
un gigantesco dragone. Per gli hobbit e i loro compagni  evidente
che la perdita, sebbene provvisoria, di Gandalf  qualcosa di molto
triste e amaro e dunque Moria diventa per loro un luogo di sacrificio
e sofferenza. Queste idee parallele non si fermano qui, ma continuano,
perch come scaturiscono grandi eventi dalla dimostrata volont
di Abramo di obbedire al volere del suo Signore, allo stesso
modo grandi accadimenti sono generati dal volontario sacrificio del
mago Gandalf. Le porte che danno accesso al regno di Moria sono
chiuse e sigillate da parole magiche. Gandalf, esperto in materia, afferma
che certe porte si spalancano soltanto in un certo tempo, altre
soltanto al cospetto di certe persone selezionate, altre nascondono
lucchetti e chiavi segrete che possono, alla fine, essere usati quando
tutte le altre possibilit di apertura sono andate esaurite. Pare remota
la possibilit che le porte di Moria si colleghino in qualche modo
con il mistero di Rennes-le-Chteau. Va da s che se Tolkien le ha
descritte con tanta attenzione, potrebbe esserci stato un motivo occulto.
Come se non bastasse, i disegni da lui stesso fatti delle porte
richiamano alla mente alcune filigrane che troviamo nei libri di Bacon.
La terra di Moria descritta da Tolkien un tempo era la sede di
un re e di un grande tesoro. Come  noto, Tolkien faceva parte di un
gruppo esoterico (The Inklings, ovvero Gli Indiziati) cui erano pure
affiliati C. S. Lewis e Charles Williams, personaggi che vengono
presentati nel prossimo capitolo.
Esistono ancora altre rimarchevoli somiglianze fra il disegno delle
porte di Moria eseguito da Tolkien e i simboli delle antiche filigrane.
La figura N, per esempio,  composta da un piccolo cerchio che sormonta
due cuori sostenuti da un giglio, appoggiato a sua volta sulla
lettera B. Le due colonne verticali possono raffigurare sia candele
che pilastri.
Anche la porta disegnata da Tolkien  affiancata da due colonne;
lungo tutta la loro altezza si abbarbica una pianta che le avvolge; fra
le due piante spicca la sagoma di una stella e le due colonne sono
collegate alla sommit da un arco. Al di sotto di questo primo arco
ne compare un altro ornato di sette stelle, mentre su quello superiore
la decorazione  data da una corona. Appena sotto la corona si vedono
un martello e un'incudine. Troviamo anche gli antichi simboli
dell'alfabeto runico: uno sta alla base (fra le due piante che avvolgono
le colonne) e altri in ciascun angolo superiore.
La figura O mostra un'incudine. Si tratta di un simbolo rintracciato
in un libro olandese, databile fra il 1416 ed il 1421. In un manoscritto
tedesco del XV secolo compare un segno simile, sebbene non del
tutto identico, questa volta sormontato da una croce di Malta e da
una lettera che potrebbe essere tanto la lettera latina H maiuscola oppure
la greca eta, dal suono di una e prolungata.
Filigrane di due colonne, due candele o due cardini o pilastri di
cancello compaiono anche nell'opera di Arthur Hilderson intitolata
Lectures on St. John del 1628. Come sappiamo, uno dei due testi latini
che Saunire trov sulle pergamene riportate alla luce riproponeva
un passo del Vangelo di Giovanni. Anche l'edizione del 1633 del
Jew of Malta di Marlowe contiene strane filigrane. Il disegno sembra
composto da due colonne unite alla sommit da un arco. Sopra l'arco
si vede un grappolo d'uva con gli acini simili a diamanti. La presenza
nel titolo della parola ebreo vuole forse richiamare ancora una
volta il nome di Sion? E Malta sta forse a ricordare le antiche vie
percorse dai pellegrini e dai crociati che si recavano in Terra Santa,
lungo le quali si allineavano le roccheforti dei Templari e degli Ospitalieri?
Nella edizione datata 1623 delle opere di Shakespeare, conservata
al British Museum, si possono notare segni in filigrana piuttosto curiosi.
Alcuni sono molto simili alla corona disegnata da Tolkien sul
portale di Moria, per quanto scendendo nei dettagli si notino le differenze.
Proseguendo nella scoperta delle possibili affinit fra il regno
di Moria e il Monte Moriah citato nell'Antico Testamento, il luogo
dove Abramo si era recato per sacrificare il figlio Isacco, resta da dire
che il monte era il sito dove il grande re Salomone aveva fatto erigere
il Tempio (2 Cronache 3: 1).
La seconda montagna mistica  il Sinai, scenario del patto siglato
fra Yahweh e Mos con la consegna delle tavole della legge al popolo israelita. Il terzo monte, il Golgota,  il colle sul
quale Ges venne crocifisso.
In figura G si vede una stella a cinque punte all'interno di un cerchio.
C' da notare un piccolo particolare: la punta pi in basso non
 chiusa. Potrebbe trattarsi di un pentagono magico o di una stella
giudaica che indica la strada per Sion, la Terra Promessa e i crociati.
La punta non chiusa in basso a sinistra pu essere significativa. Certo,
potrebbe trattarsi di un semplice errore di disegno, ma a questo
punto il disegno potrebbe essere quello di una foglia e non di una
stella. Questo piccolo particolare potrebbe anche essere stato determinato
da un grumo nella carta, attorno al quale qualcuno o qualcosa
ha compiuto evoluzioni, proprio come un saltimbanco alla fiera. In
alcune antiche formule, la stella a cinque punte simboleggia l'anima
del mondo; in altre  vista come un messaggero divino, una guida,
un insegnante, un angelo. Il cerchio che sovente la racchiude  il
simbolo del mondo o della Terra. Qualcosa che ha a che fare con il
concetto di Rex Mundi?
Come abbiamo fatto presente parlando dei Tarocchi, l'arcano maggiore
che porta il numero 17 (forse quello cui fanno riferimento occulto
i tre dadi che nell'affresco della chiesa di Rennes-le-Chteau si
trovano ai piedi della croce)  proprio la Stella. Su questa carta si notano
sette piccole stelle ed una pi grande molto simile, per non dire
identica, alla stella che Tolkien ha disegnato sulla porta del regno di
Moria. La giovane donna  Ebe, la dea della giovinezza, intenta a
travasare l'acqua della vita, l'elisir dell'eterna giovinezza. Questo
singolare insieme simbolico d quasi l'impressione di curvarsi ancora
una volta verso i misteri alchemici e, da questi, in direzione di
Rennes-le-Chteau.
Nella figura H si vedono i due piatti di una bilancia, con quello di
destra inclinato e decisamente squilibrato. Si tratta di un
segno in filigrana del 1590, ma anche visibile in reperti antecedenti (1400) conservati
al British Museum. I segni delle figure I, J, K hanno un richiamo
nautico; in tutti compare un'ncora. Particolarmente interessante
la figura J, dove si suggerisce la sagoma della mezzaluna saracena.
Lo scafo della nave (la parte basale dell'ncora) potrebbe anche essere
interpretato come la sagoma di una scimitarra araba. Che ne fu
della favolosa flotta dei Cavalieri Templari?  vero che la pianta del
piccolo villaggio di Rennes-le-Chteau ricorderebbe la barca egizia
dei morti? E - come vedremo in un prossimo capitolo - chi si spinse
fino a Oak Island, nella Nuova Scozia, e, soprattutto che cosa si
port appresso? Si tratta, indubbiamente, di un marchio curioso e
ambiguo. Nel segno della figura K si pu intuire la lettera greca chi,
quella iniziale del nome Cristo in greco. Pare interessante osservare
come la parte terminale dell'asta verticale e il braccio superiore a destra
non siano chiusi, al contrario di tutti gli altri elementi del disegno,
eccezion fatta per la base e la cima dell'ncora. Di queste filigrane
ne sono state trovate per lo meno una dozzina di versioni, soprattutto
in libri olandesi di racconti, databili attorno alla met del
XV secolo.
Sappiamo che Nicholas Bacon trascorse molto tempo in Olanda:
che cosa era andato a imparare? Quale misterioso segreto della terra
d'Olanda lasci egli in eredit ai suoi figli? Parte della fitta corrispondenza
di Anthony Bacon  conservata nei Manoscritti Tennison al
Lambeth Palace ed  qui che si rintraccia la figura del disegno
L. Si direbbe un serpente o un corno dalla testa di cane. Siamo
al cospetto di una cornucopia, colma, oppure al simbolo di qualcosa
che si snoda nei labirinti del sotterraneo sapere lottando per
qualche incombenza segreta? Anthony vuole forse sottolineare come
la sua mente, la sua testa siano come quelle di un cane da caccia
sulla pista della preda, anche se il suo corpo  contorto e limitato
dall'infermit?
Nella figura M, sullo sfondo di un cuore (che significa amore e fratellanza),
troviamo incise le lettere maiuscole R. C. Un'altra immagine
a sfondo rosacrociano? Alla base del cuore si distingue un'altra
lettera che potrebbe essere una S. Rovesciando per la figura e interpretando
la S lungo la linea attorno alla quale sembra avvolgersi, al
posto della S si pu leggere una P maiuscola. P ed S, al pari di R e C,
ci riportano sia alla Rosacroce che al Priorato di Sion.
Qualunque fosse il modo in cui questi simboli in filigrana venivano
usati o letti e qualunque sia stata la carriera intrapresa dai due
misteriosi fratelli Bacon in affiliazione a qualche societ segreta o
in collegamento con il tesoro di Rennes-le-Chteau,  indubbia la
venerazione che Ben Jonson rivela verso Francis Bacon nella sua
ode appositamente scritta per celebrare il suo sessantesimo compleanno:
Salute! Genio felice di questa antica casa!
Quale arcano segreto ti porta a sorridere davanti ad ogni cosa?
Il fuoco! Il vino! Gli uomini! E nel bel mezzo
Stai tu, come guardiano di qualche occulto mistero...
22 gennaio 1621.
L'interrogativo, naturalmente, resta: di che segreto si trattava?

Il Monumento ai Pastori di Shugborough.

Shugborugh Hall, nello Staffordshire, l'antica e nobile dimora della
famiglia Anson,  un altro posto al quale  necessario estendere i misteriosi
codici di Rennes-le-Chteau. Nel grande parco, infatti, ci si
imbatte in una curiosa struttura conosciuta come il Monumento ai
Pastori. Si tratta di un bassorilievo che riprende,
singolarmente riarrangiata, la scena del dipinto di Poussin intitolato I pastori d'Arcadia.
La tomba ricorda quella del quadro nella versione conservata a
Chatsworth, mentre i personaggi riecheggiano invece quelli ritratti
nella tela conservata al Museo del Louvre, anche se proposti in una
versione speculare, come riflessi in uno specchio, con la linea della
simmetria speculare che cade appena sotto i loro piedi. Una breve
considerazione: nel codice Atbash, nelle due scacchiere che servono
a decriptare i messaggi segreti grazie alla mossa del cavallo, nel
Monumento ai Pastori di Shugborough Hall unito alla versione dei
Pastori d'Arcadia conservata al Louvre, ovunque viene applicata
questa tecnica speciale di riflessione speculare.
Subito sotto i pastori scolpiti del monumento di Shugborough abbiamo
per una sfida in pi. Incisa nel marmo si pu leggere la seguente
sequenza di lettere:
OUOSVA-VV
D- M-
Una linea composta da 8 lettere e un'altra linea, subito sotto, formata
da 2 lettere soltanto. Tutte le lettere - fatta eccezione per la v
finale della prima riga - sono seguite da un punto. La posizione dei
punti  interessante, visto che non sono al piede della lettera, bens a
circa mezz'altezza.
Il rimaneggiamento di queste lettere fa venire subito alla mente la
chiave del codice della lapide di Rennes-le-Chteau: mort pe. Ma
ricorda anche le 8 caselle che compongono una riga della scacchiera,
composta da 8 x 8 righe e colonne. Tutti sostengono che il punto d
origine ad un acronimo: si tratterebbe pertanto di una serie di vocaboli
semplicemente abbreviati alla prima lettera, una specie di iscrizione
commemorativa, quasi certamente a rimembranza di qualche
evento significativo per la famiglia degli Anson. Un'ipotesi, questa,
decisamente condivisibile e logica. Tuttavia  evidente che se realmente
siamo al cospetto di parole puntate in lingua latina o inglese,
il numero delle possibilit di dedurre una qualche frase accettabile
diventa non elevato, ma infinito.
Se per, come qualche ricercatore ipotizza,  possibile gettare un
ponte fra il mistero di Rennes-le-Chteau e Shugborough, non  affatto
da escludere che le lettere puntate del Monumento ai Pastori
siano custodi di qualche importante rivelazione. Nelle osservazioni
che seguono viene proposta una delle tante, possibili interpretazioni
che utilizza tutte e 10 le lettere, coinvolgendo anche quel genere di
meccanismo basato sulla geometria misterica che sembra essere tanto
caro agli inventori dei codici di met Ottocento. La loro disposizione,
inoltre, raffigura anche la sagoma dell'antica lettera chiamata
thom (), ancora in uso nell'alfabeto inglese fino a qualche secolo
fa e tuttora presente in quello islandese:
D
O V O
M V
UVA
S
Il significato letterale delle parole che si sono in questo modo determinate
 il seguente: domus sta per casa; ovo, per mi rallegro;
OVA, per uova (simbolo della vita eterna), da cui l'antichissima
usanza di festeggiare e celebrare la resurrezione pasquale con il consumo
delle classiche uova; infine UVA, per uva. Supponiamo, per
mera ipotesi, che casa si riferisca alla magione di Shugborough o ad
uno dei tanti monumenti che si trovano sparsi qua e l nel grande parco
della villa, come per esempio la pagoda cinese. L'idea della gioia e
del rallegramento potrebbe suggerire la festa per il ritorno di un uomo
di mare, che rientra a casa sano e salvo, portando con s un prezioso
tesoro ritrovato, se non addirittura qualcosa di ancora pi inestimabile.
Continuando su questa falsariga, potremmo allora ipotizzare che la
moglie (oppure il fratello) di Anson, il valoroso ammiraglio, abbia
desiderato erigere un monumento a ricordo delle imprese compiute
dal marito, ma anche in ringraziamento dei tanti pericoli scampati,
delle procelle vinte, dei nemici sconfitti, dei tremendi climi tropicali
sopportati e il modello della tomba stile Poussin potrebbe essersi presentato
come un ideale punto di riferimento. Subito dopo il concetto
della gioia per il ricongiungimento, segue il simbolismo delle uova,
ad esso collegate nello schema di lettere. Poich l'uovo  una struttura
chiusa su se stessa, costituisce da sempre un simbolo del mistero,
delle cose nascoste, di ci che non pu essere visto apertamente. A
questa stregua, il rallegramento che collega la casa con questo singolare
simbolo naturale potrebbe scaturire dalla gioia di aver ritrovato
qualcosa di invisibile ma quanto mai concreto. Forse il grande e previdente
ammiraglio Anson aveva deciso di nascondere qualche somma
importante, ricavata dal suo bottino di oro spagnolo, da utilizzare
nei momenti di difficolt, facendo quindi erigere il Monumento ai Pastori
per trasmettere, in forma celata, questa importante conoscenza?
La domus che si cita per, potrebbe non essere la magione di
Shugborough, ma quella del Moor Park nell'Heretfordshire, tenuta oggi
trasformata in uno splendido campo da golf, ma un tempo altra dimora
degli Anson.
La parola pi significativa resta per l'ultima: uva. Nicolas
Poussin dipinse un quadro intitolato L'autunno o L'uva della Terra Promessa,
una tela che faceva parte di una serie di quattro destinate a
raffigurare le stagioni dell'anno, dipinte fra il 1660 ed il 1664. Il soggetto
mostra, al centro del quadro, due uomini che camminano portando
sulla spalla un lungo bastone da cui pende un gigantesco grappolo
d'uva, dove ciascun acino ha la dimensione di una mela (o, forse,
sarebbe meglio dire di un uovo?) e il colore dei grappoli  un intenso
blu scuro. (Ricordiamo che nel messaggio in codice della lapide
di Marie de Ngre a Rennes-le-Chteau emergono anche le parole
mele blu). Sullo sfondo, dietro al gigantesco grappolo d'uva si intravede
la cima di una montagna. Potrebbe essere il Cardou nei pressi
di Rennes-le-Chteau o addirittura la collinetta sul cui cocuzzolo
sorge lo stesso villaggio. Ai lati delle figure centrali del dipinto, si
scorgono altre fortezze e antiche costruzioni, mentre in basso si vede
un fiume che solca il territorio. Insomma, paesaggi che non si ha alcuna
difficolt a calare nel territorio tipico della regione dell'Aude,
nel Sud della Francia o, se si preferisce, lungo i contrafforti di nordest
dei Pirenei.
L'uva potrebbe rivestire anche un altro aspetto enigmatico. Henry
Pott nel suo libro intitolato Francis Bacon and his Secret Society sostiene
che i vari segni in filigrana raffiguranti grappoli d'uva che
comparivano nel libro Arcadia di sir Philip Sidney fanno parte di un
codice noto soltanto agli affiliati della setta dallo stesso nome. La
parola latina uva che troviamo nel Monumento ai Pastori di
Shugborough potrebbe dunque essere la conferma del legame che
univa Bacon, Sidney e William Anson ad una misteriosa societ segreta, sempre
ammettendone l'esistenza.
Il titolo alternativo che Poussin ha attribuito a questo suo dipinto -
L'uva della Terra Promessa - riporta obbligatoriamente ad un passo
molto interessante del Vecchio Testamento, in Numeri 13. In questo
episodio, Mos venne invitato da Dio stesso ad inviare delle spie
nella terra di Canaan, per riportare notizie ed informazioni preziose
sugli usi e costumi dei popoli indigeni che l'abitavano. Per farlo,
Mos scelse appositamente un principe da ognuna delle dodici trib
e quindi li mand. Giunti nella valle di Eschcol (un nome che significa
grappolo o mucchio) le spie avevano reciso e portato via un
gigantesco grappolo d'uva, cos grande che per trasportarlo occorreva
la forza di due uomini forti. Con questo eccezionale campionario,
essi avevano poi fatto rientro al campo israelita per riferire a Mos
quel che avevano veduto. Dopo il rapporto, il solo Caleb, principe di
Giuda, si era detto favorevole ad un attacco armato. Gli altri undici
principi preferivano essere cauti, considerato il gran numero degli
abitanti che occupavano quei territori e le molte popolazioni che vi
erano insediate, fra cui quella dei Nephilim, che erano dei giganti.
Durante il periodo delle crociate Eschcol divenne una roccaforte cristiana,
presidiata dagli eserciti crociati. Forse una parte del tesoro che
vi era conservato prese la strada di Rennes-le-Chteau. I giganteschi
grappoli d'uva di Eschcol potrebbero essere le misteriose mele blu
del messaggio in codice scolpito sulla lapide. Cos come potrebbero
costituire lo stesso segreto conservato dalle filigrane dai simbolici disegni
di grappoli d'uva nell'Arcadia di sir Philip Sidney, ma anche da
un altro curioso manoscritto pubblicato nel XVII secolo, intitolato
Twenty-Seven Songs of Sion. Quegli stessi segni allusivi che compaiono
nell'edizione del 1653 del libro di George Herbert intitolato A
Priest of th Temple. Indubbiamente, gli stessi titoli di queste opere
innescano fantasie di stretti legami: Arcadia, Sion, il Tempio.

Il libro (I libri) dell'abate Boudet.

Ancora un mistero prima di chiudere questo lungo capitolo dedicato
a cifrari e codici segreti: la tomba dell'abate Henri Boudet ad
Axat. Se Boudet ha qualcosa a che vedere con l'enigma di 
Rennes-le-Chteau  indubbio che lo abbia lasciato nelle pagine del suo libro
La Vraie Langue Celtique. Ci che potrebbe meglio
rappresentare questo libro lo troviamo inciso sulla lapide dell'autore, la cui copertina
reca l'iscrizione:
1X012
Ribaltando le lettere, oppure osservandole con uno specchio, si ottiene:
Potrebbe essere un rimando alla pagina 310 oppure 311 dell'edizione
originale del libro del 1886? Oppure questo libro di pietra simboleggia
la Bibbia o il Nuovo Testamento? Evidentemente, se si abbraccia
questa semplice ipotesi ecco che si scopre come la curiosa
iscrizione non risulti essere che la scritta dell'antica cristianit:
IXOY'I
ICHTHUS
vale a dire un pesce, da cui la derivazione dell'acrostico in lettere
greche della frase: Ges Cristo, figlio di Dio e Salvatore.
 Note.
1. Il nostro caro amico Paul Townsend ha suggerito una diversa versione per interpretare la sequenza
numerica offerta dai dadi: 3,4,5. Facendo notare che i dadi sono dei cubi, osserva che: 3!
+ 42 = 52 (la forma pi semplice del teorema di Pitagora), e cos: 33 + 43 + 53 = 65. A fronte dell'infinito
numero di soluzioni integrali del teorema pitagorico utilizzando dei quadrati, questo  il solo
caso di cubi consecutivi la cui sommatoria offre un altro cubo. Volendo interpretare il 63 come
6 x 6 x 6 si ottiene il celebre, nefando Numero della Bestia.


Capitolo 7.
Maghi, alchimisti e uomini del mistero.

Eo magis praefulgebat, quod non videbatur.
Tacito.

Per aggiungere mistero al mistero, enigma ad enigma, per rendere
ancora pi completa la disamina dei fatti che ruotano attorno a Rennes-le-Chteau,
riteniamo sia interessante presentare alcune delle
grandi personalit e delle istituzioni occulte del mondo del mistero
che hanno contribuito a rendere questa storia qualcosa di unico.

Francesco Bacone.

Per cercare di dare una seppur abbozzata risposta al mistero dei codici
e dei messaggi cifrati delle filigrane,  indispensabile diradare la fitta
nebbia che avvolge la figura controversa e quanto mai enigmatica
di sir Francis Bacon (italianizzato in Francesco Bacone). Nato il 22
gennaio del 1561 e morto il 9 aprile del 1626, Bacon  dunque contemporaneo
di Poussin e Teniers. Quando nacque Teniers il Vecchio
Bacon aveva 29 anni e quando il giovane Teniers era nella prima fanciullezza
Bacon moriva. Fra i suoi altri contemporanei non si possono
scordare le figure dell'altrettanto misterioso dottor John Dee (1527-
1608), celebre per le sue conoscenze matematiche, astrologiche e per
le pratiche nel campo della cristallomanzia e delle arti magiche pi in
generale. Uno dei libri scritti da Dee si intitolava Treatise on th Rosie
Cruciati [sic] e fra i tanti suoi interessi c'era senza dubbio anche l'alchimia.
Inutile puntualizzare che Dee non solo apparteneva al Priorato
di Sion, ma avrebbe potuto addirittura esserne il Gran Maestro.
Ufficialmente la carriera di Bacon  chiara e lineare. Il padre, sir
Nicholas Bacon, era lord intendente sotto il regno della regina Elisabetta.
Sir Nicholas - che era nato nel 1510 - si era fatto strada nella
societ elisabettiana grazie alla sua indubbia abilit, al punto che per
i suoi servigi alla corona aveva ricevuto in dono una dimora in quel
di Cambridge. Dopo aver vissuto per qualche tempo a Parigi, dove
aveva terminato gli studi universitari, si era dedicato allo studio della
legge a Grays Inn. La grande occasione gli si era presentata quando
l'arcivescovo Heath, lord cancelliere, si era rifiutato di eseguire
gli ordini di Elisabetta. Bacon si era cos ritrovato a sostituire Heath,
subentrando nei suoi compiti, senza per riuscire mai ad accedere alla
prestigiosa carica di lord cancelliere.
Dalla prima moglie, Jane Ferneley, sir Nicholas Bacon aveva avuto
sei figli. In seconde nozze aveva impalmato Anne Cooke. Il padre era
stato il tutore di Edoardo VI, mentre la sorella aveva sposato William
Cecil, il lord tesoriere. Anne era una donna educata e intelligente per
alquanto stravagante, tanto che invecchiando aveva dato segni sempre
pi evidenti di follia. Ma prima che questo accadesse, sir Nicholas
aveva fatto in tempo a farle generare due figli maschi: Anthony e
Francis.
C' da annotare un curioso paradosso a proposito di sir Nicholas.
Poich era corpulento e grasso, in tutti i ritratti ci appare come un uomo
bilioso, brutale, rozzo. In realt, tutte le altre testimonianze che
non siano quelle pittoriche, ci parlano di una persona colta, garbata,
gentile, intelligente, generosa e sempre di buon umore. Una figura
sottovalutata la sua: svolgeva in realt nell'ombra compiti superiori
alle sue cariche ufficiali? Il figlio Francis, oltre ad aver ereditato certamente
un pizzico di follia dai geni materni, eredit anche dal padre
la formidabile capacit di provare emozioni simulandone altre?
Nel 1564 sir Nicholas, agendo in modo scriteriato, aveva dato alle
stampe un testo intitolato A Declaration of th Crown Imperial of
England in cui sosteneva la pretesa al trono della Casa di Suffolk.
Ovviamente, la cosa non era tornata gradita alla regina Elisabetta.
Anche se Nicholas aveva firmato l'opuscolo con lo pseudonimo di
John Hales, il conte di Leicester, Robert Dudley, aveva rivelato il nome
del vero autore alla regina, che da quel momento aveva depennato
Bacon dalla lista dei suoi collaboratori fidati.
Col tempo, la sua figura era poi stata riabilitata, ma  indubbio che
anche tramite queste azioni egli abbia tramandato ai figli l'importanza
della diplomazia, del camuffamento, dei machiavellici metodi degli
affari di stato, mettendoli certamente in guardia contro le insidie
dell'autorit riconosciuta.
Anthony, di tre anni pi vecchio di Francis, esercitava una profonda
influenza sul fratello pi giovane. Esistono prove indubbie del forte
legame che li teneva uniti, una solidariet che and avanti fino alla
morte di Anthony, avvenuta nel 1601 quando aveva soltanto 43 anni.
Una delle storie pi intriganti che si raccontano sul conto di Francis
 che non sarebbe stato figlio di sir Bacon, ma addirittura della regina
Elisabetta. Questa illazione si basa sul cosiddetto codice bilaterale
che il signor Gallup avrebbe ritrovato fra le carte dello stesso
Francis; sebbene, ad essere sinceri, le prove non siano affatto conclusive
e l'argomento meriti di essere investigato pi a fondo. Stando
comunque alla storia cifrata, lord Robert Dudley, conte di
Leicester - mandante della morte della moglie, Amy Robsart - nel 1560 si
sarebbe segretamente sposato con Elisabetta presso la casa di lord
Pembroke. Fra i pochi presenti a questa segretissima cerimonia c'erano
sir William Cecil e i Bacon. La regina che, stando alla storia,
era da tempo amante di Dudley, si era presentata alla cerimonia in
evidente stato di gravidanza avanzata e il figlio atteso (Francis) era
poi nato nel gennaio successivo. La signora Bacon, che a corte era
una delle pi eminenti damigelle d'onore, aveva quindi preso il neonato
in affidamento e lo aveva cresciuto come un figlio.
Prima di respingere questo racconto come frutto di mera fantasia, si
deve ancora ricordare che la famiglia Bacon era protestante e che sir
Nicholas, in particolare, provava un odio profondo per Maria, la rivale
di Elisabetta, regina di Scozia. Supponendo per un momento
che questa storia sia vera,  evidente che a seguito del matrimonio di
Elisabetta con Dudley e alla nascita del piccolo erede, il trono sarebbe
andato incontro ad un ribaltamento. Per un protestante convinto,
qual era sir Bacon, la cosa avrebbe avuto conseguenze inimmaginabili
in un periodo cos travagliato a causa delle guerre di religione.
Nella sua scala di priorit morali, dunque, occultare l'autentica origine
del piccolo Francis non era nulla se confrontato con l'eventualit
che sul trono d'Inghilterra, al posto di Elisabetta, si fosse insediato
un sovrano cattolico.
Crescendo, Francis prese ad interessarsi ai fenomeni psichici con lo
stesso entusiasmo con cui si dedicava alla filosofia e alla scienza.
L'opera di Macaulay intitolata Essay on Bacon (1837) annota come
il giovane Francis frequentasse una grotta del Parco di Saint James,
affascinato dalla singolare eco che vi rimbalzava. Analizz anche a
fondo il comportamento di indovini, ciarlatani, impostori e congiurati
per verificare fino a che punto le loro qualit e i loro eventuali
successi dipendessero anche dall'esaltazione di qualche dote sottile
dell'essere umano.
Nell'aprile del 1573 Anthony e Francis giungevano a Cambridge.
Francis, all'epoca dodicenne, aveva cos cominciato a studiare al Trinity
College, pupillo del dottor Whitgift, poi divenuto arcivescovo di
Canterbury. Forse anche in parte grazie alle continue controversie fra
il suo maestro Whitgift e il movimento calvinista di Cartright, Francis
in breve divenne un astuto ed attento critico del sistema universitario.
Nel suo scritto dal titolo The Advancement of Learning fa riferimento
a ci che chiama l'eccellente bevanda (della conoscenza),
e si dispiace che invece di procedere con entusiasmo lungo il cammino
del libero sapere e del conoscere, i sedicenti studiosi si lascino intrappolare
da dogmatismi aristotelici, dissipando il meglio delle loro
energie intellettuali. L'idea della conoscenza o della saggezza intesa
come qualcosa di simile ad una bevanda preziosa, un vino eccellente,
un elisir, trapela nei messaggi in codice delle sue filigrane, molte delle
quali, come abbiamo visto, riportavano i disegni di grappoli
d'uva o anfore di vino.
Una concezione dell'idea di conoscenza lontanissima da quella di
Filone, cos come illustrata dal professor Bacon di Yale (singolare,
tra l'altro, questa coincidenza di nomi!).
Subito dopo aver lasciato Cambridge, Francis era diventato membro
del Grays Inn, all'epoca ideale palestra di preparazione per coloro
che aspiravano alla vita di corte e diplomatica, una scuola dove si
insegnava legge, ma che Bacon lasci in fretta per un viaggio in
Francia, al seguito di sir Amyas Paulet, il nuovo ambasciatore riconosciuto.
Secondo alcuni biografi, durante questo viaggio Francis
sarebbe venuto a conoscenza dei suoi veri natali.
L'avventura francese dur dal 1576 al 1579 e solo nel 1582 Francis
ebbe modo di tornare oltre Manica. Le attivit francesi di Anthony
risultano ancora pi stravaganti e significative di quelle del fratello.
Non ci sono dubbi sul fatto che Anthony prese senz'altro parte al primo
organismo ufficiale di servizi segreti e di spionaggio del suo
tempo; anche se non dobbiamo certo immaginare un agente segreto
alla James Bond, ma un uomo sospettoso, gi malato di gotta e sofferente
ai reni, che faceva della deduzione e dell'intuizione le sue migliori
armi di investigazione.
Nel 1591 fece rientro in Inghilterra, ma si sa per certo che negli anni
precedenti la sua attivit all'estero era stata un groviglio continuo
di complotti e trame segrete. Sia Anthony che Francis incontrarono i
capi degli Ugonotti e non  da escludere che fra questo movimento e
i catari esistesse un sotterraneo collegamento. Forti delle loro variegate
conoscenze e degli influenti contatti innescati in Europa - fra
cui, forse, anche membri del Priorato di Sion, sempre ammettendo
che esista - i due fratelli Bacon avrebbero potuto dare vita ad una loro
societ segreta, oppure alimentare o incrementarne una gi esistente
sotto forme occultate e velate. Da quello che si sa sul suo conto,
sul suo carattere e sulle sue conoscenze altolocate e potenti,
Francis Bacon avrebbe potuto essere proprio il personaggio giusto
per rivitalizzare - verrebbe quasi da dire resuscitare - quella corrente
dormiente di esoterismo che conduceva ai Cavalieri Templari o al
Priorato di Sion. Egli, infatti, era una persona discreta, attenta, cauta;
un uomo che sentiva una forte attrazione per il potere e l'autorit
che, forse, riteneva gli spettasse di diritto, visti i presunti natali, ma
che sovente gli erano come sfuggiti di mano.
Al pari di molti letterati elisabettiani, Francis Bacon era affascinato
dallo studio di codici e scritture segreti. Nel suo caso per,
l'interesse non era soltanto superficiale o accademico, ma
quanto mai concreto,
uno strumento, il codice cifrato, che, a suo avviso, doveva essere
applicato soprattutto nelle questioni legate alla sicurezza politica
di una nazione.

La dinastia degli Anson.

Nell'ultimo capitolo di questo libro, l dove si parla dei possibili
collegamenti d'oltre oceano del mistero che fa capo a Rennes-le-
Chteau, avremo modo di parlare con maggiore attenzione di
Shugborough, nello Staffordshire, dove il curioso Monumento ai Pastori
ancora oggi offre al visitatore il suo enigma e la sua misteriosa iscrizione.
Qui torna invece interessante spendere qualche parola sulla
storia del posto, nato nel 1624 per volere di William Anson, un uomo
di legge di grande successo - che dovette conoscere sir Francis Bacon
-, diventato, via via, viceprocuratore generale nel 1607, alto magistrato
nel 1613 e lord cancelliere nel 1618. Bacon lasci il potere
attorno al 1621, ma fu proprio nel periodo pi brillante della sua carriera
legale che anche William Anson tocc i massimi vertici del
successo nello stesso campo.
Morto William nel 1644, l'eredit era passata nelle mani del figlio
William, al quale, a sua volta, era succeduto il figlio anch'egli William.
Questo terzo William, nato nel 1656, nel 1693 dette il via ai lavori
di costruzione di una nuova grande sala. Questa struttura forma
ancora oggi il cuore pulsante, centrale, della magione Anson. Dal
matrimonio con Isabella Carrier - una bella e giovane ereditiera del
Derbishire - William divent padre di tre figli: Thomas, George e Nanette.
Thomas (1695-1773) divenne un grande appassionato dell'architettura
e della scultura della Grecia classica. Tra i 1755 e il 1758
fu lui ad erigere il Monumento ai Pastori nel parco della casa di famiglia.
George Anson - destinato a diventare lord ammiraglio - era
un uomo forte, coraggioso, abile e determinato. Nato nel 1697, cominci
a viaggiare in mare alla tenera et di 14 anni e gi nel 1716
venne promosso luogotenente di marina. Nel 1722 gli fu affidata la
sua prima piccola nave da guerra, la Weazle. Grazie alle ingenti vincite
conseguite ai tavoli da gioco, George acquist delle terre nella
Carolina, dove attorno al 1735 possedeva gi oltre 17.000 acri. Come
la maggior parte dei nobiluomini settecenteschi inglesi, anche lui
apprezzava le belle donne, il buon vino e la dolce vita mondana. Un
giorno, un amico della Carolina ebbe a scrivere di lui: ...gli piacciono
moltissimo le belle donne... ama la musica almeno quanto una
buona bottiglia.... Niente male come complimenti!
Nel 1744, dopo essere sopravvissuto a fiere battaglie
terrestri e navali, tempeste e procelle oceaniche, dopo aver
affrontato, superandole,
prove e privazioni di ogni genere, l'ammiraglio George Anson
torn finalmente a casa, accompagnato da un bottino di oltre 2 milioni
di sterline, frutto dei tanti saccheggi ai danni della flotta spagnola.
Anche se prefer sempre vivere a Moor Park, nell'Hertfordshire, fino
alla morte avvenuta nel 1762, George era solito fare sovente visita
alla tenuta del fratello William a Shugborough. Il Monumento ai
Pastori venne eretto, dunque, negli ultimi anni di vita di questo intraprendente
e avventuroso ammiraglio, un uomo che aveva circumnavigato
il globo terrestre, combattuto gagliardamente contro i Francesi
e confiscato immense fortune in oro agli Spagnoli. Aveva forse un
segreto da consegnare al tacito marmo dell'enigmatico monumento?
 pressoch certo che durante i suoi numerosi viaggi George Anson
ebbe modo di visitare luoghi e territori un tempo assoggettati al dominio
dei Visigoti e dei re merovingi. Nel corso dei suoi molti incontri
di terra e di mare non  da escludere che, fra i tanti, abbia anche
avuto a che fare con nobili prigionieri francesi, i quali avrebbero potuto
barattare libert e vita in cambio di illuminanti rivelazioni riguardanti
qualche tesoro nascosto.

Victor Hugo.

Il poeta e romanziere francese Victor Hugo  stato da pi parti indicato
come uno dei presunti Grandi Maestri del Priorato di Sion e, al
pari di Poussin e di Teniers, che lo fecero nei soggetti delle loro tele, 
possibile che anch'egli abbia tramandato la chiave del mistero in
qualche sua opera e, in modo pi specifico, in La Lgende des Sicles.
Hugo era nato a Besanon il 26 febbraio del 1802 e i primi tredici
anni della sua vita furono determinanti per il suo sviluppo psicologico.
Il padre, fra i favoriti di Napoleone, era stato, almeno in teoria se
non proprio nella pratica, un uomo ricco e influente. La madre, all'opposto,
era contraria all'operato di Napoleone, con la stessa intensit
e nella stessa misura con cui disprezzava il marito. Nel periodo
trascorso in Spagna, il giovane Victor era visto con un certo sospetto
dai suoi insegnanti gesuiti e sempre osservato dai suoi compagni di
studio con quell'occhio di particolare diffidenza riservato ai nobili
rampolli provenienti da nazioni straniere.
Nel 1812 la posizione francese in Spagna era diventata cos incerta
da costringere il padre di Hugo a richiamare tutta la famiglia, riportandola
a vivere a Parigi. Qui la madre si era adoperata per nascondere
e sottrarre dalle grinfie della polizia un incallito cospiratore politico,
il generale Lahorie, e dunque il piccolo Victor dovette per forza
subire una qualche influenza nell'essere costretto a vivere in una
casa dove sotterfugi, intrighi, avventure, suspence e fughe dovevano
essere all'ordine del giorno.
Analizzando l'opera e la personalit di Hugo si devono tenere in
conto alcune considerazioni importanti: la sua educazione venne interrotta
con frequenza, il padre e la madre non andavano d'accordo;
la sua iniziale idea di benessere e splendore venne fortemente ridimensionata
dallo stridente contrasto con la povert del mondo; l'ostentazione,
il fascino, ma al tempo stesso il dramma e la violenza
dell'era napoleonica furono il suo primo impatto con un contesto
sociale.
Come scolaro e studente dal 1815 al 1822, Victor si rivel un vero
bambino prodigio. Assisteva alle lezioni al Louis-le-Grand e per tre
anni studi al collegio Cordier. In questi stessi anni invent acrostici
e indovinelli, forme letterarie che continuarono ad affascinarlo anche
in seguito.
Morta la madre nel 1821, Victor prefer andare incontro ad un periodo
di grave difficolt piuttosto che piegarsi a chiedere un aiuto al
padre, che detestava. Il primo successo letterario, infatti, arriv nel
1822, quando alcuni suoi poemi approdarono presso la corte di re
Luigi XVIII, cosa che gli valse una specie di pensione come
giusto riconoscimento economico.
Nello stesso anno spos Adle Foucher nella chiesa di St. Sulpice
(la stessa dove Brenger Saunire aveva portato le sue pergamene da
decifrare). A seguito di questo matrimonio, Eugne, il fratello di Victor,
anch'egli follemente innamorato di Adle, impazz e, rinchiuso
in manicomio, mor nel 1837.
Fra il 1827 ed il 1830 Victor fu uno dei grandi protagonisti della formidabile
ondata di romanticismo che invest la letteratura francese.
Nel 1829, uno degli anni di maggiore e pi fervida creativit, scrisse
alcuni capolavori come Notre Dame de Paris, Emani, Les Orientales
e Marion de Lorme. Nel 1833 la parte della principessa Neuroni, la
protagonista del suo dramma Lucrezia Borgia, venne interpretata da
una giovane, affascinante cortigiana, una certa Juliette Drouet. Da l
a breve la donna divent la sua amante e l'eroina di tutte le sue opere
successive, restandogli compagna appassionata e fedele fino al
1883, anno della sua morte.
Victor fu coinvolto in politica, fu accademico e soffr persino l'esilio
a Guemsey fra il 1852 ed il 1870. Insomma, la sua vita fu un caleidoscopio
di drammatici avvenimenti ed esperienze. La sua produzione
fu enorme. Alcuni dei suoi critici lo accusano di egoismo esasperato
e di un atteggiamento intellettuale e morale dubbio; ma, in
realt, Hugo era soltanto un uomo che amava la vita, forte di una
sensibilit e di un'attenzione interiori straordinarie che gli
permettevano di cogliere e comprendere momenti ed impressioni
e quindi di descriverli nelle sue opere.
I suoi collegamenti con il mistero di Rennes-le-Chteau si possono
rintracciare nella sua presunta carica di Gran Maestro del Priorato di
Sion e nella diciottesima parte di La Lgende des Sicles, laddove
racconta la storia di un vizioso, bello e tirannico signore italiano, dal
significativo, quanto simbolico, nome di Ratberto re di Arles, vissuto
attorno al 1310 d.C. Nel racconto di Hugo, Ratberto sarebbe stato il
figlio di Rodolfo e nipote di Carlo. (Vale ricordare che un sovrano
del Sacro Romano Impero fu Rodolfo d'Asburgo - regnante dal 1273
al 1291 - e che dal 961 al 1277 l'Italia era uno dei territori soggetti
all'autorit dell'impero). Per insistere ulteriormente sulla negativit
del personaggio, Hugo scrive che la madre di Ratberto, Agnese contessa
di Elsinore, vantava fra le sue antenate la perfida Messalina!
Vediamo ora la trama. Per rendere pubblici i suoi piani di difesa
contro i nemici, Ratberto convoca un grande concilio di nobili e prelati
italiani. Tanto per chiarire che si tratter di una discussione democratica
 lui stesso a piantare un'ascia nel bel mezzo della tavola dell'incontro!
Ovviamente, i suoi piani strategici vengono lodati da tutti
e ciascun principe fedele riceve in cambio un possedimento terriero.
Ci fatto, Ratberto si reca a Carpi, dove Onofrio, capo della citt, in
modo educato rifiuta di accettare le sue strategie. Ingenuamente Onofrio
accoglie un invito a cena portogli dall'arcivescovo Afrano - uno
dei sicari di Ratberto - e nel corso della cena viene avvelenato.
La seconda parte del poema si intitola La Confiance du Marquis
Fabrice. Conoscendo la predisposizione di Hugo verso alfabeti segreti,
acrostici, codici cifrati ed allusioni,  plausibile immaginare
che la cittadina di Finale che compare nel racconto sia simbolo di
Rennes-le-Chteau. Non  neppure da escludere che Hugo conoscesse
la storia del tesoro rintracciato in una tomba e lo scenario pi in
generale, pur ignorandone l'esatta ubicazione; come potrebbe anche
darsi che inizialmente il tesoro si trovasse realmente a Finale e solo
in un secondo momento fosse stato trasferito in un posto segreto a
Rennes-le-Chteau.
Quando Hugo d il via a questa nuova storia, Fabrizio d'Albenga,
marchese di Finale, ha gi ottant'anni. La sola persona cara che gli 
rimasta  una pronipote di cinque anni che si chiama Isora. I genitori
della piccola sono morti ed  a lei che spetter l'intera eredit del
marchesato di Finale. Lo stesso Fabrizio  il figlio illegittimo di Ottone
e, come si legge per Marduff nel Macbeth di Shakespeare, 
uscito prematuramente dal ventre della madre. Per questo  conosciuto
come Fabrizio il non nato, per oltre cinquant'anni un grande
cavaliere ed un combattente fra i pi valorosi dell'intera
Europa. Fabrizio  nato nel 1230, data che colloca il regno di
Ratberto all'incirca
come coevo di quello di Filippo IV di Francia. Di nuovo, avendo
sempre in mente la passione di Hugo per il simbolismo, si pu ritenere
che il valoroso cavaliere Fabrizio possa essere la raffigurazione
simbolica dei Templari, oppure - visto il nome Albenga - anche un
simbolo degli Albigesi, gli eretici catari. In quest'ottica, Finale ci riporta
ad un castello templare? La figura di Ratberto cela quella di Filippo
IV di Francia o di uno dei suoi sicari? Il diabolico arcivescovo
Afrano potrebbe essere a sua volta Guglielmo, il grande inquisitore
di Filippo? La tortura che Fabrizio subisce nel prosieguo del romanzo
sembra avallare questa ipotesi e questa identificazione.
Come il re Lear di Shakespeare, anche Fabrizio vive nel passato e
soffre di ci che Hugo definisce una santa credulit. Nella parte
intitolata Aieul Maternel, Hugo descrive il grande amore di Fabrizio
nei confronti dell'adorata nipotina Isora. Ogni notte la conduce alla
cappella a pregare. Ci sono mattine in cui, al primo albeggiare, la
porta a correre libera e nuda, come il buon selvaggio di Rousseau, ad
inseguire le farfalle fra le tombe del cimitero.
La parte che segue si intitola Un seul homme sait o est cach le
trsor (Solo un uomo sa dove  nascosto il tesoro) ed  proprio in
queste pagine che Hugo sembra avvicinarsi maggiormente al mistero
di Rennes-le-Chteau. L'entit del tesoro  cos rimarchevole che per
trasportarlo non sono forse sufficienti venti muli carichi con borse
pesantissime. Il luogo in cui il tesoro  celato viene descritto poeticamente:
un'alta torre che svetta nel cielo azzurro, dalla quale si pu
godere una vista piena in tutte le direzioni, nord, ovest, sud, est, abbellita
sulle quattro facciate dalle statue dei quattro evangelisti, Matteo,
Marco, Luca e Giovanni. A guardia del colle sul quale spicca la
torre ci sono due castelli, simili a due valorosi soldati protetti da armature
invincibili. Il grande tesoro  conservato in grandi bauli dai
cofani rialzati che lasciano intravedere all'interno lampi di gioielli.
L'immane ricchezza  murata dentro ad una grotta e solo il marchese
in carica ne conosce il nascondiglio. Fra i tanti, uno dei pezzi pi rari
e senza prezzo  un elmo decorato con una fenice fatta di diamanti
che rinasce in mezzo ad un fuoco di rubini.
Il resto del poema assume un tono tragico e triste come la storia che
accompagna la caduta dei Cavalieri Templari. Ratberto, dopo aver
inviato dei giocattoli alla piccola Isora, si reca a visitare Finale, dove
Fabrizio, ignaro, lo accoglie con ospitalit. Proprio in quel momento
per nel cielo compare un corvo, chiaro presagio di sventura. Segue
la descrizione della tomba dei genitori di Isora, ricavata in una caverna
ed illuminata da lampade ad olio. (Ricordo che la raffigurazione
di Maria Maddalena nel dipinto che compare sotto l'altare della
chiesa di Rennes-le-Chteau, mostra una giovane donna all'interno
di una grotta, inginocchiata al cospetto della croce. Accanto al ginocchio
sinistro si vede un libro aperto, mentre vicino al destro spicca
un teschio. Certo, il legame fra il poema di Hugo e questo dipinto
 tenue, tuttavia ritengo che la questione possa essere meritevole di
ulteriori approfondimenti).
Ratberto sopraggiunge con tutto il suo seguito. Per l'occasione il
castello  tirato a lucido in suo onore. Particolare attenzione viene
applicata nella descrizione di un arazzo intrecciato da Bianca d'Este,
che  appeso sulla soglia d'ingresso. C' qualche collegamento tra
questa Bianca e i Blanchefort di Rennes-le-Chteau?
La piccola Isora viene preparata per l'avvenimento e vestita come
una principessa. Fabrizio, intanto, ancora si dispiace per la morte
della mamma della bambina. Aquile e uccelli rapaci volteggiano intanto
attorno al castello, chiaro presagio della tragedia che sta per accadere.
Anche se tutto il palazzo  in festa in onore di Ratberto, l'atmosfera
 per di decadenza, di morte imminente, di peccato. Intanto
alcuni uomini di Fabrizio vengono uccisi e subito i loro corpi diventano
pasto per gli uccelli.
Inaspettatamente, Fabrizio viene accusato di essersi opposto ai voleri
della Chiesa quando, tempo prima, era ancora un soldato attivo
nella carriera militare. Arrestato come traditore, viene imprigionato e
Ratberto annuncia di voler confiscare ogni suo avere e la tenuta di
Finale. Ma non  tutto. Il malvagio Ratberto vuole anche sapere dove
 nascosto il tesoro. Malgrado le terribili sevizie a cui  sottoposto,
Fabrizio non parla. A questo punto viene introdotto il corpicino
della povera Isora, che  stata assassinata. La disperazione di Fabrizio
 estrema e tanto pi accentuata dal pensiero di essere stato lui
stesso ad accogliere Ratberto come un ospite nel suo castello. E cos,
in un ultimo gesto di disperato valore, Fabrizio maledice il tiranno
con tutte le forze che ancora gli sono rimaste.
Giunge frattanto l'arcivescovo Afrano che ragguaglia Ratberto in
merito al ritrovamento del tesoro. Non avendo pi bisogno di lui,
Ratberto d ordine di decapitare il povero Fabrizio; ma nello stesso
istante in cui il vecchio viene decapitato muore anche il tiranno, precipitato
in una crepa apertasi all'improvviso sotto i suoi piedi, una
metaforica strada che lo porta dritto dritto all'inferno. Per contrasto,
invece, la testa di Fabrizio si solleva miracolosamente e ascende al
cielo, dove, in mezzo a una nuvola, compare la visione di un angelo
che stringe una spada lorda di sangue.
Esistono non poche interessanti assonanze fra la storia di Fabrizio e
quella di Rennes-le-Chteau. La cosiddetta Dalle du Chevalier della
chiesa del misterioso villaggio mostra un uomo dalla testa incoronata
che fugge a cavallo portando con s un bambino. Il soggetto  stato
interpretato in vari modi, ma la versione pi accreditata parla del piccolo
Sigeberto messo in salvo da un cavaliere regale, alla morte di re
Dagoberto II caduto in un'imboscata. Un'immagine simile a quella di
Fabrizio e della piccola Isora che cercano di sfuggire, senza successo,
ai loro persecutori. La grande ricchezza di Fabrizio, il tesoro di Finale,
si dice sia nascosta in una grotta o in una tomba, la cui esatta ubicazione
 mantenuta segreta. Anche il tesoro di Rennes-le-Chteau
sarebbe sepolto dentro o nei pressi di una tomba o in una cripta al di
sotto di una tomba. La vicenda di Fabrizio si svolge in Italia. Poussin
era venuto in Italia ed era stato proprio da qui che aveva fatto pervenire
a Fouquet, tramite il suo fratello pi giovane, il misterioso messaggio
relativo ad un grande segreto. Il messaggio cifrato scolpito
sulla lastra tombale contiene la parola darles, in apparenza un errore
rispetto alla parola giusta dables, perch, a questo punto, non pensare
a d'Arles? Il regno d'Arles di Ratberto nel XIII secolo si trovava all'interno
dei territori nei quali si consum la cosiddetta crociata degli
Albigesi. Un altro legame tra il tesoro, gli Albigesi ed i Templari?
Il simbolismo merita un secondo sguardo, nel momento della decapitazione,
alla fine del poema. Il re malvagio (Ratberto/Filippo IV)
taglia la testa del vecchio nobile Fabrizio, Filippo colpisce Jacques
de Molay, capo dei Templari, ma viene colpito a sua volta (Filippo IV
mor lo stesso anno in cui de Molay fu arso sul rogo).
L'ultimo enigma che Hugo lascia dietro di s si trova nella prefazione
alla Legende des Sicles: Tutti questi poemi... riassumono la
realt storica o fanno congetture su di essa.
...
.
...
FINE Parte 1.